Arthur Rimbaud e Sara Leo parlano entrambi della violenza della guerra e dell’assenza di un Dio capace di salvare l’umanità. Rimbaud racconta il massacro dei soldati sui campi di battaglia e l’indifferenza dei potenti. Leo descrive il mondo in rovina dopo la distruzione, dove ogni certezza è crollata.
Nella poesia Il male, Rimbaud mostra i battaglioni che crollano sotto il fuoco delle mitraglie, mentre la natura è florida e un Dio lontano resta indifferente al dolore. Quel Dio si risveglia soltanto quando le madri che piangono offrono le ultime monete nei loro fazzoletti per cercare conforto.
Nella poesia Macerie, Sara Leo racconta un presente buio in cui si cammina a piedi nudi su una strada in salita. L’aria è pungente e triste, i documenti bruciano nel passaggio tra passato e presente, e i corpi spenti si aiutano a vicenda senza trovare la vera vita.
Le due poesie usano toni diversi per raccontare la stessa tragedia. Rimbaud sceglie immagini ampie e frontali: i cieli azzurri, le armi che sparano all’infinito e le sale degli altari dorati. Leo preferisce un’ambientazione intima e ridotta all’osso, fatta di sabbia, sandali stretti, castelli diroccati e una luna che piange lacrime amare.
In Rimbaud la sofferenza nasce da una crudeltà organizzata e indifferente, dove la religione sfrutta il dolore delle madri. In Leo la violenza ha già distrutto tutto, lasciando solo macerie materiali e interiori in cui la vita non è più possibile.
Arthur Rimbaud

Nacque a Charleville il 20 ottobre 1854 e morì a Marsiglia il 10 novembre 1891, a soli 37 anni. Suo padre era un capitano dell’esercito che abbandonò la famiglia quando Arthur era ancora un bambino. La madre lo educò in modo molto rigido. Rimbaud studiò al collegio della sua città, dove mostrò un talento precoce per la poesia e vinse diversi premi scolastici. Nel 1870, ancora adolescente, scappò più volte di casa per raggiungere Parigi.
Rimbaud aveva un modo rivoluzionario di intendere la poesia. Credeva che il poeta dovesse diventare un “veggente” attraverso lo sregolamento di tutti i sensi, esplorando l’ignoto e trovando un nuovo linguaggio. Tra il 1871 e il 1873 visse una relazione intensa e tempestosa con il poeta Paul Verlaine, con il quale viaggiò tra l’Inghilterra e il Belgio. La loro storia finì a Bruxelles quando Verlaine, ubriaco e disperato, sparò a Rimbaud ferendolo a una mano.
Nelle sue opere affrontò la protesta contro la società del suo tempo, il rifiuto delle regole, la critica alla religione e la ricerca di una libertà assoluta. Questi temi si ritrovano nella poesia Il male, scritta nel 1870. Qui il poeta denuncia con rabbia l’orrore della guerra e la finzione del potere, mostrando soldati che muoiono mentre la natura resta indifferente e Dio dorme sugli altari per poi svegliarsi solo per prendere i soldi delle madri che piangono.
Scrisse tutte le sue opere più importanti prima dei vent’anni, tra cui Una stagione all’inferno e le Illuminazioni. A soli vent’anni smise per sempre di scrivere poesia. Negli anni successivi viaggiò a lungo in Europa, in Oriente e in Africa, lavorando come mercante ed esploratore in Etiopia. Ammalatosi gravemente a una gamba, fu costretto a tornare in Francia, dove morì a Marsiglia poco dopo l’amputazione. Oggi Arthur Rimbaud è considerato uno dei più grandi poeti moderni.
La scelta
Mentre le armi sparano nel cielo azzurro, la poesia Il male di Arthur Rimbaud mostra la brutalità della guerra e l’indifferenza di chi comanda. Parla di tanti ragazzi che muoiono a combattimento, mentre il potere e la religione non fanno nulla.
All’inizio leggiamo: «Mentre gli sputi rossi della mitraglia / Fischiano tutto il giorno nell’infinito azzurro del cielo». Con «sputi rossi» il poeta indica i colpi di pistola e mitragliatrice. Mette vicini la violenza delle armi e la pace del cielo per farci vedere quanto sia assurdo tutto questo male.
Poi aggiunge: «Mentre un’orrenda follia massacra / Centomila uomini in un mucchio fumante». Spiega che la guerra è una pazzia che cancella migliaia di vite. Infine parla alla Natura, ricordando che aveva creato gli uomini per farli vivere felici in estate e non per vederli morire in un campo.
