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MELONI E SCHLEIN, PATTO SULL’IA – “Non useremo fake. Ci sto”

A sorpresa è l’intelligenza artificiale a mettere Giorgia Meloni ed Elly Schlein sullo stesso lato della barricata. La premier risponde sì, e pure in fretta, alla proposta lanciata ieri dalla segretaria del Pd: un “patto di non belligeranza” per non usare l’IA allo scopo di attribuire agli avversari politici parole mai dette, fatti inventati, video manipolati. “È un tema che ho posto prima di tutti. Sono d’accordo”, taglia corto Meloni da Palazzo Chigi, chiudendo con un sorriso quella che fino a ieri sembrava un’altra occasione di scontro.

La proposta di Schlein era arrivata dopo l’ennesimo caso di deepfake circolato sul web. Un video di pochi secondi in cui un leader di opposizione pareva insultare i propri elettori, rilanciato migliaia di volte prima che si scoprisse essere generato con l’intelligenza artificiale. “Non possiamo lasciare che la democrazia diventi una guerra di cloni e di bugie”, aveva detto la dem. “Propongo a tutte le forze politiche un impegno pubblico: niente IA per costruire falsi, niente algoritmi per diffamare. Chi sbaglia paga”.

La risposta della premier non si è fatta attendere. E non è stata una replica di circostanza. Meloni ha ricordato che già mesi fa, in più sedi istituzionali e anche al G7, aveva sollevato il problema dei rischi dell’IA sulla disinformazione e sulla manipolazione del dibattito pubblico. “Io per prima ho subito attacchi con contenuti falsi generati artificialmente. So cosa significa vedersi attribuire frasi che non hai mai pronunciato”, ha spiegato. E poi l’apertura netta: “Se l’obiettivo è tutelare la verità e i cittadini, ci sto. Firmiamo pure un codice comune”.

L’annuncio ha spiazzato. Tra maggioranza e opposizione il clima è teso su tutto: manovra, autonomia, politica estera. E invece proprio sul terreno più nuovo e più insidioso, quello dell’intelligenza artificiale applicata alla propaganda, arriva un punto di contatto. Non è un dettaglio. Perché l’IA oggi può clonare una voce in 10 secondi, può far dire a chiunque qualsiasi cosa, può costruire un comizio che non c’è mai stato. E in campagna elettorale il rischio è quello di un corto circuito democratico.

Il patto di cui parlano entrambe non è ancora scritto nero su bianco, ma le linee sono chiare. Impegno a non produrre e non diffondere contenuti generati con IA che attribuiscano ad avversari dichiarazioni false. Impegno a segnalare e rimuovere rapidamente i deepfake che circolano. E, punto più delicato, richiesta alle piattaforme di etichettare in modo visibile ogni contenuto generato artificialmente. “La trasparenza è la vera arma”, dice Schlein. “I cittadini devono sapere subito se quello che vedono è reale o costruito da un algoritmo”.

Dalla maggioranza arrivano segnali di convergenza. Anche Forza Italia e Lega dicono di essere disponibili a discutere un codice di autoregolamentazione. Nel Pd qualcuno storce il naso: “Belle parole, vediamo i fatti”, ma la linea ufficiale è di andare avanti. A questo punto il governo potrebbe trasformare l’accordo politico in qualcosa di più vincolante, magari inserendolo in un disegno di legge già in discussione sul digitale.

Resta il nodo più grande: come farlo rispettare. Un patto tra partiti vale finché tutti lo rispettano. Basta un profilo anonimo, una pagina estera, un bot per far saltare tutto. Per questo Meloni e Schlein, pur da posizioni opposte, insistono sulla responsabilità delle big tech. “Non possiamo lasciare a Mark Zuckerberg o a Elon Musk il compito di decidere cos’è vero e cos’è falso”, ha detto la premier. “Servono regole europee chiare e sanzioni vere”.

Il fatto politico però resta. In un Parlamento abituato a dividersi su tutto, l’IA è riuscita a creare una zona grigia di buon senso. Una premier di centrodestra e una segretaria di centrosinistra che si dicono d’accordo su una cosa semplice: la politica può essere durissima, può essere conflitto di idee, ma non può essere costruita sulla menzogna creata da una macchina.

Forse è solo l’inizio. Forse tra un mese il patto sarà già dimenticato. Ma per 24 ore, in un Paese abituato a gridare, due avversarie hanno detto la stessa parola. E quella parola non era “attacco”. Era “verità”.

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Anna Stella Lobello

Data:

24 Luglio 2026
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