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BICICLETTA MON AMOUR

Quelle due ruote non sono mai uscite davvero dalla mia vita. Vivono nei miei ricordi più intimi e, anche dopo tanti anni, basta pensarci perché tutto torni: un profumo, una luce, il battito improvviso di un’emozione.

Ogni volta che guardo una bicicletta sento riaffiorare dentro di me la stessa limpida gioia: spensieratezza, libertà, desiderio di partire.

Mi basta stringere il manubrio, spingere sui pedali e affidarmi alla strada perché qualcosa dentro di me si accenda. Il vento mi sfiora il viso, le ruote accarezzano l’asfalto e torna quella vertigine felice dell’equilibrio che, da bambino, sembrava una conquista immensa.

In quei momenti ritrovo il tempo in cui il mondo mi appariva sconfinato e, insieme, meravigliosamente semplice: ogni strada era una promessa, ogni curva l’inizio di un’avventura.

Per me, imparare ad andare in bicicletta significò molto più che trovare l’equilibrio.

Fu il mio primo, indimenticabile assaggio di libertà.

Ricordo le rotelline, le mani di mio padre salde sul sellino, le sue raccomandazioni, le cadute e quella paura che allora mi pareva enorme. Poi, quasi senza che me ne accorgessi, le sue mani lasciarono la presa. Per un istante fui solo: sospeso tra il terrore di cadere e lo stupore di scoprire che potevo avanzare con le mie gambe; l’esplosione sul viso di un sorriso che ancora oggi riesco a sentire.

Quel primo tratto senza aiuto fu la mia piccola grande rivoluzione. Il portone di casa smise di essere soltanto un ingresso e diventò il confine di un territorio tutto da scoprire. Il cortile, la strada sotto casa cambiarono volto: con due ruote, un manubrio e poche pedalate, mi sentii improvvisamente più grande.

La bicicletta diventava il primo mezzo di emancipazione.

Arrivò l’adolescenza, e con lei gli amici, le risate, le sfide nate dal nulla e le partenze senza una meta precisa. Uscivo per andare da qualche parte e finivo, felicemente, per andare e basta. La destinazione contava poco: ciò che amavo era il viaggio, quel tempo libero e pieno che soltanto la bicicletta sapeva regalarmi.

Le strade diventavano scenari di libertà.

Pedalavo al tramonto, mentre il cielo cambiava lentamente colore. Attraversavo il quartiere, i parchi e le piazze; imboccavo strade secondarie soltanto per il piacere di scoprire dove conducessero. Ogni chilometro aggiungeva un frammento alla storia che stavo vivendo assieme ai miei amici.

Rivedo ancora le biciclette appoggiate a un muro mentre parlavamo per ore, le mani strette sul manubrio, i capelli scompigliati dal vento. Ricordo le ginocchia graffiate, le catene saltate, le gomme da gonfiare e, sopra ogni cosa, quella libertà senza confini che nessuna mappa avrebbe mai saputo indicare.

Poi, senza chiedere permesso, la vita cambiò.

Arrivarono gli studi, gli impegni, le responsabilità. La mia bicicletta finì in cantina, silenziosa dietro una porta, mentre automobili, treni e autobus prendevano il posto delle pedalate.

Ma certe passioni non scompaiono davvero.

Restano lì, in attesa.

Così, un giorno, sono tornato in sella. Forse mi guidava la nostalgia, forse il bisogno di muovermi; so soltanto che, appena ho ricominciato a pedalare, ho sentito di ritrovare una parte di me.

La sorpresa è che il corpo ricorda.

Le mani hanno ritrovato il manubrio, i piedi hanno riconosciuto i pedali. Poche esitazioni e tutto è tornato: il mondo che scorre accanto, l’aria sul viso, la strada che si apre davanti a me come una possibilità.

Solo che questa volta siamo diversi.

Oggi non pedalo più per dimostrare di essere grande. Pedalo perché ho imparato, finalmente, quanto sia raro e prezioso sentirmi davvero libero.

Anche la tecnologia, nel frattempo, ha cambiato il modo di vivere la bicicletta. Le biciclette elettriche hanno reso la pedalata accessibile a nuove persone e a nuove esigenze: possono accompagnare nel tragitto quotidiano, aiutare a superare una salita, rendere più semplice scegliere le due ruote anche per andare al lavoro.

E così la bicicletta entra ancora una volta nella nostra vita, ma con un volto nuovo.

Per me non è più soltanto un ricordo d’infanzia: è una presenza viva. È il modo di attraversare la città senza sentirmi prigioniero del traffico, di trasformare uno spostamento in un momento tutto mio, di arrivare a destinazione con ancora addosso l’aria e il movimento, senza osservare il mondo dietro un finestrino.

Forse è questo che amo più di ogni altra cosa: la bicicletta tiene insieme pezzi e tempi diversi della mia vita.

È il giocattolo con cui ho imparato a cadere e rialzarmi. È il compagno delle prime avventure con gli amici. È il mezzo con cui, da adulto, ho potuto riscoprire una parte di me che credevo perduta.

E, per me, continua a essere soprattutto una promessa.

La promessa che, almeno per qualche chilometro, posso lasciare alle spalle la fretta e tornare ad ascoltarmi.

Pedalare significa avanzare senza essere trascinati. Significa partecipare al viaggio, sentire la strada, affrontare il vento contrario e godere della discesa.

La libertà, in fondo, non è sempre qualcosa di grande e lontano: a volte ha due ruote.

Ha il rumore della catena, il profumo dell’asfalto dopo la pioggia, la luce del sole tra gli alberi. Ha il vento sul viso e una strada davanti.

E mentre pedalo, anche solo per un po’, riaffiora in me quel bambino che ero.

Poi guardo avanti e, in quell’ombra proiettata sull’asfalto, riconosco l’uomo che sono diventato: più grande, certo, ma ancora capace di meravigliarsi.

E con la stessa irresistibile voglia di partire, spingere sui pedali, offrirmi al vento e alla strada.

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Fausto Corsetti

Data:

3 Ottobre 2026
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