C’è, spesso, un momento in cui smettiamo di farci domande, forse perché la vita ci ha dato le risposte sbagliate, o perché noi non siamo riusciti a decifrare quelle giuste quando ci sono passate accanto. Continuiamo ad andare avanti, certo, ma con una specie di stanchezza quieta addosso, come se ogni stagione ci avesse consegnato qualcosa e, insieme, ci avesse sottratto qualcos’altro. Allora ci guardiamo dentro e abbiamo l’impressione di non essere mai veramente cresciuti, ma solo scivolati lungo un piano inclinato: non travolti da un crollo improvviso, ma accompagnati lentamente da una pendenza quasi impercettibile, fatta di rinunce, doveri, occasioni mancate e piccoli conti rimasti aperti.
Mi spiego, perché non si tratta soltanto di malinconia o di quel vago rimpianto che ogni tanto ci prende a tradimento. È qualcosa di più concreto: il sospetto, a volte doloroso, che l’esistenza non abbia distribuito pesi e ricompense con la stessa misura per tutti.
Non di rado, quando ci lasciamo prendere da certi paragoni, lo sconforto ci sorprende all’improvviso e ci sembra di essere come uno di quei braccianti della parabola evangelica: uomini che hanno sopportato, fin dal mattino, il peso della fatica e il caldo della giornata, per poi vedersi ricompensati dal padrone della vigna nello stesso modo di chi è arrivato soltanto all’ultima ora.
In altre parole, guardandoci alle spalle, ci accorgiamo di aver lavorato molto nella nostra vita: per vivere dignitosamente, per sostenere la nostra famiglia, talvolta anche per tendere una mano agli altri. Eppure, proprio ora che abbiamo lasciato il lavoro, può insinuarsi in noi l’amara sensazione di non avere molto da raccogliere, mentre vediamo persone che hanno fatto e dato di meno avviarsi verso una vecchiaia apparentemente più sicura.
Per molto tempo, lo confesso, ho pensato che in quella parabola ci fosse qualcosa di ingiusto, qualcosa che urtava il mio più umano istinto di misura e di proporzione.
È vero: il padrone della vigna è libero di essere generoso e, in fondo, non viene meno all’accordo preso con quelli della prima ora. E tuttavia mi sono ripetuto spesso che avrebbe potuto riservare loro almeno una piccola “mancia” di gratificazione, un segno in più, un riconoscimento discreto: dopotutto, avevano prodotto di più, avevano resistito più a lungo, avevano dato alla giornata il meglio delle loro forze.

Ho continuato così a rimuginare il mio mugugno, quasi custodendolo come una ragione segreta, perché mi ero convinto di appartenere anch’io a quella schiera di lavoratori presentatisi di buon mattino, puntuali, disponibili, instancabili.
Poi, un giorno, è arrivata una folgorazione. Dovevo rovesciare la parabola, guardarla da un’altra parte, lasciarmi raggiungere dal suo grande messaggio di consolazione invece di restare impigliato nei cavilli dell’ingiustizia.
Crediamo spesso di essere quelli della prima ora perché non ci tiriamo mai indietro. Qualcuno chiede: “Chi mi dà una mano?” e noi, senza pensarci troppo, rispondiamo: “Eccomi!”. Affaccendati e affaticati, zappiamo ogni giorno l’orto della vita con pazienza, con il capo chino e le mani sporche di responsabilità, mentre altri sembrano godersi il tempo, sottrarsi alla fatica e, qualche volta, perfino approfittare della nostra disponibilità.

Su questa parte in attivo della nostra partita con Dio teniamo gli occhi ben aperti: la ricordiamo, la misuriamo, la lucidiamo quasi fosse una medaglia. E, nel profondo, restiamo pronti a presentare il conto di ciò che pensiamo ci sia dovuto.
Ma c’è anche una parte passiva, meno visibile e più scomoda da ammettere: le ripicche, le critiche, i giudizi sbrigativi, i pregiudizi nascosti. Anche in questo, se siamo sinceri, siamo operai attivi sin dal primo mattino.
Se il Signore dovesse comportarsi da ragioniere preciso, annotando ogni voce e addebitandocela senza sconti, che cosa resterebbe davvero della nostra ricompensa?
Ben venga allora una contabilità alla grande, larga di misura, anzi senza misure; una contabilità che non chiude il registro con freddezza, ma lascia spalancata una speranza. Perché anche se riusciremo a smettere di essere cattivi — quel tanto e quel poco che ciascuno conosce di sé — soltanto all’undicesima ora, il denaro che apre la porta ci sarà dato ugualmente.
Da quando ho capito che la parabola è “rovesciabile”, molte cose mi sono diventate più comprensibili proprio nel momento in cui ho rinunciato del tutto a pretendere di capirle. Forse è questo il passo più difficile e più liberante: smettere di pesare ogni merito, ogni torto, ogni confronto. Se riusciremo a vivere “senza contabilità”, lasciandoci guidare soltanto dall’impulso del cuore, scopriremo di essere molto più ricchi di quanto pensavamo.
Quando ci viene la tentazione di fare i conti nella vita degli altri, fermiamoci un istante e ricordiamoci che i conti si fanno sempre alla fine. E forse, proprio alla fine, scopriremo che la misericordia ha saputo rovesciarli meglio di noi.
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