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UN PO’ DI STORIA: DALL’UNIVERSALISMO DEI DIRITTI AI DIRITTI UMANI – Quarta Parte

Le “lotte per i diritti” nell’Ottocento

Evocazione dell’eguaglianza “universale” e preservazione di alcune differenze coesistono nel discorso dei diritti e svolgono un ruolo fondamentale nel momento in cui i diritti divengono una componente importante del discorso pubblico e del conflitto politico-sociale. Realizzata l’eguaglianza dei soggetti-di-diritti, cominciano a venire al pettine le differenze legate alla razza, al genere, alla proprietà assunte fino a quel momento come un presupposto immodificabile dello stesso discorso dei diritti. I tentativi di sciogliere questi nodi occupano l’intera storia dell’Ottocento e del Novecento.  Una differenza flagrante era legata alla razza e alla contrapposizione fra liberi e schiavi, una contrapposizione che la colonizzazione delle Americhe aveva trasformato in un fenomeno di enorme rilievo.

La differenza è difficile da rendere compatibile con l’enfasi universalistica dell’eguaglianza dei diritti. In realtà, la denuncia di questa differenza in nome dell’eguaglianza stenta non poco a essere formulata. La liceità giuridica della schiavitù è un’eredità del mondo antico accolta nella tradizione dello ius commune. Qualche opinione dissenziente prende ad essere formulata nel corso del Settecento (ad esempio da Diderot), ma nemmeno l’ingresso trionfale dei diritti nel cuore dei processi costituenti in America e in Francia è sufficiente a mettere in crisi la contrapposizione fra libero e schiavo.

Contro una pratica sociale e un istituto giuridico ancora fiorenti sono i diritti dell’uomo a essere invocati, da Mary Wollstonecraft in Inghilterra e in Francia, da Olympe De Gouges e da Condorcet. Sono i diritti dell’uomo la parola d’ordine lanciata da un ex schiavo, François Dominique Toussaint Louverture, nella durissima battaglia per la libertà che egli conduce contro i coloni francesi. Ex schiavo, guidò la rivolta degli schiavi di Saint-Domingue, oggi Haiti. Il suo acume militare e politico seppe salvare gli ideali della prima rivoluzione haitiana nel novembre 1791. Egli combatté dapprima per gli spagnoli contro la Francia e poi per la Francia contro Spagna e Gran Bretagna. Combatté infine per Haiti contro la Francia napoleonica.

Risultò fondamentale nella trasformazione dei primi moti rivoluzionari in una vera e propria rivoluzione che nel 1800 scoppiò a Santo Domingo, la più prospera colonia di schiavi dell’epoca, nella prima vera e propria società libera coloniale con l’esplicito rifiuto della razza come base di scala sociale. Le resistenze, anche nella Francia rivoluzionaria, sono forti e occorrerà attendere il 1794 perché finalmente i giacobini giungano all’epocale abolizione per la prima volta al mondo della schiavitù che sarà di lì a poco reintrodotta da Napoleone e cancellata definitivamente solo nel 1848.

È indubbio che i diritti diedero prova di essere un argomento “anti-discriminatorio” di una certa efficacia. I diritti non furono le leve che mossero il mondo ad abolire la schiavitù, però svolsero una funzione importante nel discorso pubblico, agendo come strumenti retorici dotati di una non trascurabile capacità performativa nella misura in cui riuscirono a mettere in difficoltà gli apparati difensivi dello status quo.

La lunga lotta condotta in nome dei diritti contro la discriminazione schiavistica è un esempio eloquente del ruolo che, a partire dagli ultimi anni del Settecento, i diritti svolgono nello scenario dell’Occidente. Il loro funzionamento nel discorso pubblico è caratterizzato dalla drammatizzazione di un contrasto: fra il pathos universalistico dell’eguaglianza e la persistenza di differenze che si pretendono antropologicamente fondate e immodificabili.

La realizzazione della democrazia implica primariamente, nel quadro del dibattito sette-ottocentesco, l’introduzione del suffragio universale, l’attribuzione dei diritti politici a tutti i cittadini, e richiede il superamento tanto delle discriminazioni di genere nella sfera dei diritti civili, quanto delle esclusioni legate alla proprietà, nel tentativo di dimostrare, alla luce della dimensione egualitaria dei diritti fondamentali, l’illegittimità delle discriminazioni. Si ripropone il ricorso all’universalismo dei diritti è argomentazione che deve smantellare l’antica equazione fra proprietà, razionalità, indipendenza. Razza, genere, proprietà: contro queste  discriminazioni si dirigono le “lotte per i diritti” che attraversano tutto l’Ottocento.

I diritti cui fanno riferimento le battaglie egualitarie combattute a partire dalla Rivoluzione francese sono moral rights come  i diritti teorizzati dai filosofi del giusnaturalismo. I moral rights settecenteschi, i diritti naturali -la libertà e la proprietà- erano divenuti “diritti civili”, in quanto assunti come parte integrante dei nuovi ordinamenti, ma erano stati “positivizzati” in modo da renderli compatibili con le differenze di razza, di genere, di censo indispensabili, secondo consistenti settori dell’opinione pubblica, per il mantenimento dell’ordine.

