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ATTUALITA’ DI GIOSUE’ CARDUCCI

A fronte della crisi valoriale che da troppo tempo sembra aver incancrenito la vita politica nazionale, non bisogna lasciarsi travolgere dalla sterile inconcludenza di un rassegnato sconforto, ritenendo irreversibile ed inarrestabile il degrado morale e civile che ne deriva.

Ci soccorra, al contrario, il sempre attuale insegnamento del Croce circa l’interpretazione storica, giusta la quale va considerato che anche i periodi di decadenza sono da ritenersi momenti eterni del progresso dell’Umanità, che si svolge come una spirale che comprende salite e discese, e non come una retta che si eleva continuamente verso l’alto, secondo l’illusoria configurazione   ottocentesca.

La perdurante validità della lezione del Carducci (Valdicastello 27 luglio 1835- Bologna 16 febbraio 1907), lo rende a noi coevo nella più generale cornice di una storia che -nel senso crociano del termine- ci è sempre contemporanea, in quanto oggetto di analisi da parte dei viventi, ai quali, in tal modo costantemente parlano gli Scomparsi protagonisti del passato, come amava affermare Giovanni Spadolini.

Carducciera unuomo di grandi ed intense passioni: dentro il crogiuolo della fantasia egli fuse riflessioni ed affetti, memorie e glorie degli antenati, passato, presente ed avvenire, avvertendo forte l’ufficio civile dell’arte, che fu poetica e con pari dignità prosastica. La sua prosa fu briosa ed armoniosa perché influenzata da una profonda sensibilità poetica; la sua poesia fu educativa, perché partecipò dalla concretezza dello svolgimento prosastico.

Seppe attualizzare il passato cogliendone i nessi profondi con il presente, grazie all’accuratezza dell’indagine storica che, unitamente a quella filologica, supportava un periodare dotto, schietto, talora arguto e, se necessario, polemico; ma sempre e comunque elegante. La forma dei suoi versi: – lo sottolineò il Croce– fu moderna e classicheggiante al contempo, sempre ricca  e varia.

In lui convissero una dimensione privata assai diversa da quella pubblica, nella quale ultima assaporò la gloria del cattedratico, poeta e scrittore illustre sino a conseguire il Nobel, così come la nomina a Senatore del Regno.

Come ogni vero poeta, egli fu alieno dal manifestare ad occhi profani l’immacolata divinità del suo cuore, che era tutta nei suoi versi: quell’Uomo che nell’apparire della vita quotidiana nascondeva gelosamente segrete cure, fino all’apparire burbero, nei momenti dell’ispirazione effondeva il profumo dei  fiori del suo amore, proteso a  trasmetterne l’essenza  inebriante  ai giovani di ogni tempo, rendendoli così a lui perennemente coetanei.

La dimensione privata che emerge dall’intimo dell’anima carducciana è quella di un uomo fondamentalmente tormentato, che- sono parole del Mola – aveva “la testa in biblioteca o per la cattedra e lo Stato, i sentimenti e la fantasia altrove; in casa le baruffe, i mugugni, i silenzi”.

Il turbinio delle passioni si sublimò nell’idealizzazione e nella calma contemplazione di una dimensione lirica che, insieme all’intensità dell’incessante sua operosità, lo sollevò da melanconie  altrimenti tarpanti.

Il contrasto tra il privato suo “essere” ed il pubblico suo “apparire”, tra la sua fragilità interiore e la forza leonina, quasi scontrosa, tramandata attraverso le foto, i ritratti e la prevalente  letteratura, ebbe un epilogo nel primo ictus che lo colpì a 50 anni, limitandone pesantemente la vita relazionale sino alla morte, che sopraggiunse in seguito al secondo ed inesorabile colpo, a 72 anni.

Pochi poeti hanno sentito così profondamente come il Carducci, che l’essenza della vita è l’Amore, dalla dimensione di una singola figura femminile, a quella grandiosa della Patria, o “polis” che dir si voglia, che impone oggi il ritorno alle origini storiche ed etimologiche della politica, da vivere come servizio, impegno severo, dedizione disinteressata ed assoluta al bene comune.

Chi non ama o non ha mai amato, non può trasmettere agli altri alcuna passione attraverso quella che, altrimenti, risulta essere una fredda espressione estetica, priva del fuoco vivificatore del sentimento: non può esservi alcuna sintonia tra l’aridità di un’ispirazione di maniera e la fertilità di un’anima disposta a ricevere  la linfa vitale di un sincero trasporto poetico.

L’amore fortissimo per l’Italia unita ed indipendente, emancipata da condizionamenti settari o confessionali, si sostanziò nel costante impegno del Carducci ad educare i giovani alla religione del Dovere, al senso dello Stato ed al culto della libertà nell’ordine, cioè della libertà senz’altro. Ogni suo scritto, poetico o prosastico, scaturito da tale impegno, mirò a formare le coscienze dei cittadini di uno Stato di recente creazione, da amare, da conservare e da far progredire con ogni pur necessario sacrificio. Nell’ottica dell’ascesa morale e civile della nuova Italia, va inquadrata la passione carducciana per il mondo classico greco e latino, costituente le radici sia dell’acquisita Patria unita, che della vagheggiata Europa da costruire.

