Il 2026 sarà ricordato come l’anno in cui il clima ha smesso di essere un avvertimento ed è diventato un fatto quotidiano.
Per 12 mesi consecutivi abbiamo superato 1,5°C di riscaldamento globale rispetto all’era preindustriale. È la soglia che il rapporto IPCC dell’ONU indicava come limite di sicurezza. Ora è alle spalle.
Cosa significa nella pratica? Significa che l’Artico si scioglie 3 volte più veloce delle previsioni del 2010. Significa che il 90% delle barriere coralline ha subito sbiancamento di massa negli ultimi 2 anni. Significa che intere regioni di Asia, Medio Oriente e Africa del Nord stanno diventando inabitabili per settimane l’anno a causa del caldo umido, quando la combinazione di temperatura e umidità supera i 35°C di “wet-bulb temperature”.
L’Italia ne è un esempio. L’estate 2026 ha portato la terza ondata di caldo con picchi di 44°C in Sardegna. Non è più un’eccezione. È la nuova normalità. Gli incendi hanno bruciato oltre 200.000 ettari in Europa mediterranea. Le alluvioni in Germania, Pakistan e Cina hanno causato danni per 150 miliardi di dollari nei primi 6 mesi del 2026.
La politica mondiale è in affanno. La COP30 in Brasile doveva essere la “COP dell’attuazione”. Ma i paesi ricchi non stanno mantenendo la promessa dei 100 miliardi l’anno per i paesi in via di sviluppo. Gli Stati Uniti oscillano a seconda dell’amministrazione. La Cina ha promesso il picco di emissioni entro il 2030 ma nel 2025 ha ancora approvato 50 GW di nuove centrali a carbone. L’India risponde: “voi vi siete sviluppati col carbone, ora tocca a noi”.
Nel frattempo l’economia si adatta, con o senza governi. Le grandi compagnie assicurative hanno smesso di coprire le nuove case in Florida, California e nelle zone costiere del Mediterraneo a rischio alluvione. I premi sono saliti del 40% in 3 anni.
L’agricoltura sta cambiando. La produzione di grano e mais è calata del 7% nelle regioni a clima temperato a causa di siccità e ondate di calore. Resistono solo colture OGM resistenti alla siccità e all’irrigazione a goccia. I prezzi del cibo sono saliti del 18% dal 2023.
Le migrazioni climatiche sono già 20 milioni di persone l’anno secondo l’OIM. Entro il 2050 saranno 200 milioni. Bangladesh, Sahel e America Centrale sono i punti più caldi.
Ci sono però due segnali nuovi e importanti. Primo: l’energia. Nel 2025 solare ed eolico hanno superato il carbone come prima fonte di nuova capacità installata al mondo. Mai successo prima. Il costo delle batterie è crollato del 70% in 5 anni. La Cina installa un GW di solare ogni 2 giorni. Secondo: l’adattamento. Le città stanno investendo. Rotterdam ha alzato le dighe di 2 metri. Singapore ha creato “foreste verticali” per abbassare la temperatura urbana di 3°C. Dubai sta sperimentando tetti riflettenti e sistemi di raffrescamento urbano.
Ma il tempo stringe. Gli scienziati dicono che abbiamo 5-7 anni per dimezzare le emissioni globali se vogliamo evitare i 2°C. Dopo i 2°C scattano i “tipping points”: scioglimento irreversibile della Groenlandia, rilascio di metano dal permafrost siberiano, collasso della corrente del Golfo.
Il costo dell’inazione è enorme. La Banca Mondiale stima che ogni grado in più di riscaldamento costa il 2% del PIL globale in danni. Con 3°C saremmo a -6% di PIL entro il 2050.
Il 2026 è quindi un anno spartiacque. Da una parte abbiamo la tecnologia per farcela: rinnovabili più economiche del gas, idrogeno verde che parte, cattura del carbonio che scala. Dall’altra abbiamo la politica che arranca e le lobby dei combustibili fossili che ancora incassano 7 trilioni di sussidi l’anno.
La domanda per i cittadini è semplice e brutale: vogliamo pagare ora con la transizione, o pagare dopo con le catastrofi? Ogni anno di ritardo aggiunge 0,1°C e trilioni di danni.
Il clima ha già votato. Ha scelto di scaldarsi. Ora tocca a noi decidere se vogliamo governare questo cambiamento o subirlo. Il 2026 non è l’inizio della fine. Può essere l’inizio della risposta.
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