Si riapre la dialettica fra ciò che dovrebbe essere e ciò che è: i diritti realizzati, i diritti positivizzati -la libertà-proprietà- non esauriscono il discorso dei diritti, perché altre pretese emergono; pretese “giuste” e tuttavia non ancora accolte dall’ordinamento esistente, che, se non ancora tradotte in diritti positivi, hanno tutti i crismi per essere considerate moral rights. I moral rights nell’Ottocento non possono quindi più giovarsi della fondazione messa a punto dai loro progenitori settecenteschi: l’idea di un nesso immediato e diretto con l’individuo “in quanto tale”. I moral rights continuano ad essere invocati, ma hanno perduto la loro base ontologica e possono essere presentati soltanto come declinazioni di un principio di eguaglianza la cui cogenza è più postulata che dimostrata.

La democrazia nell’Ottocento è in sostanza un capitolo di quella “lotta per i diritti” che è uno degli elementi caratterizzanti del secolo. I diritti in generale appaiono come moral rights, pretese giustificate, atti di rivendicazione sostenuti dal principio universalistico dell’eguaglianza. Emerge un aspetto del discorso dei diritti che merita di essere valorizzato come una sua determinante componente di senso: il diritto del soggetto come momento qualificante dell’azione del pretendere, il diritto come strumento e posta in gioco del conflitto politico-sociale. È in questa prospettiva che emerge un tema centrale nel processo di formulazione e rivendicazione dei moral rights: il tema del riconoscimento.

La lotta per i diritti persegue obiettivi precisi, combatte contro deprivazioni o incapacità specifiche, quali ad esempio l’esclusione censitaria dalla titolarità dei diritti politici. Formulare e giustificare una pretesa nel vivo di un conflitto è un’azione già di per sé dotata di senso. Ancora una volta, occorre “universalizzare” la classe dei soggetti-di-diritti in nome di un’eguaglianza che travolge ogni distinzione, recuperando la specificità femminile come una risorsa preziosa ed impedendo un’applicazione “discriminante” della differenza. Una classe di soggetti discriminati contesta i dispositivi di esclusione in nome dell’universalismo egualitario. Reclamare l’eguale diritto al voto è un’azione socialmente rilevante grazie alla quale una classe di soggetti, messi ai margini in ragione del censo o del genere, si impone all’attenzione della collettività e pretende di essere “presa sul serio”.

Nella lotta per la democrazia, una delle poste in gioco e uno degli obiettivi perseguiti è appunto superare quella marginalità o estraneità che aveva indotto Marx a descrivere il proletariato come “una classe della società civile che non è una classe della società civile”. Marx sottolinea il significato dell’emancipazione umana mentre critica la rivoluzione politica già subita attraverso i cambiamenti di regime visti in Francia e gli Stati Uniti. Secondo Marx, le libertà offerte dai diritti umani sotto il capitalismo non sono liberatorie e servono solo a costringere l’individuo e a separarlo dai suoi simili. Attraverso la sintesi dei concetti di emancipazione umana sulla rivoluzione politica, l’egotismo dei diritti, lo sfruttamento capitalista dei bisogni, l’alienazione del lavoro e le potenziali complicazioni di un sistema senza diritti definiti, si può dedurre dal punto di vista di Marx che le libertà offerte dai diritti umani sotto il capitalismo non sono liberatorie e servono a costringere l’individuo e a separarlo dai suoi simili.

Attraverso la sintesi dei concetti di emancipazione umana sulla rivoluzione politica, l’egotismo dei diritti, lo sfruttamento capitalista dei bisogni, l’alienazione del lavoro e le potenziali complicazioni di un sistema senza diritti definiti, si deduce che dal punto di vista di Marx sia necessario andare oltre i diritti borghesi. É l’azione rivendicativa e in Marx rivoluzionaria, la formulazione della pretesa, prima ancora del suo adempimento, dei diritti sociali e civili.

In ogni caso, nell’enunciazione dei moral rights, prima ancora della loro positivizzazione, si produce l’effetto, socialmente rilevante, del riconoscimento. Quando diciamo che le donne o i non-proprietari rivendicano il suffragio universale sviluppiamo argomentazioni per combattere l’esclusione in nome dell’eguaglianza. Determinante è la convinzione, pressoché unanime, di una differenza qualitativa fra “loro” e “noi”: alla luce di una filosofia della storia come progresso, come distacco dalla arcaica barbarie alla civiltà moderna, le culture extraeuropee venivano collocate lungo questo asse ideale e presentate come più o meno lontane dal culmine incarnato nella civiltà europea e occidentale.

È a partire da questo assunto – l’incolmabile divario di civiltà che separa “noi” da “loro” – che si diffonde lo schema di legittimazione della colonizzazione dominante nell’Ottocento: la colonizzazione come compito di civilizzazione, come diritto-dovere dell’uomo bianco nei confronti dei “selvaggi”. La contrapposizione fra l’Occidente civile e moderno e le arcaiche e barbare società extra-europee non è una tesi soltanto funzionale agli interessi della colonizzazione: è parte integrante di una più generale auto-comprensione dell’Occidente.

Civiltà, modernità e Occidente si implicano a vicenda e contrassegni essenziale della civiltà moderna occidentale sono per l’appunto lo Stato-nazione e i diritti: i diritti positivi, la libertà-proprietà, ma più in generale i diritti attribuibili a un soggetto, i diritti realizzati come le giuste pretese ancora inevase. L’universalismo dei moral rights, la dinamica delle ottocentesche “lotte per i diritti” tendono a muoversi in un cerchio spazialmente e culturalmente delimitato: quella civiltà moderna che solo l’Occidente è riuscito a realizzare.

(Continua)

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Gabriella Bianco

Data:

14 Maggio 2026