Uno sguardo che non ha paura di guardare in faccia la verità accomuna le poesie di Wallace Stevens e quella di Rosa Colella. Anche se i due poeti descrivono mondi diversi, usano toni differenti e sono vissuti in periodi storici diversi, entrambi parlano dell’esperienza di allontanarsi dalle illusioni che gli uomini si creano, e di arrivare a vedere la realtà per quello che è veramente, senza alcuna consolazione.
Nella poesia L’uomo di neve di Wallace Stevens, il poeta ci invita a cambiare il nostro modo di vedere le cose, a svuotare la nostra mente dalle emozioni e dalle sofferenze, per poter osservare il mondo in tutta la sua semplicità. Solo se riusciamo a fare questo, possiamo ascoltare il vento che soffia su una terra spoglia e vedere le cose per quello che sono veramente. Allo stesso modo, in Crepuscolo, l’autrice descrive un’esperienza di perdita e di spaesamento, in cui tutte le finzioni e le maschere cadono, e l’io lirico si trova solo e senza alcun punto di riferimento, mentre il tempo scorre via e consuma ogni certezza.
Wallace Stevens usa un linguaggio semplice e misurato per esplorare i confini del nulla, mentre Rosa Colella usa un linguaggio più passionale ed esistenziale, dove la decadenza si traduce in frammenti e roghi simbolici. Tuttavia, entrambi i poeti arrivano allo stesso punto: la necessità di spogliare la nostra coscienza da tutte le sovrastrutture e le illusioni, per poter affrontare la realtà con le mani nude e vedere il mondo per quello che è veramente.
Wallace Stevens

È stato una delle figure più originali e influenti della poesia del Novecento, consacrato tra i massimi maestri del modernismo americano e insignito del Premio Pulitzer nel 1955. Nato in Pennsylvania nel 1879, ha condotto per tutta la vita un’esistenza singolare, lavorando per decenni come dirigente d’assicurazioni a Hartford e coltivando la scrittura poetica in una dimensione appartata, rigorosa e di altissima concentrazione intellettuale. Questo percorso lo ha portato a sviluppare uno sguardo unico, capace di interrogare con straordinaria lucidità il rapporto tra la mente umana e il mondo circostante.
Al centro della sua opera si colloca l’incessante dialogo tra immaginazione e realtà. Per Stevens, la poesia è lo strumento supremo attraverso cui l’uomo cerca di dare ordine e significato a un universo indifferente, spesso svuotato delle antiche certezze religiose o filosofiche. Il suo stile si distingue per un’eccezionale maestria linguistica, ricca di raffinatezze sonore, costruzioni visive nitide e un’eleganza formale che alterna l’astrazione filosofica alla sensualità dei colori e delle forme. Nei suoi versi celebri, come quelli dedicati ai paesaggi invernali o alle geometrie del pensiero, la parola poetica diventa un atto di pura contemplazione e una continua ricerca di chiarezza.
La sua riflessione trasforma l’esperienza estetica in una vera e propria forma di conoscenza, capace di rivelare come la bellezza non sia un semplice ornamento, ma una necessità vitale per abitare il mondo. L’opera di Stevens dimostra come il rigore del pensiero e l’incanto dell’immaginazione possano fondersi per esplorare i nodi più profondi della condizione moderna, rendendolo un autore fondamentale per comprendere la complessità della letteratura contemporanea.
La scelta
Per comprendere la forza del silenzio e la purezza della realtà spogliata da ogni artificio, a volte servono versi capaci di restituire con esattezza la limpida freddezza del mondo. È quello che accade ne L’uomo di neve (nella traduzione a cura di Renato Poggioli), una delle liriche più celebri e suggestive di Wallace Stevens. Attraverso immagini essenziali e cristalline, l’autore ci guida in un percorso di contemplazione assoluta, mostrando come solo distaccandosi dalle proprie proiezioni emotive sia possibile cogliere la verità più autentica delle cose.
Il componimento si sviluppa attraverso una progressione meditativa che invita il lettore a fare tabula rasa di ogni facile sentimentalismo: l’esigenza iniziale di assumere un «animo d’inverno» per osservare il gelo e gli alberi incrostati di ghiaccio senza leggervi per forza un dolore umano, fino al definitivo approdo verso una percezione pura e disincantata. La voce del poeta affronta il tema dell’indifferenza della natura con profondo rigore filosofico. Nella sua prospettiva, l’atto di ascoltare il sibilo del vento senza attribuirgli una sofferenza personale diventa un esercizio di estrema lucidità, capace di trasformare il vuoto in uno spazio di autentica consapevolezza.
