Mettere accanto Heinrich Heine e Massimo Del Zio può sembrare insolito, ma il confronto aiuta a capire come, in epoche molto diverse, l’amore possa cercare immagini simili nella natura. Lungi lungi, nella traduzione italiana di Giosuè Carducci, nasce dal desiderio di portare la persona amata lontano, sulle rive del Gange, tra fiori, luna e palme.
Heine immagina un luogo quieto, quasi fuori dal tempo. Le viole «bisbiglian», le rose sembrano parlarsi e l’acqua del fiume scorre in lontananza. Anche l’amore viene espresso con parole semplici. I due potranno bere «sensi d’amore e di calma» e sognare insieme sotto una palma. La natura diventa il luogo in cui il sentimento può trovare pace.
Anche Libagioni eterne o desiderio sublime di Massimo Del Zio lega l’amore alla natura, ma lo fa in modo diverso. Qui il desiderio è più fisico. Nei versi «Scendo lieve come il vento / sui capezzoli di Venere» il corpo entra subito nella poesia. Poi arrivano le stelle, i fiumi, le messi e il vento. Il sentimento sembra allargarsi sempre di più.
Gli occhi diventano smeraldi, il cuore richiama l’oceano, i capelli si muovono nell’aria. Alla fine compare l’immagine «pian… mi rivestii d’Universo». L’amore non resta più chiuso tra due persone, ma si mescola con tutto ciò che circonda chi parla.
La distanza tra i due testi resta evidente. Heine cerca un luogo lontano dove fermarsi con la persona amata. Del Zio parte invece dal corpo e porta il desiderio verso il cielo e l’Universo. In Lungi lungi restano due persone sotto una palma. In Libagioni eterne o desiderio sublime resta un uomo che sente il proprio amore confondersi con la natura.
Heinrich Heine

Nacque nel 1797 a Düsseldorf, in Germania, in una famiglia ebrea. Il padre era commerciante. Dopo alcuni tentativi di avviarlo agli affari, la famiglia gli permise di studiare diritto. Frequentò le università di Bonn, Gottinga e Berlino, dove seguì anche corsi di filosofia e letteratura. Nel 1825 conseguì la laurea in legge e, nello stesso anno, si convertì al protestantesimo, anche perché agli ebrei erano ancora vietate diverse professioni pubbliche.
Aveva già iniziato a scrivere poesie da alcuni anni. Nel 1827 pubblicò il Buch der Lieder (Libro dei canti), che gli diede grande notorietà. Molti suoi versi furono in seguito musicati da compositori come Schubert e Schumann. Heine scrisse anche prose di viaggio, articoli politici e opere satiriche.
Nel 1831 si trasferì a Parigi, dove rimase fino alla morte. Seguì da vicino la vita politica francese ed europea e collaborò con giornali e riviste. I suoi scritti furono spesso criticati o censurati in Germania per le idee politiche e per il tono polemico. Nel 1841 sposò Crescence Eugénie Mirat, che chiamava Mathilde.
Negli ultimi anni soffrì di una grave malattia che lo costrinse quasi sempre a letto. Continuò però a scrivere e pubblicare. Morì a Parigi nel 1856, a cinquantotto anni, e fu sepolto nel cimitero di Montmartre.
La scelta
In Lungi lungi Heinrich Heine immagina di portare la persona amata molto lontano. Il posto scelto è sulle rive del Gange. Non ci sono città o case. Ci sono un giardino, la luna, il loto, le rose e una palma. Nei primi versi dice subito ciò che vuole: «su l’ali del canto / Di qui lungi recare io ti vo’».
La scena è quieta. Le viole «bisbiglian», le rose si chinano una verso l’altra e una gazella si ferma ad ascoltare. Anche il fiume arriva da lontano, con il suo rumore basso. Heine mette insieme piccoli movimenti e suoni leggeri. Tutto sembra fatto per tenere fuori il resto del mondo.
Lungi lungi
Lungi, lungi, su l’ali del canto
Di qui lungi recare io ti vo’:
Là, ne i campi fioriti del santo
Gange, un luogo bellissimo io so.
Ivi rosso un giardino risplende
De la luna nel cheto chiaror:
Ivi il fiore del loto ti attende,
O soave sorella de i fior.
