La città che sale è un importante dipinto ad olio su tela realizzato nel 1910 dal pittore italiano Umberto Boccioni.

La sua carriera è stata prolifica e frenetica come la sua vita. In circa dieci anni l’artista ha saputo scrivere una delle pagine più importanti del XX secolo contribuendo allo sviluppo di un movimento del quale è ancora oggi uno dei volti più noti: il futurismo. Ed è proprio in questa corrente pittorica, letteraria e sociale che si inserisce “La città che sale”.

Nel 1907 l’artista si stabilisce a Milano e inizia a vivere il fermento artistico che il capoluogo meneghino riesce a trasmettere. Dopo aver approfondito e assorbito le dinamiche divisioniste grazie all’incontro con Gaetano Previati, entra in contatto con i futuri amici e colleghi Luigi Russolo e Carlo Carrà. Soprattutto, però, conosce il padre del futurismo: il poeta Filippo Tommaso Marinetti. Le sue teorie – raccolte nel Manifesto del Futurismo – colpiscono con grande forza Boccioni: gli ideali di una corrente nuova, energica e, se necessario, anche violenta entrano in forte comunione con lo spirito indomito e insoddisfatto dell’artista di Reggio Calabria. L’influenza è talmente forte che lo stesso Boccioni scrive a sua volta la propria visione del pensiero nel Manifesto Tecnico della Pittura Futurista, pubblicato l’11 aprile del 1910 e firmato insieme a Carrà, Russolo e Balla. La città che sale è la città che si espande in altezza.
In quest’opera Boccioni rappresenta “la città che si espande in altezza”, una zona periferica di una grande città, Milano, dove sono in costruzione nuovi edifici che l’artista osserva dalla finestra della propria abitazione.
Il primo titolo adottato da Boccioni per questo quadro era: Il lavoro.
Precisamente l’artista si ispira alla costruzione di una centrale elettrica nella periferia della città, per celebrare il “progresso industriale” tanto amato dai poeti futuristi.
Il fulcro del dipinto è un cavallo di colore rosso fuoco, ben visibile in primo piano sulla destra del dipinto, mentre sta trainando con la sua massima forza, fuso nello sforzo con la fatica degli uomini, operai che lo spronano e incitano. Il cavallo è di grandi dimensioni, di un rosso fiammeggiante, e rappresenta la dirompente vitalità che si sprigiona dalla energia animale, una sorta di Pegaso che tutto travolge nel suo galoppo.
L’immagine del cavallo viene ripetuta altre quattro volte, in alto a sinistra e a destra, per esaltare la frenetica velocità del movimento e rendere l’idea del ribollire dei lavori tutt’intorno. In secondo piano si distinguono degli uomini e sullo sfondo i cantieri e le impalcature dei palazzi in costruzione. Le figure del dipinto si compenetrano con lo sfondo formando un insieme inscindibile.
Non è una scena realistica, l’artista Boccioni sintetizza sulla tela ciò che vede e ciò che ricorda, vuole trasmettere la positività del fermento dato dall’attività. La carica dinamica dell’insieme risulta esasperata. Riguardo alla compenetrazione tra figura e sfondo, scrive Boccioni nel Manifesto tecnico della scultura futurista:
“I nostri corpi entrano nei divani su cui ci sediamo, e i divani entrano in noi, così che il tram che passa entra nelle case, le quali alla loro volta si scaraventano sul tram e con esso si amalgamano.” La fusione tra soggetto e ambiente è la strategia adottata dai futuristi per rendere la rappresentazione del movimento e della sua velocità.
Nulla in questo quadro risulta statico.
La tecnica usata da Umberto Boccioni in questo dipinto è ancora divisionista con colori espressionisti, forti e irreali che puntano sulla violenza cromatica, ma stesi a puntini.
I colori accesi contribuiscono a sottolineare la forza irrefrenabile della città che si espande.
La profondità non viene rappresentata dal pittore attraverso la prospettiva geometrica (ad eccezione dell’edificio sullo sfondo) ma tramite la sovrapposizione delle forme e il variare delle loro grandezze.
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