L’incontro tra le voci poetiche di Alejandra Pizarnik, una delle poetesse più importanti del Novecento, e Maria Teresa Zanca, autrice contemporanea che racconta i sentimenti con una sensibilità limpida e legata al mare, ci offre un’occasione bellissima per riflettere su come la poesia riesca a dare voce a momenti passeggeri.
Pizarnik, con le sue parole brevi e taglienti, ci porta dentro un’attesa profonda, dove il tempo sembra quasi fermarsi. Nella sua poesia, anche un solo istante può diventare grandissimo. I suoi versi usano immagini semplici ma forti: un battito di ciglia del sole o il mare che bagna le parole. Il suo modo di scrivere esprime la fretta del tempo e la paura che l’amore possa svanire da un momento all’altro, lasciandoci al buio.
D’altro canto, Zanca affronta lo stesso tema dell’attesa con un tono più dolce, usando elementi della natura come la terra e l’acqua. La sua poesia è un cammino fatto di speranza e di pazienza, dove si aspettano il sole e l’estate tra castelli che si sciolgono nel sale. La riflessione sulla fine di un amore si sviluppa attraverso versi brevi e musicali, dove la spiaggia e il mare diventano il simbolo di qualcosa che non si può trattenere. La scrittura di Zanca si unisce così a un sentimento che proviamo tutti: la tristezza di perdere ciò che amiamo.
Questo confronto tra Pizarnik e Zanca ci mostra come la poesia sia capace di fermare sulla pagina i momenti che volano via. Entrambe le autrici, anche se vissute in epoche diverse, cercano di fare la stessa cosa: l’istante della Pizarnik che dura quanto un battito di ciglia si rispecchia perfettamente nell’estate della Zanca, che l’amore prima scrive sulla sabbia e poi cancella.
Alejandra Pizarnik

Nacque ad Avellaneda, in Argentina, nel 1936 e morì a Buenos Aires nel 1972. È stata una delle voci più intense, originali e profonde della poesia internazionale del Novecento, una donna dall’animo sensibilissimo e tormentato che ha saputo trasformare il silenzio, l’infanzia perduta e le ombre dell’anima in versi di una bellezza sospesa, magnetica e surreale. Figlia di immigrati ebrei dell’Europa dell’Est, visse per alcuni anni a Parigi trovando nella scrittura la sua vera e unica casa, traducendo il peso del proprio isolamento in una costante e vertiginosa ricerca di senso attraverso l’assoluta purezza delle parole.
La sua passione per l’essenziale e per il mistero del linguaggio la portò a scrivere poesie brevissime che sembrano piccoli quadri o frammenti di specchio carichi di vita. Non cercava la grandiloquenza o il lirismo accademico; a lei interessava dare voce all’invisibile, capire il peso del vuoto, della notte o della nebbia – e il legame misterioso e doloroso che unisce le nostre paure più nascoste ai pensieri più intimi. Attraverso le sue parole, Alejandra Pizarnik racconta la solitudine, l’attesa e il desiderio d’amore con una sincerità assoluta, mettendo in luce una capacità di osservare il proprio mondo interiore che è allo stesso tempo delicata e spietata.
Le sue poesie sono scritte con un linguaggio essenziale, scarnificato e trasparente, fatto di parole precise che hanno la forza di un incantesimo e la suggestione della fiaba nera. Non usa costruzioni difficili, ma immagini limpide che parlano direttamente alla mente e ai sensi: il buio, lo specchio, le ciglia del sole e il silenzio della notte. In questi versi, l’autrice descrive l’esistenza come un viaggio fatto di piccoli enigmi interiori e di attese, dove l’importante non è spiegare tutto, ma riuscire a cogliere l’essenza dell’animo umano anche quando si nasconde dietro gli angoli più bui della realtà.
La scelta
La poesia racconta il valore di un singolo momento e la fretta del tempo che cancella ogni cosa. Alejandra Pizarnik usa l’immagine di un istante indimenticabile non come un semplice ricordo, ma per mostrare come la nostra vita sia spesso sospesa sul vuoto. I pensieri diventano così intensi da far paura, mentre i sentimenti si trasformano in parole bagnate dal mare, lanciati verso un destino dove non c’è mai abbastanza tempo per fermarsi.
La poetessa descrive questo stato d’animo con una malinconia dolce e una forte tenerezza. Non ci sono risposte precise o sicurezze a cui aggrapparsi: rimane solo un momento brevissimo che si cerca di proteggere con cura, come se fosse un figlio indifeso. L’idea di questo battito di ciglia del sole spiega bene come l’essere umano sia costantemente diviso tra il desiderio profondo di amare e la consapevolezza che tutto può finire in un secondo
In attesa dell’oscurità
Quell’istante che non si dimentica
Così vuoto il mondo
Che si pensa: morirò d’amore.
Quel povero istante adottato dalla mia tenerezza
Che lo esamina come un figlio cieco.
Digli che i sospiri del mare
inumidiscono le uniche parole
per le quali vale la pena vivere.