Le viole bisbiglian vezzose,
Guardan gli astri su alto passar;
E tra loro si chinan le rose
Odorose novelle a contar.
Salta e vien la gazella, l’umano
Occhio volge, si ferma a sentir:
Cupa s’ode lontano lontano
L’onda sacra del Gange fluir.
Oh che sensi d’amore e di calma
Beveremo ne l’aure colà!
Sogneremo, seduti a una palma,
Lunghi sogni di felicità.
Alla fine restano soltanto i due amanti e una palma. Heine scrive «Beveremo» amore e calma, poi immagina lunghi sogni di felicità. Non racconta cosa succederà dopo. Gli basta fermare quel momento, lontano da tutto.
Massimo Del Zio

È nato a Milano il 15 luglio 1963. Ha studiato lettere e musicologia e nel 2003 si è laureato alla Sorbona di Parigi. Negli anni successivi ha ricevuto anche riconoscimenti accademici in ambito letterario e filosofico. Già da giovane si è dedicato alla poesia, alla narrativa, al teatro e alla musica.
Nel 1984 pubblicò Poesie Morali con Gabrielli Editori. Due anni dopo entrò nella Pontificia Accademia Tiberina di Roma, nella classe di Letteratura e Musica. Negli stessi anni partecipò a incontri e premi letterari e musicali. Nel 1987 ottenne a Capri l’Oscar d’oro della città per la sezione Letteratura e Musica e, nello stesso periodo, prese parte a manifestazioni artistiche e culturali a Firenze e in altre città italiane.
Nel settembre 1989 si trasferì a Parigi, dove vive ancora oggi. Ha continuato a scrivere e a comporre, pubblicando opere di poesia, narrativa e teatro. Tra i suoi titoli figurano I Cristalli del Tempio, Lux Panacea, Il Cavaliere Errante nell’Asia, Sotto i Veli dell’Etere, Il Sepolcrale, Idilli Minori, Le Olimpiche, la commedia Mast Francisch, il libretto d’opera Neroide e il romanzo storico Iddio mi chiamò sul monte Uliveto.
Negli anni ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in Italia e all’estero. Tra i più recenti figurano il Premio Apollo Dionisiaco, il Premio Kalos, il Premio Litterae Florentinae, il Premio Montefiore e diversi riconoscimenti assegnati tra il 2023 e il 2026. La sua attività continua a muoversi tra poesia, musica, ricerca letteraria e partecipazione a iniziative culturali.
La scelta
In Libagioni eterne o desiderio sublime Massimo Del Zio parte dall’amore, ma lo lega subito al corpo e alla natura. Il primo gesto è quasi un invito: «Portata su un calice d’amore, / cantami l’estrosa passione». Poco dopo compare Venere e il desiderio prende una forma più fisica, nei versi «Scendo lieve come il vento / sui capezzoli di Venere».
Da lì la poesia si allarga. Arrivano le stelle, i fiumi, il vento, le messi. Anche lo sguardo della donna sembra entrare dentro chi parla. Gli occhi diventano smeraldi e i capelli si muovono nell’aria. Il sentimento non resta fermo su una sola immagine: passa dal corpo alla terra e poi al cielo.
Libagioni eterne o desiderio sublime
Portata su un calice d’amore,
cantami l’estrosa passione.
Scendo lieve come il vento
sui capezzoli di Venere;
l’afrodisiaco elisir,
oh! Libagioni eterne!
Desiderio sublime!
Soleggiato dal tuo sguardo
che penetra,
d’oceano… il cuore!
Oh luminose stelle!
Scendon le remote stagioni,
«oh fiumi tranquilli»,
dolce il tuo sussurro,
odo lo stormir del vento!
Verdi parean smeraldi
«gli occhi tuoi limpidi»;
e magico… il crin volando!
Sulle terre vergini,
dorate le messi;
«Amor d’infinito a me perenne»,
pian… mi rivestii d’Universo.
L’ultimo verso raccoglie tutto quello che è arrivato prima. Dopo il corpo, gli occhi, il vento e la terra, compare l’Universo. «Pian… mi rivestii d’Universo» fa pensare a un sentimento che non resta più dentro una sola persona. Si allarga fino a comprendere ciò che la circonda.
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