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GAZA, LIBANO, ISRAELE:LA RESA DELLA DIPLOMAZIA – Tre Scenari Possibili, Nessuno Incoraggiante – Nel Vuoto della Politica Internazionale, l’Inerzia non è Prudenza: E’ la Scelta di non Scegliere

Gaza, Israele e il Libano sono oggi i tre vertici di un unico triangolo di fuoco. La questione palestinese rimane al centro di una crisi che non accenna a risolversi, mentre gli scontri al confine libanese alimentano il rischio concreto di un’escalation regionale dai contorni ancora imprevedibili.

IL PUNTO DI ROTTURA

La crisi affonda le proprie radici nel 7 ottobre 2023, quando l’attacco sferrato da Hamas in territorio israeliano provocò circa 1.200 morti e la cattura di 251 ostaggi. La risposta militare israeliana su Gaza ha generato distruzioni su scala massiccia, sfollamenti di massa e un’emergenza umanitaria senza precedenti: secondo il Ministero della Salute di Gaza, citato dall’OCHA, i morti palestinesi hanno superato quota 73.000. Il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 ha ridotto l’intensità delle violenze, ma non ha risolto nessuno dei nodi fondamentali: il disarmo di Hamas, il ritiro delle forze israeliane, il futuro assetto politico e amministrativo di Gaza, la ricostruzione di un territorio ridotto in macerie.
Proseguono nel frattempo i procedimenti davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e alla Corte Penale Internazionale. I mandati di arresto emessi nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu e del ministro della Difesa Yoav Gallant rappresentano accuse formali, non condanne definitive; il loro peso politico e simbolico, tuttavia, è tutt’altro che trascurabile.

UN CONFLITTO SENZA USCITE

Le parti in causa si trovano agli antipodi. Più che uno scontro bellico convenzionale, questo è un conflitto segnato da cicli di rappresaglie reciproche, in cui la distanza tra le posizioni appare incolmabile. Nel breve periodo, la soluzione più realistica non è un accordo definitivo, bensì un percorso graduale e verificabile che combini cessate il fuoco a Gaza, flussi regolari di aiuti umanitari, una governance palestinese credibile, un disarmo progressivo di Hamas e un ritiro israeliano per fasi, accompagnato da garanzie internazionali e da una ricostruzione condizionata al rispetto degli impegni assunti.
La prospettiva dei due Stati rimane l’obiettivo politico più sostenibile nel lungo periodo. In Libano, la stabilità strutturale richiede il rafforzamento delle istituzioni statali e delle forze armate regolari, nonché la rinuncia definitiva a utilizzare Hezbollah come leva di pressione regionale nelle mani di attori esterni.

I TRE SCENARI

Gli scenari realisticamente plausibili, purtroppo, si riducono a tre.
Stabilizzazione. Lo scenario migliore, ma anche il più improbabile. Presuppone una tregua duratura, un disarmo e un ritiro graduali, e — in Libano — il pieno ripristino del controllo statale sul Sud del Paese. È un esito auspicabile che richiede una volontà politica oggi assente.
Conflitto congelato. L’esito statisticamente più probabile: Gaza frammentata, Hamas ancora armata, negoziati in stallo. In Libano, un equilibrio instabile tra Hezbollah e Israele che nessuna delle parti ha reale interesse a rompere, ma che nessuna ha la forza — o la volontà — di trasformare in pace.
Escalation regionale. Il rischio più grave. Il fallimento della tregua riaprirebbe il fronte libanese e trascinerebbe l’intera regione in una guerra più ampia, con conseguenze imprevedibili per la stabilità del Medio Oriente e dell’ordine internazionale.

LA SCELTA CHE LA POLITICA NON VUOLE FARE

La guerra, impiegata da Israele come unico strumento di deterrenza per neutralizzare Hamas e Hezbollah annientando la popolazione civile di Gaza e occupando il Sud del Libano, non porta alla pace. Il prezzo pagato dalla popolazione civile lo dimostra in modo inequivocabile. A Gaza servirebbero istituzioni palestinesi credibili e dotate di legittimità popolare. In Libano, lo Stato dovrebbe imporre il proprio monopolio sulla forza, sottraendo alle milizie sostenute dall’Iran lo spazio politico e militare che oggi occupano indisturbate.
Continuare ad amministrare il conflitto senza affrontarne le cause strutturali significa accettare fin d’ora il prossimo ciclo di violenza. La comunità internazionale è chiamata a scegliere: costruire oggi un compromesso difficile, o prepararsi domani a una guerra più vasta e devastante.

Fonti:

Reuters, AP, AFP, OCHA, OMS, CIJ, CPI, Reuters, IDF, NNA e ONU/UNIFIL

(Foto di copertina generata dall’AI)

Author Profile

Umberto De Giosa

Data:

15 Settembre 2026

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