Non poteva egli, pur convintamene fautore di riforme nel campo del lavoro, della sanità, dell’istruzione, essere un rivoluzionario, in quanto il suo anelito per il rinnovamento- anche nel settore sociale- non fu mai traumaticamente indirizzato a sconvolgere l’esistente: il progresso nella continuità fu il motivo ispiratore del suo costante impegno politico.

Carducci fu tra i principali fondatori nel 1889 della Dante Alighieri, nata per tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiana nel mondo. Ciampi, da Presidente della Repubblica, più volte sottolineò il ruolo della Dante Alighieri e la figura del poeta toscano, evocandone l’impegno morale e civile.

Sia durante l’esercizio del mandato presidenziale che dopo la scadenza, il Capo dello Statocitò o lesse pubblicamente le poesie e i discorsi del Carducci, sottolineandone la dimensione di Maestro dell’identità nazionale e di promotore della coscienza civica  degli italiani.

Ciampi fece sovente menzione delle considerazionistoriche del Carducci – con particolare riferimento ai valori della bandiera italiana e del Risorgimento – a supporto della propria opera di riscoperta e di valorizzazione dei simboli patriottici della Repubblica.

La passione del Carducci per l’arte, per la Patria e per la civiltà, non gli preclusero di dare importanza a quella faccenda “frivola” che si chiama Amore, come se fosse possibile che un’ispirazione poetica potesse prescindere dalla fonte più bella offerta dalla vita.

Beatrice per Dante, Laura per Petrarca, Silvia per Leopardi …, sono le conferme più note al vasto pubblico circa l’importanza della figura femminile per la creatività poetica. L’impeto tumultuoso di un sentire perennemente giovane, addolcì e tormentò nello stesso tempo il “Professore” che, oberato dagli affanni della scuola, era felice quando poteva distrarsi dalle sue pressanti occupazioni, per perdersi con adolescenziale entusiasmo nello sguardo di Lidia, una delle donne da lui amate.

Anche in età avanzata, il Poeta avvertì profondamente nel suo cuore che l’ispirazione più forte gli veniva da un caro volto femminile e così, rivolgendosi ad Anna, scriveva : “Scende dai miei pensieri l’eterna dea Poesia sul cuore e grida: o vecchio cuore, batti! E docile il cuore nei tuoi grandi occhi di fata s’affisa e chiama: dolce fanciulla, canta”.

Come in ogni artista autenticamente mosso da profonde fonti di ispirazione, prima fra tutte l’evocato Amore, nel Carducci operò costantemente la Natura, con i suoi colori, i suoi profumi, le sue voci, in una composizione armoniosa incalzata dalla percezione della caducità del Tempo: “E precipita l’ora. O bocca rosea, schiuditi, o fior dell’anima, o fior del desiderio, apri i tuoi calici: o care braccia, apritevi !”, è l’esortazione rivolta a Lidia nell’ode Ruit hora.

E’ incontestabile che alla perdurante crisi della politica contemporanea abbia contribuito- e non poco-  anche la caduta libera della cultura, intesa come istruzione educante al discernimento ed a conseguenti scelte informate per una rappresentanza parlamentare degna non solo per capacità tecnico- istituzionali, ma anche e soprattutto per requisiti morali e civili.

L’agone politico si è ridotto, viceversa, ad invettiva sguaiata per demonizzare l’avversario, svilito a vero e proprio nemico, da spiare magari anche nei recessi più reconditi della sua vita affettiva, con intendimenti diffamatori che nulla hanno a che fare con  il pubblico bene .

Abbeverarsi alle fonti del sapere, ma soprattutto agli esempi dei grandi del passato, ci aiuterà a ritrovare la linfa vitale di un’etica sociale che si manifesta anche nel senso della misura, della sobrietà, della capacità di ascolto e del civile confronto, senza tralasciare quell’eleganza della forma che, lo insegnava S. Agostino, è anche sostanza.

Quella del Carducci è storia a noi contemporanea nel senso crociano del termine, in quanto ogni storia, pur nell’oggettività degli accadimenti che la caratterizzano, non può che essere contemporanea attraverso il filtro soggettivo di chi la ricostruisce.

Sembra una costante della civiltà occidentale che, ogni qualvolta essa si muova per progredire, debba prima ripiegarsi su se stessa, risalire alle origini, approfondire le basi sulle quali si innalza, fino a recuperare le fondamenta del proprio essere: Carducci non si sottrasse a tale costante, rendendosene interprete nel cogliere il sottile filo rosso che lega passato, presente e futuro.

Se tramite sofisticate apparecchiature riusciamo a percepire dei suoni che arrivano da sistemi solari anni-luce da noi distanti,  come se fossero a noi cronologicamente vicini, lo stesso in un certo qual modo accade per la storia.

Anche attraverso di essa, è dato elevarsi verso la più alta meta delle cose quae  sunt  spiritus, per afferrare  la fune salvifica lanciata verso l’eternità dal Creatore di ogni celestiale e terrena armonia. Per tale via, è dato rendersi partecipi, pur  nell’ umana finitezza della nostra vita, dell’immortalità e del divino che si  rivela in ogni retto sentire e che getta un ponte  verso l’infinito.

                 

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Tito Lucrezio Rizzo

Data:

4 Ottobre 2026
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