Giusy è seduta sul letto della sua camera. La radio, appoggiata sul comodino, trasmette una canzone che conosce da sempre. Sono sufficienti poche note perché ritorni bambina, con quei ricordi nascosti da qualche parte e che all’improvviso riemergono. È Il cielo in una stanza. Senza pensarci troppo prende il telefono e manda un vocale a Francesca: “Quanti ricordi!”. Un gesto piccolo, quasi automatico. Come quello di Samuele che, mentre è in barca, fotografa il tramonto e lo condivide con gli amici. O di Leonardo che invia via e-mail la ricevuta del pagamento della retta universitaria. Sono azioni che si svolgono ogni giorno senza fermarci a riflettere. Condividiamo immagini, parole, documenti, frammenti di vita. Li affidiamo a strumenti digitali diventati parte naturale delle nostre relazioni. Lo facciamo perché pensiamo che esista ancora una “stanza chiusa”, solo nostra. Una stanza invisibile, fatta non di muri, ma di fiducia. Ma quanto è davvero chiusa quella porta?

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È da questa domanda che nasce il dibattito sul cosiddetto Chat Control o, più tecnicamente, Proposal for a Regulation laying down rules to prevent and combat child sexual abuse. Non si tratta di uno slogan innovativo per promuovere un nuovo parental control, né di un correttore grammaticale. La locuzione, a dire il vero, semplifica parecchio. Non riguarda solo le chat e non è una legge contro WhatsApp. L’espressione Chat Control si è progressivamente affermata nel linguaggio giornalistico quale denominazione convenzionale della proposta europea diretta a rafforzare il contrasto alla diffusione di materiale pedopornografico e al fenomeno del grooming, inteso come adescamento di minori online.L’obiettivo è difficile da criticare. Non riguarda soltanto le chat e non si applica a tutte le piattaforme in ugual modo. L’idea che il Chat Control sia un affare esclusivo di WhatsApp è imprecisa. WhatsApp è il simbolo del problema, non il suo unico destinatario. Il regolamento europeo non richiama all’appello singole aziende (del tipo “WhatsApp sì, Telegram no”), ma si limita a definire categorie di fornitori di servizi digitali in generale. Il punto non è cosa si vuole combattere, ma come. La Commissione europea ha presentato la proposta nel 2022 per creare un quadro permanente dopo la deroga temporanea che consentiva ai fornitori di servizi di individuare volontariamente materiale pedopornografico online. A oggi il regolamento non ha ancora raggiunto una forma definitiva: il confronto tra gli Stati membri resta acceso soprattutto sulla possibilità di introdurre strumenti capaci di individuare contenuti all’interno delle comunicazioni private. È qui che il dibattito si accende. Spesso si sente dire che il Chat Control permetterà di leggere i messaggi di tutti. La proposta, almeno sulla carta, non funziona così. Prevede valutazione del rischio, obblighi per le piattaforme e, solo in determinate circostanze, ordini di individuazione di contenuti illegali. Sembra una differenza tecnica. In realtà cambia tutto. Perché la domanda smette di riguardare la pedopornografia e diventa un’altra: si possono cercare contenuti criminali senza incrinare il principio della riservatezza delle comunicazioni? È una questione che va oltre gli informatici. Ogni emergenza porta con sé la richiesta di strumenti più incisivi.

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È successo dopo l’11 settembre con il Patriot Act. Sta succedendo anche oggi, per ragioni completamente diverse, con la lotta agli abusi sui minori online. Cambiano i contesti. Cambiano i reati. Il meccanismo, però, è sorprendentemente simile: di fronte a una minaccia percepita come intollerabile siamo disposti a cedere una parte della nostra libertà pur di sentirci più sicuri. I sostenitori del regolamento ricordano un fatto incontestabile. Chi commette questi reati sfrutta servizi cifrati e spazi digitali difficili da controllare. Senza nuovi strumenti, sostengono, molte indagini arrivano troppo tardi. I critici, invece, non guardano solo all’obiettivo. Guardano al precedente. Accettare che una conversazione intima possa essere scandagliata prima ancora di raggiungere il diretto destinatario significa accettare di cambiare i confini della stessa parola “privato”. Un dubbio simile è stato sollevato anche dal Garante europeo della protezione dei dati (EDPS) nel parere n. 7/2022 del 13 luglio 2022 sulla proposta di regolamento europeo contro gli abusi sessuali online: la tutela dei minori resta un obiettivo necessario, ma alcune forme di controllo preventivo potrebbero mettere in discussione la riservatezza delle comunicazioni private. È proprio qui che nasce il nodo più difficile: come proteggere le persone più vulnerabili senza trasformare ogni conversazione digitale in qualcosa che può essere osservato? Come ha scritto il giurista statunitense Daniel J. Solove, la privacy non riguarda soltanto il segreto, ma il modo in cui le persone costruiscono la propria autonomia e le proprie relazioni. Oggi, l’obiettivo dichiarato è la ricerca di illeciti.

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E, domani? È una domanda che non può essere liquidata con leggerezza. In fondo, il Chat Control ci obbliga a scegliere tra due valori che vorremmo tenere insieme. Da una parte c’è la tutela dei minori, dall’altra la segretezza delle comunicazioni. La privacy non è un nascondiglio per chi ha qualcosa da occultare. È lo spazio in cui una persona può parlare liberamente, confidarsi, sbagliare, raccontare una fragilità senza sentirsi osservata. È ciò che permette a una relazione di essere autentica. È per questo che il Chat Control non è soltanto un regolamento europeo. È una discussione sul tipo di società che stiamo costruendo. Giusy, nella sua stanza, ascolta una canzone e la inoltra ad un’amica perché quel ricordo appartiene alla sua storia. Quella stanza, in fondo, non è fatta di pareti: è fatta di intimità. La tecnologia ci ha permesso di aprire porte e finestre verso il mondo, ma il dubbio resta: se qualcuno potesse entrare anche solo per controllare, quella stanza sarebbe ancora davvero nostra? E forse il futuro della privacy si gioca proprio qui: nella possibilità di avere ancora un luogo, anche digitale, in cui il cielo possa stare dentro una stanza senza che nessuno debba chiedere il permesso di guardarlo.
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Bibliografia
-Commissione europea, Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council laying down rules to prevent and combat child sexual abuse, COM(2022) 209 final, Bruxelles, 11 maggio 2022
-Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea, Regulation (EU) 2021/1232 on a temporary derogation from certain provisions of Directive 2002/58/EC for the purpose of combating child sexual abuse online, 2021.
-Unione europea, Directive 2002/58/EC concerning privacy and electronic communications (ePrivacy Directive), 2002.
-Corte di giustizia dell’Unione europea, La Quadrature du Net and Others v Premier ministre and Others, cause riunite C-511/18, C-512/18 e C-520/18, sentenza del 6 ottobre 2020.
-Solove, Daniel J., Understanding Privacy, Harvard University Press, Cambridge (Massachusetts), 2008.
-Schneier, Bruce, Data and Goliath: The Hidden Battles to Collect Your Data and Control Your World, W. W. Norton & Company, New York, 2015.
-Lyon, David, Surveillance Studies: An Overview, Polity Press, Cambridge, 2007.
-Zuboff, Shoshana, The Age of Surveillance Capitalism, PublicAffairs, New York, 2019.
–Electronic Frontier Foundation, The EFF Guide to Digital Privacy and Encryption, materiali sulla privacy digitale e sulla crittografia.
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