Sempre più spesso, in questi ultimi anni, si sente parlare di ‘multiproprietà’, non più solo per evocare situazioni riguardanti il campo immobiliare, ma anche per indicare un fenomeno che sta trasformando il calcio moderno. In realtà, possedere più squadre, anche se in leghe diverse, era già presente nello sport statunitense – nel basket (NBA), nell’hockey (NHL) e nel football (NFL) – a partire dagli anni Sessanta. Un fenomeno interessante e di grande visione imprenditoriale, ma soggetto a regole rigidissime che vietavano e vietano tutt’oggi a una stessa persona o a gruppi societari di possedere più squadre all’interno della stessa lega. Lo scopo era quello di espandere il proprio impero economico valorizzando il mercato locale in più direzioni.
Diversa, invece, è la strada perseguita dalla multiproprietà nel calcio europeo – Multi-club ownership” (MCO) – la cui caratteristica principale è quella di concentrarsi esclusivamente sul mondo del calcio cercando di gestire il parco calciatori e controllare le trattative a proprio piacimento all’interno delle squadre di appartenenza. Manovre che finiscono col favorire, quasi sempre, il club principale.

Alla base vi è, naturalmente, l’obiettivo di accrescere il proprio business. Un percorso complesso e difficoltoso che ha aperto a dibattiti normativi e sociali e che ha posto seri interrogativi sull’opportunità o meno di praticare questo modello in un sistema sportivo fondato su valori educativi, sociali ed etici.
Le origini di questa evoluzione risalgono agli anni Novanta con l’azienda italiana Parmalat, la prima a intuire le potenzialità di questo istituto giuridico e a gestire contemporaneamente il Parma e il Palmeiras, squadra brasiliana. Successivamente, il fondo inglese Enic acquista club europei, come lo Slavia Praga, il Vicenza, l’AEK Atene e il Glasgow Rangers. E negli anni 2000, anche la famiglia Pozzo esercita la multiproprietà legando l’Udinese al Granada in Spagna e al Watford in Inghilterra. Ci sono, ovviamente, anche altri casi in Europa, ma ciò che preme sottolineare è il forte rischio di conflitto d’interesse. Un pericolo che aveva già ipotizzato la stessa UEFA che, nel 1998, colmò quel vuoto normativo – provvedimento divenuto esecutivo soltanto nel 2000 – impedendo allo stesso proprietario di avere due squadre nella stessa competizione europea. Ma qualche eccezione (v. Red Bull Salisburgo e R B Lipsia avversarie dirette nell’Europa League 2018-19 e Manchester City-Girona ammesse alla Champions League 2024/25) c’è stata, con la giustificazione di una mancata influenza decisiva da parte del club più importante.

Ancora più restrittiva la linea assunta in Italia che, attraverso la modifica dell’Articolo 16-bis delle NOIF (Norme Organizzative Interne della FIGC), avvenuta sotto la presidenza di Gabriele Gravina, sancisce il divieto assoluto della multiproprietà in capo a un soggetto, estendendolo anche ai parenti fino al quarto grado. Una norma resasi necessaria per salvaguardare la regolarità dei campionati dopo il caso del patron biancoceleste Claudio Lotito, proprietario di Lazio e Salernitana. Va precisato, tuttavia, che c’è una deroga transitoria alla norma che permette di gestire fino al 1° luglio 2028, termine ultimo e definitivo, le situazioni pendenti.
Ed è il caso della famiglia De Laurentiis proprietaria del Napoli e del Bari, due club professionistici. Salvo clamorosi ribaltoni, i De Laurentiis dovranno necessariamente cedere, entro quella data, uno dei due club. E considerando il fallimento del progetto multiproprietà sull’asse Bari-Napoli (testimoniato dalla furibonda reazione della tifoseria biancorossa che ha minacciato la diserzione dal San Nicola), si spera in una conferma definitiva della norma NOIF. Del resto, mancando la connessione emotiva fra il pubblico e la società, cosa ne è del calcio? Se il pallone diventa solo una fredda operazione finanziaria e ai tifosi si toglie la gioia di sognare, significa che la multiproprietà, almeno in questo caso, ha fallito nel suo scopo principale. Le logiche di profitto non possono combaciare con la passione della gente che resta, pur sempre, l’unico vero protagonista del calcio.
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