Ma quell’istante dura quanto un battito di ciglia del sole
E non c’è tempo di amare
Né di essere amati.
Il testo fa sentire il peso della solitudine e la fragilità di chi si interroga sul senso dei sentimenti. Anche se usa un linguaggio semplice e quotidiano, trasmette una sensazione di grande profondità nel guardare in faccia le nostre paure e i nostri desideri più intimi. Le immagini essenziali – il mare, l’istante, il battito di ciglia – aiutano chi legge a capire che la nostra vita è una ricerca continua che va oltre ciò che possiamo trattenere. È un componimento che invita a riflettere su quanto sia misterioso il nostro mondo interiore e sulla pazienza necessaria per continuare a cercare, anche quando ci muoviamo nell’oscurità.
Maria Teresa Zanca

Nasce a Chiavari nel 1958, ma a causa del lavoro del padre, militare di carriera, si trasferisce dopo pochi mesi a Salerno. La sua infanzia e giovinezza sono segnate da continui spostamenti che la portano a frequentare le scuole elementari a Salerno, le medie a Ferrara e il primo triennio del liceo a Parma. Completa gli studi secondari in Canada, conseguendo l’International Baccalaureate sull’isola di Vancouver, un’esperienza che fa nascere in lei l’interesse per la poesia, il cinema e il teatro.
Rientrata in Italia, si laurea in Scienze Politiche all’Università di Bologna. Grazie alla solida conoscenza delle lingue straniere, si inserisce rapidamente nel mondo del lavoro, riprendendo a viaggiare sia per motivi professionali sia per interesse personale. Nel 1987, durante un viaggio in Senegal, incontra Pierre, cittadino francese nato in Algeria, e decide di trasferirsi a Parigi. Nella capitale francese risiede per oltre trent’anni, per poi stabilirsi a Nizza, dove vive e scrive attualmente.
La sua produzione poetica risente strettamente di questo percorso nomade e cosmopolita. Lo stile si affida a un linguaggio lineare e concreto, che rifiuta la grandiloquenza per concentrarsi sulla precisione del ricordo. Attraverso immagini legate alla natura e agli elementi mediterranei – come il mare, la sabbia e la mutevolezza delle stagioni –, i suoi versi esplorano i temi dell’attesa, del distacco e della precarietà del tempo, traducendo l’esperienza dello spostamento continuo in una costante ricerca d’identità e di radici.
La scelta
La poesia racconta la forza dell’attesa e il dolore sottile legato alle cose che svaniscono. Maria Teresa Zanca usa l’immagine dell’estate non solo come una stagione, ma come il simbolo di un desiderio profondo che si rincorre nel tempo. I gesti della pazienza diventano un rito che attraversa i giorni, mentre le speranze si scontrano con la realtà, trasformandosi in visioni leggere che si consumano sotto il sole proprio come i castelli fatti di sabbia.
L’autrice descrive questo stato d’animo con una grazia malinconica e una musicalità molto dolce. Non ci sono grida o disperazioni: rimane solo il ricordo di un’aspettativa che si ripete e la scoperta che i momenti più belli sono anche i più fragili. L’idea di questa estate che si cancella spiega bene come l’essere umano sia sempre in cammino tra il bisogno di stringere a sé la felicità e la certezza che, prima o poi, il tempo porterà via ogni cosa.
Miraggio d’estate L’ho attesa
come la falce il grano
con la speranza salda
d’un raggio che accarezza
che lenisce
e l’anima riscalda
Nell’ombra di un’aurora
tra castelli che si sciolgono nel sale
e il frinire di cicale
mentre il giorno s’infrange
sulle rive del domani
l’ho aspettata
Come un sogno evanescente
tra le ciglia della nebbia
l’ho sperata
quell’estate che l’amore
scolpisce sulla sabbia
e poi cancella
La solitudine e la delicatezza di chi guarda scivolare via i propri sogni emergono chiaramente da ogni verso. Anche se l’autrice sceglie parole semplici e vicine alla nostra quotidianità, riesce a trasmettere una grande profondità, parlando direttamente alle nostre nostalgie e ai desideri più nascosti. I dettagli della natura – la falce, la nebbia, il sale – aiutano chi legge a sentire che la vita è un’attesa continua, spesso tesa verso qualcosa che non si può possedere per sempre. I versi diventano così un invito a riflettere sulla bellezza dei momenti passeggeri e sulla dolcezza, a volte dolorosa, che ci lascia il ricordo di ciò che è stato.
Author Profile
Latest entries
Prima Pagina12 Giugno 2026LA POESIA DEL VENERDI’- Alejandra Pizarnik e Maria Teresa Zanca
Cultura5 Giugno 2026LA POESIA DEL VENERDI’- Charles Simic e Raffaella Cristiano
Cultura8 Maggio 2026LA POESIA DEL VENERDI’ – Antonia Pozzi e Rosalba de Filippis
Cultura1 Maggio 2026LA POESIA DEL VENERDI’ – Robert Louis Stevenson e Giada Nigro
