Il momento in cui una donna vittima di violenza decide di denunciare o di allontanarsi dal proprio abusatore non rappresenta la fine del tunnel, ma l’inizio di una fase nuova, complicata e talvolta molto destabilizzante. È qui che si inserisce la psicologia giuridica, una scienza di frontiera che si muove al confine tra la tutela legale e la cura della sofferenza psichica.
Per una donna che ha patito degli abusi fisici, psicologici o economici, l’ingresso nel circuito giudiziario può risultare un’esperienza traumatica di per sé: la paura di non essere creduta, di avere delle ritorsioni e il bisogno di dover verbalizzare ripetutamente i dettagli più intimi e dolorosi del proprio vissuto rischiano di attivare quella che in gergo tecnico viene definita “vittimizzazione secondaria”.
Lo psicologo giuridico, in qualità di Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) per il Giudice o come Consulente Tecnico di Parte (CTP) a supporto della donna e del suo legale ricopre un ruolo di sostanziale rilevanza.
Dal punto di vista clinico e forense, il primo obiettivo dell’intervento psicologico-giuridico è la valutazione e la quantificazione del danno psichico e del pregiudizio esistenziale causati dagli abusi. Tramite i colloqui clinici mirati e l’uso di reattivi psicodiagnostici standardizzati, lo specialista rende la sofferenza invisibile della vittima, ovvero ‘ansia cronica, i sintomi del disturbo da stress post-traumatico (PTSD), la frammentazione dell’autostima e lo stato di costante iperattivazione emotiva, in una relazione tecnica rigorosa, avente il valore probatorio in sede di giudizio.
Determinato passo è importante non solamente ai fini di un eventuale risarcimento o della definizione delle misure di protezione, ma fruisce di una forte valenza terapeutica: per la prima volta, il dolore subìto ottiene un riconoscimento ufficiale e oggettivo da parte delle istituzioni.
Comunque, l’aspetto più complicato della psicologia giuridica in contesti di violenza di genere è in relazione alla gestione delle dinamiche relazionali e della genitorialità, se siano coinvolti dei figli minorenni. Le donne abusate mostrano, molte volte, una profonda ambivalenza emotiva, frutto del ciclo della violenza e di meccanismi manipolatori come il “gaslighting”, che portano la vittima a dubitare della propria stessa percezione della realtà. Il professionista psicologo giuridico deve saper riuscire a decodificare determinate dinamiche difensive, discernendo la fragilità transitoria provocata dal trauma da una effettiva incapacità genitoriale, e tutelando il superiore interesse del minore senza esporre la madre a eventuali pressioni o giudizi colpevolizzanti.
Quindi entrare nel percorso della psicologia giuridica significa trasformare l’aula di tribunale da luogo di scontro ad uno spazio di accertamento della verità emotiva, offrendo alla donna gli strumenti concettuali e relazionali per potersi riappropriare della propria narrazione, della propria dignità e, infine, del proprio futuro.
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