Da che l’Homo Sapiens esiste, ha sempre vissuto con la convinzione che le risorse della Terra fossero infinite. Sulla base di questa premessa la moltiplicazione degli esseri umani è sempre stata un obiettivo (“crescete e moltiplicatevi”), e un mezzo è stato anche sfruttare le tecnologie via via scoperte per proteggere questa moltiplicazione. Prima sono state sfruttate le risorse naturali rinnovabili (l’Italia solo qualche millennio fa era coperta di foreste), quando non sono state più sufficienti in Europa si è passati al carbone, nel 1800 si è passati al petrolio. Negli ultimi 70 anni la popolazione umana è quasi triplicata e si sono spremute le risorse del nostro pianeta arrivando a livelli di prelievo un tempo neanche immaginabili. La foresta dell’Amazzonia continua a essere erosa e il Borneo è praticamente tutto coltivato. I limiti dello sviluppo erano noti già 60 anni fa, ma adesso la ricerca scientifica conferma, dati alla mano, che sta arrivando un conto salato e per pagarlo occorreranno modifiche al cui confronto il problema del riscaldamento globale sembra quasi trascurabile.
Uno studio recente[1], pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters, ha analizzato oltre due secoli di dati demografici per capire quanto il nostro peso in termini numerici stia gravando sugli ecosistemi. Il quadro che emerge è che abbiamo ampiamente superato la capacità del pianeta di rigenerarsi.
Corey Bradshaw della Flinders University, colui che ha guidato il team di ricerca, ha evidenziato che il numero ideale di abitanti per vivere in modo dignitoso e rispettoso della natura si aggirerebbe intorno ai 2,5 miliardi di persone, ma oggi siamo oltre 8,3 miliardi.
Il numero a cui la specie umana dovrebbe ridursi per sopravvivere è già terrificante, ma lo diventa ancora di più se si approfondisce cosa intendano gli Autori per “dignitoso”. Perché se si prende come parametro di consumo di energia personale quello di Stati ricchissimi come il Lussemburgo allora il numero di appartenenti alla specie Homo Sapiens che il pianete Terra può sostenere con le risorse rinnovabili scende ancora di molto.
Fino a oggi siamo stati in grado di coprire questo divario enorme tra disponibilità e necessità tramite l’uso massiccio di combustibili fossili, che hanno permesso di produrre cibo e beni ai ritmi necessari per la sopravvivenza della specie, ma il problema non solo è che questa scelta collettiva ha avuto, e sta avendo, un prezzo altissimo per il clima e la biodiversità. Il problema è che non può durare. E non può durare perché si sta sfruttando uno stock di risorse non rinnovabili accumulato nelle epoche precedenti la presenza dell’Homo Sapiens sul pianeta Terra.
La ricerca parla anche di un punto critico, superato intorno agli anni sessanta del secolo scorso. In pratica, prima di quel momento più la popolazione aumentava, più cresceva velocemente il tasso di espansione della produzione grazie alle innovazioni tecnologiche. Superata quella soglia, siamo entrati in una fase di crescita di risorse insufficiente, ciò significa che, nonostante la popolazione continui a salire, il ritmo di crescita della produzione sta rallentando.
Le proiezioni non dicono nulla di buono e prevedono che potremmo toccare un livello compreso tra gli 11,7 e i 12,4 miliardi di individui verso la fine di questo secolo, e il problema non riguarderà solo il consumo di ogni singolo individuo, ma in generale la massa critica totale della popolazione. Lo studio conferma che il numero complessivo di persone influisce pesantemente sulle emissioni di carbonio e sulle temperature globali ancora più dei modelli di consumo individuali, ciò significa che l’incremento non è lineare ma più tendente all’esponenziale. Perché oltre a crescere il numero cresce anche il consumo pro-capite.
E un paradosso è che tutti i processi che potrebbero rallentare l’inizio della crisi, come ad esempio la riduzione spontanea della natalità, sono oggi visti come un problema da risolvere e non come un inizio di soluzione. E le scontate conseguenze di una stabilizzazione, e poi riduzione, della popolazione globale sono viste come una iattura.
Alcuni Stati, i cui economisti non accettano le conseguenze economiche e politiche di una riduzione della popolazione, hanno caldeggiato la strada dell’immigrazione straniera, con ciò favorendo le politiche di crescita della popolazione di altri Stati, politiche che invece dovrebbero essere condannate perché dimenticano troppo spesso che molti Stati prelevano risorese da altri Stati, ma ciò non sarà sempre possibile in futuro.
