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LA POESIA DEL VENERDI’ – Anna Achmatova e Sabrina Leupin

In Tutto è saccheggiato, tradito, venduto, Anna Achmatova ci porta in una realtà devastata. Le prime immagini sono chiare e non lasciano spazio a dubbi: sembra che tutto sia perduto, la morte è in agguato e «la miseria rode fino all’osso». Eppure sorprende la domanda che segue: «Perché allora non disperiamo?». La poesia si sviluppa proprio attorno a questo contrasto. Il dolore è presente, ma c’è qualcosa che continua a resistere.

La risposta passa attraverso immagini semplici. Le ciliegie che arrivano in città portano con sé l’estate, mentre di notte il cielo «brilla di nuove galassie». Fuori ci sono case distrutte e sporche, eppure il mondo conserva ancora qualcosa che non può essere annientato. Achmatova lo chiama «il miracoloso»: non lo definisce con precisione, ma lo sente vicino, quasi presente tra le macerie.

Anche Potremmo non avere il tempo di Sabrina Leupin nasce dalla paura che tutto possa finire. Qui, però, il pericolo è sentito come qualcosa di imminente. La ripetizione di «Potremmo non avere il tempo» attraversa l’intera poesia e rende sempre più concreta la possibilità che il futuro venga negato. Potrebbe non esserci più tempo per vedere «fiorire la pianta / sul balcone nel sole», né per condividere un’alba nella propria casa.

Le immagini quotidiane si affiancano a quelle della distruzione. L’abbraccio, la pianta, la casa e la luce dolce che illumina gli occhi appartengono a una vita normale, ma sono minacciati da «una luce furiosa» e dal «lampo dell’odio». Così la luce cambia significato: prima è una carezza, poi diventa qualcosa che può distruggere. Anche la parola «forse», ripetuta verso la fine, lascia sospesa la distanza tra ciò che si teme e ciò che potrebbe davvero accadere.

Le due poesie affrontano la distruzione da punti diversi. Achmatova scrive in un mondo già ferito e si interroga sul perché, nonostante tutto, la speranza non sia morta. Leupin guarda invece a un pericolo che si avvicina e teme che non resti abbastanza tempo per vivere ciò che ancora esiste. Nella prima poesia, tra le case rovinate, arrivano le ciliegie e si accendono le stelle; nella seconda, una pianta sul balcone potrebbe non fare in tempo a fiorire.

Anna Achmatova

Nacque nel 1889 nei pressi di Odessa, con il nome di Anna Andreevna Gorenko, e crebbe soprattutto a Carskoe Selo, vicino a San Pietroburgo. Scelse il cognome Achmatova per firmare le proprie poesie. Nei primi anni del Novecento entrò nell’ambiente letterario russo e fu tra le figure principali dell’acmeismo, movimento che cercava una poesia più chiara e concreta rispetto al simbolismo. La sua vita fu segnata anche dalle persecuzioni del regime sovietico: il primo marito, Nikolaj Gumilëv, venne fucilato nel 1921 e il figlio Lev fu arrestato più volte. Morì nel 1966 nei pressi di Mosca.

Achmatova pubblicò le prime raccolte, Sera e Rosario, negli anni Dieci e divenne presto una delle poetesse russe più conosciute. Nei suoi versi compaiono l’amore, la separazione, la memoria, la guerra e la sofferenza vissuta durante gli anni della repressione staliniana. Una delle sue opere più note è Requiem, scritta a partire dall’esperienza delle lunghe attese davanti alle carceri di Leningrado, dove cercava notizie del figlio. Per molti anni alcune sue opere non poterono essere pubblicate liberamente in Unione Sovietica.

La sua poesia usa spesso immagini semplici e precise, legate a oggetti, luoghi e gesti quotidiani. In Tutto è saccheggiato, tradito, venduto il punto di partenza è una realtà distrutta dalla morte e dalla miseria. Eppure, dopo la domanda «Perché allora non disperiamo?», compaiono le ciliegie portate in città, il cielo notturno e le «nuove galassie». Tra le case rovinate resta così qualcosa che continua a resistere e che la poetessa chiama «il miracoloso», senza spiegare fino in fondo che cosa sia.