L’uomo di neve
Si deve avere un animo d’inverno
Per contemplare questo gelo e i pini
Con le rame incrostate dalla neve;
E avere avuto freddo lungo tempo
Per guardare i ginepri irti di ghiaccio
I rudi abeti nel brillìo remoto
Del sole di gennaio; e non pensare
D’alcun duolo nel gemito del vento,
O nel suono di queste poche foglie,
Voci di una regione visitata
Da quel vento che sempre
Sibila sullo stesso nudo luogo
Per chi ascolta, chi ascolta nel nevaio,
E nulla in sé medesimo, contempla
Là quel nulla che è e che non è.
La bellezza di questa poesia sta nella sua capacità di unire un pensiero profondo con una descrizione visiva e sonora molto elegante. Ci invita a liberare il nostro sguardo dalle illusioni e a vedere il mondo come è veramente. Con “L’uomo di neve”, Wallace Stevens ci regala una lezione di poesia alta, mostrandoci che la verità più pura e duratura si trova nel silenzio e nella semplicità.
Rosa Colella

Nata a Bari, nota anche con lo pseudonimo “Phlebas”, è un’autrice e attivista culturale la cui produzione artistica si fonde con un costante impegno sociale. Attraverso la propria opera, per la quale vanta numerose pubblicazioni, intende la prassi poetica come un veicolo concreto di trasformazione etica, spirituale e materiale.
La sua cifra stilistica si distingue per una spontaneità ponderata, volta a preservare l’autenticità del messaggio e a mantenere una diretta aderenza alla realtà contemporanea. Animata dalla convinzione che l’arte debba farsi atto rivoluzionario, Colella trae linfa dagli spazi urbani e popolari per denunciare le ingiustizie sociali e rivendicare la dignità dell’essere umano in un contesto storico segnato dall’impoverimento culturale.
Attiva promotrice di rassegne ed eventi interdisciplinari che coniugano letteratura e musica, è membro del collettivo Brigate Poeti Rivoluzionari, del Club della Canzone di Bari e dell’associazione Alma Terra.
Fa parte, inoltre, della formazione corale In…Canti di Donne, nell’ambito della quale cura anche l’attività di ricerca etnomusicologica e storica legata al canto popolare. La sua attività si estende infine al campo pubblicistico attraverso collaborazioni stabili con testate quali Il Cantiere di Livorno e il Quotidiano di Bari.
La scelta
Per capire cosa significa sentirsi smarriti e quanto sia importante liberarsi da ogni illusione, a volte servono immagini chiare e forti, che danno subito la sensazione di un’esistenza senza punti di riferimento. È proprio questo che succede in Crepuscolo, un testo intenso e ricco di significati. Con versi spezzati e precisi, il testo guida il lettore in un percorso di progressivo smantellamento, mostrando come la perdita delle vecchie convinzioni possa essere l’unica strada per scoprire la verità pura di se stessi.
L’intera poesia procede con una tensione inquieta che contrappone la distruzione delle maschere alla ricerca di un senso autentico: il momento decisivo della «spoliazione radicale» davanti all’orizzonte del mare e, poco dopo, la sensazione di vertigine di un io che si scopre straniero al proprio canto, senza un posto dove appoggiarsi e sospeso tra il vasto cielo e gli ostacoli della storia. La voce poetica affronta il crollo delle illusioni e il tempo che passa inesorabile con grande forza. Nella visione del testo, il fuoco che brucia desideri e catene non indica una sconfitta definitiva, ma è il momento necessario di una crisi da cui ripartire a mani nude.
Crepuscolo
Spoliazione radicale
perdita
il mare orizzonte assoluto
schiuma leggera, si dissolve nell’onda.
Inganni, maschere crollano
perfetta metafora di senso?
l’io, spogliato d’ogne, si scopre
estraneo al proprio stesso canto,
sospeso nell’infinito del cosmo
e nell’inciampo della storia
non v’è focolare, né dimora
un sole stanco
si stende velo di porpora.
Febbrile il tempo si fa sabbia
l’uomo invano cerca il suo volto
in mezzo alle maschere e le catene
lo vede ardere sulla pira
coi desideri, nel falò
e resta un fumo denso di dubbi
e di sgomento
né ancore né dei
scintille sparse sulla cenere.
La forza di questi versi sta nell’efficacia di un linguaggio semplice, in grado di evocare il senso di sconforto senza mai ricorrere a artifici. Mostrando il luogo simbolico delle apparenze e la solitudine dell’uomo davanti all’infinito, l’opera invita a riflettere profondamente sui limiti e sulle debolezze della nostra condizione. Con Crepuscolo, il testo ci ricorda come, anche in mezzo al fumo dei dubbi e alla dispersione delle certezze, ci sono sempre scintille vive pronte a dimostrare la forza della ricerca interiore. Gian Carlo Li
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