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UN VOLGARE SASSOLINO NELLA SCARPA

Quello che caratterizza la nostra epoca è la volgarità, non solo nelle maniere e nel linguaggio, ma anche nel modo che essa ha di offrire un’immagine di sé stessa: non lo nasconde, ne è molto soddisfatta.

Basta salire su un mezzo pubblico, entrare in un supermercato, girare in una piazza di città, captare brandelli di discorsi, osservare i comportamenti per non avere dubbi sulla volgarità dei nostri giorni.

Di più: senza uscire di casa, basta solo accendere la televisione.

Senza dubbio una grande invenzione!

Ma che pena si prova di fronte a spettacoli stupidi e demenziali come Il grande fratello o L’isola dei famosi che, mascherati da trasmissioni divertenti, presentano una visione distorta e colpevolmente parziale della vita e dei sentimenti. Programmi simili non sono altro che contenitori di volgarità, pattumiere colme di sciocchezze e insulsaggini, festival di scemenze a buon mercato, propinate agli ingenui come spettacoli intelligenti.

Considero tali cadute di buon gusto la vera “pornografia” del nostro tempo, tanto più pericolosa e insidiosa perché infarcita di finto sentimento e falsa cordialità.

Non vanno, poi, tralasciati lo sbracamento, la brutalità cavernicola, l’arroganza di certe torme giovanili che insozzano la città con le loro gesta e l’aria coi loro ululati: tutti segni di primitività e di inciviltà.

La maleducazione ormai non è più condannata e la corretta educazione non è più insegnata, anche perché la stessa famiglia e la scuola si sono adeguate a questa barbarie, scambiata, appunto, per trasparenza e non-convenzionalità.

Anche adulti insospettabili si sono darwinianamente “adattati all’ambiente” e rivelano, senza alcun imbarazzo, una notevole volgarità, frutto della banalità e del vuoto interiore.

La volgarità è una componente costante dell’umanità che ha nostalgia dell’animalesco, della bestialità primitiva. È una triste dote che ci trasciniamo in tutte le epoche.

Ora, però, ciò che impressiona è l’ostentazione, la giustificazione, la soddisfazione di essere volgari.

Il pudore non ha più cittadinanza, sconfitto com’è dalla sguaiataggine e dall’arroganza.

Anche le persone apparentemente “importanti” e “di stile” – persino governanti, capi di Stato – non disdegnano di costellare il loro discorso di parolacce, di asprezze, di provocazioni fini a sé stesse.

Oggi, a parlare di dignità, di finezza, di sensibilità di comportamento, di educazione, di gentilezza si corre il rischio di essere sbeffeggiati.

Non importa: evviva le buone maniere, evviva la bellezza silenziosa nei gesti antichi!

Nel dire “buongiorno” guardando negli occhi, nello scrivere una lettera a mano sapendo che l’inchiostro trattiene il battito di chi scrive, nel mantenere una promessa anche quando nessuno controlla. Questi gesti non fanno rumore, non chiedono acclamazioni, ma costruiscono fiducia. Fondamentale è credere che le parole abbiano un peso e che, proprio per questo, vadano scelte e usate con cura. È un’etica minuta, fatta di attenzione, che non si oppone al nuovo ma lo disciplina.

Nelle relazioni umane, “essere all’antica” è fedeltà. Non nel senso rigido del possesso, ma in quello profondo della presenza. È restare quando sarebbe più facile andarsene, parlare quando il silenzio sarebbe una fuga, perdonare senza dimenticare il rispetto per sé. È saper stare soli senza sentirsi vuoti, e stare insieme senza annullarsi. È credere che amare sia un sentimento che chiede tempo, cura e responsabilità.

Significa anche educare lo sguardo, imparando a cogliere la bellezza laddove non è immediata: in un viottolo di paese, in una giornata qualunque, in un volto segnato dalla vita. È gratitudine per le piccole cose, che non sono mai piccole per chi sa guardare. Amo credere che l’eleganza non sia un vestito, ma un modo di stare al mondo: nel rispetto, nella misura, nella discrezione. Un’eleganza che non esclude, ma accoglie.

È assolutamente improcrastinabile una rivoluzione silenziosa: restituire dignità all’ordinario, senso al quotidiano.

Non si tratta di imitare il passato, ma di dialogare con esso. Di scegliere, consapevolmente, ciò che merita di restare. Siamo tutti responsabili verso il futuro e se qualcosa resta, possiamo costruire. Restano i valori che tengono insieme le persone, restano le storie che insegnano, restano i gesti che parlano anche quando le parole sono esaurite.

Essere all’antica vuol dire difendere la gentilezza quando viene scambiata per debolezza, la lentezza quando è etichettata come inefficienza. È scegliere il dialogo invece dello scontro, l’ascolto invece delle urla.

È un modo di esistere che non si lascia consumare dall’urgenza, che non confonde il rumore con il significato. È la scelta di vivere con profondità in un mondo che si scapicolla in superficie.

E forse, proprio oggi, essere all’antica è il gesto più moderno che possiamo fare: restare umani con cura.

Anzi, con “perfetta osservanza”.

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Fausto Corsetti

Data:

14 Aprile 2026