La scelta

Achmatova parte da un contesto di rovina e sofferenza. In Tutto è saccheggiato, tradito, venduto sembra che tutto sia ormai perduto: la morte è in agguato, la miseria arriva «fino all’osso» e le case sono in rovina. Eppure, proprio dopo queste immagini, arriva una domanda inattesa: «Perché allora non disperiamo?». È qui che la poesia cambia direzione.

La poetessa accosta alla distruzione alcune immagini semplici di una vita che continua. Le ciliegie arrivano in città, l’estate ritorna e, di notte, il cielo «brilla di nuove galassie». Questi piccoli segni contrastano con ciò che appare all’inizio. Anche in una realtà ferita, quindi, qualcosa rimane vivo e impedisce alla disperazione di avere l’ultima parola.

Tutto è saccheggiato, tradito, venduto

Tutto è saccheggiato, tradito, venduto,
la grande ala nera della morte graffia l’aria,
la miseria rode fino all’osso.
Perché allora non disperiamo?

Di giorno, dai boschi circostanti,
le ciliegie portano l’estate in città;
di notte i cieli profondi e trasparenti
brillano di nuove galassie.

E il miracoloso si avvicina così tanto
alle case rovinate, sporche –
qualcosa di sconosciuto a chiunque,
ma desiderato da secoli nel nostro petto.

Nell’ultima parte compare «il miracoloso». Achmatova non spiega esattamente che cosa sia, ma lo sente vicino, persino alle «case rovinate, sporche». Può essere letto come una speranza, un bisogno di bellezza o semplicemente come qualcosa che continua a far desiderare la vita. La poesia non cancella il dolore dei primi versi. Lo lascia davanti agli occhi, ma accanto a esso mette le ciliegie, il cielo e qualcosa che, nonostante tutto, continua a essere desiderato.

Sabrina Leupin

Scrive poesia per passione e ha pubblicato alcuni suoi testi in piccole antologie e riviste. Anche sul web sono presenti sue poesie: il sito Report On Line – Poesie le dedica una pagina e segnala, tra i suoi testi, Ricami gotici. La scrittura resta per lei soprattutto un modo per esprimere pensieri, stati d’animo ed emozioni.

Nei suoi interessi trovano spazio temi diversi. Non ama infatti una poesia legata sempre allo stesso argomento e dedica particolare attenzione alla spiritualità e all’esoterismo, che studia da molti anni. Il mistero, ciò che non si può spiegare subito e ciò che si nasconde dietro la realtà visibile entrano così spesso nel suo modo di osservare le cose.

La scelta

Sabrina Leupin si sofferma sulla paura di perdere ciò che fa parte della vita quotidiana. In Potremmo non avere il tempo il pericolo non è ancora arrivato, ma viene sentito come vicino. La poesia nasce proprio da questa incertezza. Il tempo potrebbe finire prima di permetterci di vivere gesti semplici, come vedere una pianta fiorire o svegliarsi accanto alla persona amata.

La ripetizione di «Potremmo non avere il tempo» dà ritmo al testo e rende più forte il senso di minaccia. Le immagini della casa, dell’alba, dell’abbraccio e del balcone appartengono a una vita normale, ma vengono accostate al «fuoco dei giorni folli» e al «potere fanatico di illusi». Così, ciò che fa parte di ogni giorno appare fragile e può essere interrotto all’improvviso.

Potremmo non avere il tempo

Potremmo non avere il tempo
nel fuoco dei giorni folli,
nel bruciare famelico e febbrile
del potere fanatico di illusi,
di vedere fiorire la pianta
sul balcone nel sole.

Potremmo non avere il tempo
di abbracciarci nudi e sudati
d’amore e di vita in un’alba
destinata chissà, a non nascere
in questa nostra casa,
rifugio e nido interrotto.

Potremmo esplodere,
illuminarci di una luce furiosa.
Non quella dolce che ti bacia ora
e che rende i tuoi occhi più chiari…
La luce feroce, il lampo dell’odio
già guizza nelle strade del forse.

Forse….
Potremmo non avere più tempo.

Nella parte finale la luce cambia significato. Prima è quella «dolce» che illumina gli occhi, poi diventa «luce feroce» e «lampo dell’odio». La stessa immagine passa così dalla vita alla distruzione. L’ultimo «forse» lascia tutto sospeso, ma il verso conclusivo rende la paura molto più netta: il rischio non è soltanto perdere qualcosa, ma non avere più il tempo per viverla.

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Gian Carlo Lisi

Data:

11 Settembre 2026
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