Giorgia Meloni chiarisce e non lascia spazio a equivoci. Sulle preferenze alle elezioni la posizione del governo resta quella di sempre. “Non ho cambiato idea”, dice la premier, rispondendo alle domande dei giornalisti a margine di un incontro istituzionale. E subito dopo sposta l’attenzione sul punto vero: “È importante avere una legge elettorale che permetta di governare senza inciuci”.
La frase arriva in un momento in cui il dibattito sulla riforma elettorale è tornato a farsi caldo. Nei partiti si discute di soglie, collegi, premi di maggioranza, e soprattutto di come dare agli elettori più voce nella scelta dei nomi. La proposta di reintrodurre le preferenze piace a molti parlamentari, perché avvicina il cittadino al candidato. Ma per Meloni il rischio è un altro: avere leggi scritte per accontentare tutti e che alla fine non permettono a nessuno di governare.
“Un Paese serio ha bisogno di stabilità”, spiega. “Gli italiani ci hanno dato una maggioranza chiara e un programma. Il nostro dovere è portarlo avanti per cinque anni, senza essere ricattati ogni sei mesi da equilibri di palazzo”. Tradotto: meglio una legge che dia governabilità, anche se non è perfetta sul piano della rappresentanza, piuttosto che un sistema perfetto sulla carta e ingovernabile nella pratica.
La premier ricorda che il tema non è nuovo. Fratelli d’Italia è sempre stato contrario alle liste bloccate imposte dall’alto, ma è stato anche critico verso sistemi che frammentano troppo il Parlamento. “Le preferenze vanno bene se non trasformano le elezioni in una guerra tra amici di partito”, dice. “Se invece diventano uno strumento per indebolire i partiti e favorire i potentati locali, allora è meglio evitare”.
Il riferimento è chiaro. Negli anni delle preferenze si sono visti fenomeni di voto di scambio, candidature costruite su bacini ristretti, campagne costate milioni. Meloni teme che in un sistema già molto personalizzato, aggiungere le preferenze senza regole stringenti significhi premiare chi ha più soldi e più visibilità, non chi ha più idee.
Per questo il governo sta lavorando a un’ipotesi che metta insieme due esigenze: dare agli elettori la possibilità di scegliere, e garantire al tempo stesso che chi vince possa effettivamente governare. “Non vogliamo un Parlamento di 20 gruppi dove ogni voto diventa una trattativa”, sottolinea. “Vogliamo una democrazia dove si vince, si governa, e dopo cinque anni si viene giudicati”.
Il confronto con le opposizioni è aperto, ma la linea è tracciata. Meloni non cederà su un punto: niente leggi elettorali cucite per fare i governi tecnici o per tenere insieme maggioranze innaturali. “Gli inciuci sono la tomba della democrazia”, afferma. “La gente vota per scegliere una direzione. Se poi quella direzione viene cambiata a tavolino, la fiducia nella politica muore”.
Nel frattempo il Parlamento va avanti con le audizioni degli esperti e con i tavoli tra maggioranza e minoranza. L’obiettivo dichiarato è arrivare a una legge entro l’anno, per togliere l’incertezza e dare regole chiare alle prossime elezioni. Ma la premier avverte: la fretta non deve far sbagliare. “Meglio una buona legge tra sei mesi, che una pessima legge tra un mese”.
Chiude con una battuta che suona come un monito. “Io non cambio idea a seconda dei sondaggi. Cambio idea solo se i fatti mi dimostrano che mi sbagliavo”.
E sui fatti, dice Meloni, l’Italia ha già pagato troppo il prezzo di governi nati non dal voto, ma dagli equilibri.
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