Per chi segue la politica migratoria dell’UE, il 12 giugno 2026 sembrava una scadenza ambiziosa per l’attuazione del Patto sulla migrazione e l’asilo adottato nel maggio 2024. Il Patto, di difficile gestione, consiste in un voluminoso pacchetto di misure distribuite su una serie di strumenti giuridici, sul quale i 27 Stati membri dell’UE hanno impiegato anni per raggiungere un accordo, alcuni con meno entusiasmo di altri.
Il 12 giugno è ormai passato e, come era prevedibile, l’attuazione rimane un lavoro in corso. Ciò che preoccupa maggiormente è che alcuni Stati membri non si sono dimostrati del tutto trasparenti su come intendono procedere all’attuazione. L’Italia è tra questi. Sebbene gli Stati membri non fossero obbligati a pubblicare il Piano nazionale di attuazione (Pan) che ciascuno era tenuto a elaborare e presentare alla Commissione europea entro il 12 dicembre 2024, molti lo hanno fatto. L’Italia ha preferito non farlo.
Le ragioni a favore della trasparenza sono solide. La politica migratoria è una delle questioni più polarizzanti del nostro tempo. Il dibattito sulle disposizioni del Patto è stato acceso, con preoccupazioni costantemente espresse riguardo alla misura in cui i diritti umani saranno – o non saranno – tutelati nell’ottica di snellire le procedure di frontiera, aumentare i rimpatri e disincentivare ulteriormente la migrazione irregolare.
In tale contesto, il Tribunale Amministrativo del Lazio è stato chiamato a pronunciarsi sull’eventuale obbligo da parte del Ministero dell’Interno di accogliere la richiesta delle organizzazioni della società civile di rendere pubblico il Pan. Con sentenza del 3 marzo 2026, il Tribunale ha stabilito che il rifiuto del Ministero di accogliere tale richiesta è illegittimo. Il TAR ha ritenuto che l’argomentazione generica secondo cui la pubblicazione avrebbe «pregiudicato le relazioni internazionali» e «riguardato la sicurezza e l’ordine pubblico» non fosse sufficiente a giustificare il rifiuto. Il pregiudizio specifico avrebbe dovuto essere individuato e, in ogni caso, sarebbe stato difficilmente applicabile all’intero documento.
Ciononostante, a distanza di tre mesi, il Pan non è ancora stato pubblicato integralmente. Al suo posto, il Decreto-Legge n. 100/2026, pubblicato il 12 giugno 2026, si limita a delineare le misure urgenti da adottare per garantire il rispetto del Patto. La visione del governo su come verrà attuato il Patto nel suo complesso rimane misteriosa. A parte la spiacevole impressione che il governo abbia qualcosa da nascondere, la mancanza di trasparenza è rilevante perché, come afferma un commentatore [1], «il successo o il fallimento del Patto dipenderà in ultima analisi non da ciò che è stato concordato a Bruxelles, ma da come verrà attuato alle frontiere europee, nei centri di accoglienza, negli uffici per l’asilo e nelle comunità locali […] Alcuni Stati membri stanno già segnalando che potrebbero non partecipare pienamente al nuovo quadro. Il rischio non è solo che le garanzie vengano indebolite, ma che il Patto si frammenti in un mosaico di approcci nazionali anziché nel sistema europeo comune che si intendeva creare».
Secondo Palazzo Chigi, il DL 100/2026 allinea la legislazione nazionale alla direttiva sulle norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e ai regolamenti europei riguardanti la procedura comune per la protezione internazionale, la procedura di rimpatrio alla frontiera, i controlli sui cittadini di paesi terzi alle frontiere esterne e il sistema di identificazione Eurodac. Strano, quindi, che il decreto riguardi anche l’accesso al lavoro per i richiedenti protezione internazionale e, in particolare, estenda a 90 giorni il periodo durante il quale è loro vietato lavorare, cosa che non risulta né necessaria né urgente nell’ambito del pacchetto di misure previste dal Patto.
Nel frattempo, a Bruxelles, sono in corso negoziati sul prossimo bilancio a lungo termine dell’UE, ovvero il quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2028-2034. La riunione del Consiglio europeo del 18-19 giugno si è concentrata su un «pacchetto negoziale» presentato dalla presidenza cipriota del Consiglio dell’UE che, pur proponendo una riduzione complessiva del 2% rispetto al finanziamento originariamente proposto dalla Commissione europea (CE), mirava a mantenere la proposta della CE di stanziare 30,6 miliardi di euro per la gestione della migrazione e delle frontiere. Si tratta quasi del triplo del bilancio equivalente per l’ultimo periodo del QFP 2021-2027. La CE aveva proposto un aumento nella stessa proporzione per le cosiddette «azioni in materia di affari interni» (HOME), ovvero iniziative volte a finanziare progetti transnazionali specifici, appalti pubblici e sostegno di emergenza nei settori della migrazione, dell’asilo, delle frontiere e della sicurezza interna. Ciò include i finanziamenti AMIF, che in passato hanno consentito alla FCEI di innovare, in particolare in relazione al suo programma dei corridoi umanitari. È quindi deludente che l’attuale proposta preveda una riduzione di quasi un quinto dell’aumento stanziato, da 22,4 miliardi di euro a 18,8 miliardi di euro. La cifra definitiva non è ancora chiara: i negoziati, guidati nei prossimi sei mesi dalla presidenza irlandese, entreranno ora nella fase critica nota come «triloghi», durante la quale le diverse istituzioni dell’UE si scontreranno sulle priorità e sui bilanci.
Ciò che è chiaro è che investire ingenti somme nella gestione delle frontiere difficilmente risolverà i problemi di fondo. Nel frattempo, non ci resta che cercare di indovinare quali siano le reali intenzioni dei governi nazionali – e dell’UE – mentre dichiarano di voler affrontare quella che sta rapidamente diventando una delle questioni più controverse – e costose – del nostro tempo.
[1] https://euobserver.com/222278/the-eus-asylum-pact-is-live-but-its-workings-remain-in-the-dark/
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