Ad esempio oggi l’Italia importa circa metà del suo fabbisogno alimentare, e potrà continuare a farlo solo fino a quando altri Stati avranno un surplus alimentare da esportare, ma se in quegli Stati la popolazione continua ad aumentare a un certo punto non ci saranno più esportazioni, e da chi si importerà? Il blocco delle esportazioni di beni alimentari dall’Ucraina quattro anni fa stava per scatenare una crisi alimentare enorme, e il fatto che sia stato risolto ha solo consentito di non far percepire il problema globale, trasformandolo in un problema temporaneo.
Inoltre, permanendo le attuali ideologie pro-crescita della popolazione, non è detto che il livello previsto oggi per il 2100 non sarà superato. Ma se già oggi il blocco dello stretto di Hormuz, che ha arrestato le esportazioni di risorse minerarie, sta causando una crisi mondiale, cosa accadrà quando scoppieranno tante piccole crisi dovute alla insufficienza nella produzione globale di acqua, cibo, materiali da costruzione, eccetera?
Il processo di crescita del rischio di insostenibilità è anche nascosto, come lo è sempre stato, dall’emigrazione. Dopo la scoperta di Colombo l’America è divenuta il luogo di espansione della sovrappopolazione europea. Adesso dagli Stati dove già la carenza di alimenti si è manifestata con la povertà intere famiglie emigrano verso l’Europa Occidentale, dove possono continuare a riprodursi ai ritmi che le loro culture ritengono adeguati. Ritmi che l’Italia conosceva un secolo fa, e infatti circa metà della popolazione di origine italiana si trova fuori dall’Italia causa emigrazione nel secolo scorso.
Non si tratta di un complotto, ma della coesistenza di due processi. Il primo è la naturale tendenza delle specie animali a fare figli fino a che non subentra il controllo ambientale, l’altro è la presenza molto attiva ancora oggi di ideologie a base religiosa concepite in un’epoca in cui il numero era potenza. Potenza economica, potenza militare, potenza culturale. Il secondo processo è la voluta crescita del numero di abitanti perché il numero è anche foriero di potenza: militare ed economica.
Il fatto è che lo è ancora oggi, quindi immaginare che delle etnìe pervase da tali ideologie decidano spontaneamente di limitare il tasso di crescita della popolazione è, per l’appunto, un esercizio di immaginazione.
Se qualcuno se lo stesse chiedendo, la studio non dice che avremo un crollo improvviso della civiltà, ma avremo una pressione costante in grado di ridurre la sicurezza alimentare e idrica, alimentando di conseguenza le disuguaglianze.
Soluzioni? Una su tutte, diminuire la natalità nei paesi poveri, e passare a un uso molto più oculato di terra, energia e acqua. Nei paesi ricchi la natalità sta già diminuendo spontaneamente, con i problemi scontati che però vanno affrontati, anziché cercare di mantenere stabile la popolazione. Naturalmente il primo passo sarà riconoscere i limiti biologici della Terra, perché se non ne avremo coscienza, tutto questo si ripercuoterà sulle prossime generazioni.
L’Homo Sapiens è a un bivio: o riduce spontaneamente il consumo di risorse non rinnovabili e quindi anche la popolazione “mondiale”, oppure la carenza di risorse quando si verificherà spazzerà via in modo violento la popolazione in eccesso.
Ridurre la popolazione “mondiale” quando alcuni Stati semplicemente sono dominati da ideologie per cui la crescita della popolazione è un dovere religioso e culturale, quando altri sono dominati da ideologie economicistiche che vedono il bene solo nella crescita della popolazione, sarà un obiettivo ben più complesso della semplice riduzione delle emissioni alteranti il clima. Obiettivo che al momento solo la UE si è concretamente posto, e che sta devastando l’economia degli Stati membri; perché al momento di fatto si traduce in un vantaggio enorme concesso alle economie degli Stati che invece non si pongono affatto un tale obiettivo.
[1] Global human population has surpassed Earth’s sustainable carrying capacity – Corey J A Bradshaw*, Melinda A Judge, Daniel T Blumstein, Paul R Ehrlich, Aisha N Z Dasgupta, Mathis Wackernagel, Lewis J Z Weeda and Peter N Le Souëf – Published 27 March 2026 • © 2026 The Author(s). Published by IOP Publishing Ltd – Environmental Research Letters, Volume 21, Number 6
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