Soprannominata Melonellum, la legge che vuole decidere chi governa prima di votare è passata alla Camera. Si chiama ufficialmente riforma della legge elettorale, ma a Palazzo tutti la chiamano già “Melonellum”. Un nome che dice tutto: nasce dall’idea del governo Meloni di dare all’Italia un sistema chiaro, con un volto e un nome sulla scheda, e con un premio che eviti governi zoppi e legislature spezzate. Il primo scoglio è stato superato. Ora il testo vola al Senato, dove però l’iter rischia di complicarsi. Se lì verranno inserite modifiche, in primis il ritorno alle preferenze tanto reclamate da Forza Italia e da una parte di Fratelli d’Italia, il provvedimento dovrà tornare a Montecitorio per la terza lettura. E i tempi si allungheranno.
Nel cuore del Melonellum ci sono tre pilastri. Il primo è l’indicazione del premier sulla scheda. Chi vota, vota anche il capo del governo. Non più coalizioni fumose costruite dopo le urne, ma un nome in chiaro, scritto nero su bianco. L’obiettivo è semplice: responsabilità e governabilità. Gli elettori devono sapere chi li guiderà il giorno dopo, e quel leader dovrà poi rispondere direttamente di quello che fa. Il secondo pilastro è il premio di maggioranza. Alla lista o alla coalizione collegata al premier che ottiene più voti viene assegnato un bonus di seggi tale da assicurare almeno il 55% dei seggi alla Camera e una quota analoga al Senato. Basta con i ribaltoni di palazzo e con le maggioranze risicate che durano un anno. L’idea è quella di un Parlamento che rispecchi la scelta fatta dagli italiani, non i tatticismi dell’ultima notte. Il terzo pilastro sono i collegi uninominali e plurinominali, con sbarramento al 5% per le liste e al 3% per le coalizioni. Meno frammentazione, partiti più grandi, meno microparticelle che ricattano il governo.
Alla Camera il testo è passato con i voti della maggioranza, tra applausi e qualche mugugno. Fratelli d’Italia spinge perché sia la legge della legislatura, quella che consegnerà stabilità al Paese. La Lega ha votato sì pur chiedendo correttivi sui collegi del Nord. Forza Italia ha incassato l’impegno a discutere le preferenze in Senato. Dall’altra parte, le opposizioni hanno votato compatte contro. Per il Pd è un “vulnus alla rappresentanza”. Per il M5S è “una legge fatta su misura per tenere in piedi il governo”. Per Azione e Italia Viva è “maggioritario selvaggio” che cancella le minoranze. Le critiche vere però non sono solo politiche. I costituzionalisti fanno notare che legare così strettamente premier e premio rischia di svuotare il ruolo del Parlamento e di concentrare troppo potere nell’esecutivo. I politologi rispondono che senza governabilità l’Italia resta ingovernabile. È lo scontro di sempre: più democrazia diretta o più democrazia rappresentativa.
E ora il Senato. È qui che si gioca la partita vera. Palazzo Madama è più piccolo, più nervoso, e lì i rapporti di forza interni alla maggioranza contano di più. Forza Italia ha già annunciato emendamenti per reintrodurre le preferenze. Vuole dare agli elettori la possibilità di scegliere i nomi, non solo i simboli. Una richiesta che piace anche a pezzi di FdI e che imbarazza il governo, perché le preferenze riaprono le lotte interne e rischiano di favorire i notabili locali rispetto alla linea del partito. Se il Senato cambia il testo, si torna alla Camera. Terza lettura, nuovi voti, nuovi ricatti. E il rischio è di arrivare a ridosso delle prossime elezioni europee e regionali senza una legge nuova. Meloni lo sa. Per questo sta trattando personalmente con Tajani e Salvini, cercando un compromesso che tenga insieme la richiesta di governabilità con quella di rappresentanza. Il messaggio è: prima facciamo passare il cuore della riforma, poi discutiamo dei dettagli.
Il Melonellum, se dovesse diventare legge, cambierebbe il modo di fare politica in Italia. Finirebbero le campagne elettorali fatte di 20 leader che si presentano insieme e poi si fanno la guerra il giorno dopo. Ci sarebbe un candidato premier per campo, riconoscibile, con un programma. Gli elettori saprebbero che votando un partito votano anche un governo. E chi vince, governa davvero, con i numeri per farlo cinque anni. Il rovescio della medaglia è che chi perde, perde tutto. Meno spazio per i piccoli partiti, meno mediazione, più bipolarismo. È il modello che l’Italia ha cercato di inseguire per 30 anni, tra Mattarellum, Porcellum e Rosatellum, senza mai riuscirci fino in fondo.
Tra un paio di mesi sapremo se questa volta è quella buona. Se al Senato reggerà la compattezza o se le preferenze faranno saltare il banco. Se il testo tornerà alla Camera e uscirà in tempo per le prossime urne. Nel frattempo una cosa è certa: con il Melonellum non si vota più solo per un partito. Si vota per un nome, per un governo, per cinque anni di responsabilità. E quando gli italiani entreranno in cabina, non potranno più dire “non sapevo”. Sapranno esattamente chi stanno scegliendo. E quel giorno, chi vincerà non avrà più alibi.
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