
A volte basta fermarsi qualche secondo per scoprire qualcosa che non stavamo cercando. Mi è successo mentre scorrevo distrattamente TikTok, passando da un video all’altro, tra discussioni accese, polemiche, richieste di regali virtuali e dirette che spesso sembrano gare a chi riesce a farsi notare di più.
Poi, all’improvviso, mi sono imbattuta in una voce, in uno strumento, in una melodia. E ho smesso di scorrere.
A catturare la mia attenzione è stato Roberto Colletti, un musicista maturo che, durante una diretta, proponeva due brani scritti da lui. Niente cover, nessun espediente per inseguire il tormentone del momento. Soltanto la sua musica, la sua voce e uno strumento suonato con una precisione che mi ha fatto intuire subito quanto studio, esperienza e dedizione ci fossero dietro quella performance.
Non è stata soltanto l’interpretazione a colpirmi, ma soprattutto la qualità dell’esecuzione. Ascoltandolo, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un musicista con un percorso autentico alle spalle, lontano dall’idea, sempre più diffusa, che basti accendere una telecamera per diventare artisti.
Approfondendo la sua storia, ho scoperto che Roberto si è avvicinato alla musica a soli sei anni, studiando clarinetto e sassofono. Un cammino fatto di esercizio, spartiti, ricerca e passione, costruito nel tempo e alimentato da una dedizione che traspare anche attraverso uno schermo.
È proprio questo aspetto che mi ha spinto a soffermarmi sulla sua esperienza. Perché dietro una diretta di pochi minuti può esserci una vita intera di studio, sacrifici e amore per la musica, elementi che non sempre trovano lo spazio che meritano nel mondo frenetico dei social.
Roberto, inoltre, non vive esclusivamente di musica. Svolge un lavoro lontano dal mondo dello spettacolo e coltiva la propria passione ritagliando spazio tra gli impegni quotidiani. Una realtà che conosco e che considero significativa, perché rappresenta quella di tanti artisti che, pur non potendo dedicarsi interamente alla propria vocazione, continuano a scrivere, comporre e suonare senza rinunciare a ciò che sentono di avere da esprimere.

Nel suo percorso figurano l’album La mia libertà e il brano Il tuo respiro, pubblicato quest’anno. È proprio quest’ultimo ad affrontare un tema particolarmente doloroso: la perdita di un neonato da parte di una madre.
Si tratta di un argomento delicatissimo, che richiede sensibilità, misura e rispetto. Ritengo che raccontare attraverso la musica un dolore simile significhi confrontarsi con una sofferenza profonda, spesso vissuta nel silenzio e difficile persino da nominare.
Per questo credo che Il tuo respiro meriti un ascolto attento, senza fretta e senza superficialità. Quando una canzone affronta esperienze tanto intime, non può essere giudicata soltanto attraverso pochi secondi di ascolto o sulla base di una prima impressione. Occorre concederle il tempo necessario per comprenderne il significato e lasciarsi raggiungere dalle emozioni che può suscitare.
Ho appreso, inoltre, che Roberto sta lavorando a un nuovo disco, intitolato Senza limiti. Un titolo che mi sembra racchiudere bene la determinazione di chi continua a credere nelle proprie capacità, pur senza avere necessariamente alle spalle una grande produzione, un’etichetta importante o una struttura promozionale in grado di garantire visibilità.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, i social network mostrano un volto diverso da quello a cui siamo abituati.
TikTok e le altre piattaforme vengono spesso raccontati come luoghi dominati da polemiche, esibizionismi e contenuti costruiti per catturare l’attenzione per pochi secondi. Anch’io mi rendo conto di quanto il rumore possa prevalere sulla sostanza, ma credo che sarebbe riduttivo fermarsi soltanto a questa immagine.
La mia esperienza con la diretta di Roberto me lo ha ricordato: gli stessi strumenti che spesso alimentano la superficialità possono trasformarsi in occasioni preziose per far emergere capacità artistiche che, altrimenti, rischierebbero di rimanere sconosciute.
Una diretta può diventare un incontro inatteso. Un ascoltatore può trasformarsi nel primo anello di una catena di condivisioni. Un brano può raggiungere, attraverso il passaparola digitale, persone disposte ad ascoltarlo davvero.
Naturalmente, non penso che la visibilità garantisca automaticamente il successo, né che il valore di un musicista possa essere misurato dal numero di visualizzazioni o di interazioni. Sono convinta, però, che avere la possibilità di essere scoperti rappresenti un primo passo importante, soprattutto per chi non dispone di grandi mezzi economici o di canali promozionali consolidati.
Ed è proprio questa riflessione che mi ha accompagnato dopo aver ascoltato Roberto Colletti.
Quante persone capaci di scrivere, suonare e trasmettere emozioni autentiche restano nell’ombra mentre la nostra attenzione viene continuamente catturata da contenuti destinati a esaurirsi in un istante?
Quanti musicisti, autori e interpreti meriterebbero qualche minuto in più del nostro tempo, ma finiscono per essere ignorati perché non fanno abbastanza rumore?
Non voglio proclamare Roberto un fenomeno senza che il pubblico abbia avuto modo di conoscere la sua musica. Non sarebbe corretto nei suoi confronti e non è questo lo scopo del mio racconto.
Quello che desidero fare è dare spazio a una scoperta che mi ha colpito e invitare chi legge a farsi un’opinione personale, andando oltre la fugacità di una diretta.

Roberto Colletti merita, prima di ogni altra cosa, di essere ascoltato. I suoi brani sono disponibili su piattaforme come Spotify e YouTube, dove chi è curioso può approfondire il suo percorso e valutare direttamente il suo lavoro.
È questo, in fondo, il senso che attribuisco al mio ruolo di autrice: raccontare ciò che incontro, condividere ciò che mi colpisce e provare a portare all’attenzione dei lettori realtà che rischierebbero altrimenti di passare inosservate.
Credo che il giornalismo possa fare anche questo: accendere una luce su storie, persone e talenti che non sempre trovano spazio nei circuiti più visibili. Non per costruire artificialmente un successo, ma per offrire un’occasione di conoscenza e lasciare che siano poi il pubblico, l’ascolto e la qualità del lavoro a parlare.
Vorrei che i social non fossero soltanto luoghi in cui si discute per avere ragione o si compete per conquistare qualche secondo di attenzione. Mi piacerebbe che diventassero sempre più spazi di incontro, capaci di mettere in contatto sensibilità diverse e di restituire visibilità a chi ha qualcosa da comunicare attraverso l’arte.
La musica, quando è autentica, riesce a superare barriere che sembrano insormontabili. Può nascere in una stanza, prendere forma attraverso uno strumento e arrivare, inaspettatamente, a qualcuno che non sapeva nemmeno di aver bisogno di ascoltarla.
La storia di Roberto Colletti mi ha ricordato proprio questo: a volte il talento non bussa alle porte giuste, ma compare in una diretta qualsiasi, nel mezzo di uno scroll distratto.
La differenza la fa chi decide di fermarsi, invece di passare oltre. Chi ascolta con attenzione, chi riconosce la passione che si nasconde dietro una canzone e chi sceglie di condividere quella scoperta con gli altri.
Io, questa volta, ho deciso di fermarmi e di raccontarla.
Perché, in mezzo a tanto rumore, credo che ci sia ancora spazio per la musica vera. E perché, qualche volta, basta dare ascolto a una voce per scoprire una storia che vale la pena raccontare.
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