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BURNING SPEAR, IL RUGGITO DI LIBERTÀ DEL LEONE DEL REGGAE

L’artista giamaicano dal palco di Molfetta infiamma il pubblico con la sua musica identitaria e profondamente politica

La leggenda del reggae giamaicano porta la sua mentalità di leone della musica delle radici a Molfetta. Burning Spear, al secolo Winston Rodney, si è esibito il 12 luglio all’Eremo Club di Molfetta (Bari), per l’unica tappa nel Sud Italia del suo tour “Continuation of the Marcus Garvey Self Reliance”. Un evento partecipato e molto ben riuscito, quello organizzato da Bass Culture, nello stesso posto in cui, otto anni fa, si era esibito Lee “Scratch” Perry, altro monumento della musica giamaicana, scomparso nel 2021.

C’era grande attesa negli ambienti “underground” pugliesi per il concerto di Burning Spear, ma le numerose aspettative hanno incontrato un’esibizione all’altezza della situazione. Accompagnato dalla sua Burning Band, alla veneranda età di 81 anni l’artista non ha perso un centesimo della sua intensità e del suo magnetismo sul palco. Un concerto che suona come una ininterrotta liturgia di novanta minuti, in cui il cantante giamaicano porta sul palco i brani di una lunghissima carriera, che ha attraversato (e continua a farlo) la storia della musica e quella civile come un fiume carsico per ben sei decenni. Libero dalle ossessioni della musica contemporanea per le folle oceaniche e gli algoritmi, Spear passa dal microfono alle percussioni con la leggerezza di chi non ha più nulla da dimostrare, ma vuole continuare a divertirsi e divertire.

Dai brani dedicati a Marcus Garvey, gigante della storia giamaicana tra i fondatori della religione rastafariana, a quelli più militanti: la visione prospettica del reggae, la sua missione risiedono nella convinzione per cui non vi sia alcun grado di separazione tra la spiritualità e la dimensione etica, politica e sociale di ciascuno di noi. Ben lungi dall’essere sovrapponibile alle forme di mistica individuale, la religione rastafariana rielabora il cristianesimo dandogli una chiave di lettura comunitaria e collettiva. Ecco, quindi, che Burning Spear porta sul palco di Molfetta la musica che canta la schiavitù dei neri, il loro riscatto e la profonda radice identitaria della cultura reggae. Un’onta storica che il nostro Occidente non si sforza neanche più di nascondere sotto il tappeto; così, Burning Spear e la reggae music ci impegnano a ricordare che “autodeterminazione”, “diritti umani” e “giustizia sociale” non sono parole musealizzate nelle esperienze dei due secoli scorsi, ma lotte vive e rivendicazioni contemporanee.

Le ritmiche in levare, magistralmente eseguite dalla Burning Band, sono al servizio di un ruggito di libertà e indipendenza che, nella sua lunga e fortunata carriera, l’artista giamaicano non ha mai cessato di emettere. «L’integrità di un uomo non sarà mai in vendita», tuona Spear in una delle sue citazioni più celebri. Nella postura prospettica, ormai ineludibile, del “pensare globale e agire locale”, l’idea di portare in Puglia un artista con un radioso curriculum di lotte per l’indipendenza dei popoli africani (da quelle in Zimbabwe alle battaglie anti-apartheid in Sud Africa) rappresenta non solo un contributo fondamentale alla vita culturale del territorio, ma anche un monito a non abbassare i riflettori sulle troppe ingiustizie del nostro mondo. Dal pubblico si leva la bandiera della Palestina, simbolo contemporaneo di resistenza: è la plastica resa del senso che il reggae custodisce. Il mito dell’Etiopia culla del cristianesimo, la figura di Jah come Dio dei popoli, la riappropriazione identitaria delle popolazioni afrodiscendenti e di tutte quelle rese schiave, lo studio e l’interpretazione della “black music” nella sua forma più fedele e radicale: è la ricetta per trasformare la religione da «sospiro della creatura oppressa» (come la definiva il filosofo Marx) a canto di ribellione e riscatto dei popoli che ancora oggi gemono sotto il tallone dell’imperialismo e del suprematismo bianco.

D’altra parte, non esiste nulla della dimensione artistica di Burning Spear e del roots reggae che sfugga alla precipua e intrinseca missione politica della musica; il nome d’arte scelto da Rodney, infatti, è un omaggio al nome di battaglia di Jomo Keniatta, storico leader africano dei moti contro il colonialismo bianco. Al netto del grande valore artistico di Spear, candidato a dodici Grammy Awards e vincitore in due occasioni, l’apporto dell’artista giamaicano è – oggi più che mai – ancora di grande ispirazione. A maggior ragione, poi, in un contesto surreale come il nostro, in cui gli autori (anche i più acclamati) si interrogano sul dovere dell’arte di prendere posizione e parlare contro ingiustizie e violenze. Bene, Burning Spear non ha mai avuto dubbi sulla natura totalmente politica della musica e delle arti; una lezione preziosa, che non è mai superfluo ribadire.

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Attilio Miani
Direttore responsabile

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Data:

17 Luglio 2026

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