Il male
Mentre gli sputi rossi della mitraglia
Fischiano tutto il giorno nell’infinito azzurro del cielo;
E scarlatti o verdi, accanto al re che li deride
I battaglioni crollano in massa nel fuoco;
Mentre un’orrenda follia massacra
Centomila uomini in un mucchio fumante;
– Poveri morti! Nell’estate, nell’erba, nella tua gioia,
Natura! tu che santamente creasti questi uomini!…
– C’è un Dio, che ride sulle tovaglie damascate
Degli altari, fra l’incenso, fra i grandi calici d’oro;
Che cullato dagli osanna si addormenta,
E si risveglia quando madri, raccolte
Nell’angoscia, piangendo sotto la vecchia cuffia nera
Gli offrono qualche moneta nel loro fazzoletto.
Vediamo alcune parole. «Scarlatti o verdi» indica i colori delle divise indossate dai soldati. «Damascate» vuol dire stoffe pregiate e decorate che adornano gli altari, mentre gli «osanna» sono i canti di lode cantati durante le funzioni.
Nel mezzo la poesia descrive un Dio che vive nel lusso degli altari d’oro e si addormenta tranquillo ascoltando i canti. Questo Dio non fa nulla per fermare la guerra, ma si sveglia solo quando arrivano le madri dei soldati uccisi, povere e in lutto, per dare le loro ultime monete avvolte nel fazzoletto.
Alla fine vediamo una forte accusa: mentre i soldati muoiono e i re li prendono in giro, la chiesa si sveglia soltanto per raccogliere i soldi e le lacrime delle famiglie che hanno perso tutto.
Sara Leo

È nata a Taranto nel 1989. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, intraprende dal 2013 un continuo percorso di ricerca poetica e partecipazione ad attività culturali sul territorio, ottenendo premi e menzioni di merito in concorsi letterari.
I suoi testi poetici appaiono inizialmente in diverse antologie per le case editrici Pagine ed Aletti. Nel 2019 firma l’ecfrasi poetica per il catalogo d’arte Le immagini e il Sogno (IV edizione), traducendo in versi le opere di una mostra collettiva internazionale. Nello stesso anno esordisce con la prima raccolta individuale, Rincorrendo un Sogno.
La collaborazione con la casa editrice G.C.L. Edizioni si avvia a seguito del posizionamento tra i finalisti della prima edizione del Torneo dei Poeti (2021), portando alla pubblicazione delle sillogi Declinazioni di me (2022) e Pensieri in Disordine (2023).
Affianca alla produzione versi un’attiva opera di promozione e curatela editoriale, moderando presentazioni e dialoghi con autori pugliesi in collaborazione con il giornalista Matteo Schinaia e la scrittrice Nunzia Piccinni. È inoltre regolarmente invitata a far parte di giurie tecniche per premi e concorsi letterari.
La scelta
Quando tutto crolla, i versi di Sara Leo parlano del dolore e dello smarrimento che ci restano dentro. Raccontano un mondo dove la speranza sparisce, la fede si spegne e le giornate perdono il loro significato.
All’inizio leggiamo: «Cammino come San Pietro / sandali stretti e piedi nudi / ma la santità l’ho persa / sulla strada in salita». Ci descrivono un viaggio faticoso. Perdere la santità significa che, quando la strada sale e siamo soli, diventa durissimo restare forti e avere una guida dentro.
Poi la poetessa scrive: «Dio è morto sotto le macerie / di tuoni a ripetizione, / di lampi nella notte». Ci fa capire che la violenza cancella ogni cosa sacra. La distruzione è così grande che non ci speriamo più in un aiuto dal cielo tra tutte quelle rovine.
Macerie
Cammino come San Pietro
sandali stretti e piedi nudi
ma la santità l’ho persa
sulla strada in salita.
Noi viviamo la nostra discesa
in attesa di Marte e senza luce,
Dio è morto sotto le macerie
di tuoni a ripetizione,
di lampi nella notte.
Inseguiamo l’aria,
l’aria ormai pungente.
Non è possibile,
non è umano
e infatti io sono santo.
Fuochi bruciano
documenti dimenticati
e il passaggio è breve
da presente a passato.
L’aria è così triste
e anche la luna viene
a piangere lacrime amare.
Un corpo aiuta un altro corpo
ma non c’è vita,
non è vita questa.
È tinto il corpo,
macchiato, spento.
È rimasto un castello
diroccato, abbandonato.
Carestia e carità cambia poco…
Vediamo alcune parole. L’«attesa di Marte» significa aspettare la guerra che fa paura. «Diroccato» vuol dire un palazzo crollato, mentre unire «carestia e carità» mostra che un aiuto di facciata non serve quando la miseria è profonda.
Nel mezzo la poesia racconta come il tempo bruci i ricordi con i «documenti dimenticati», cancellando in fretta quello che eravamo. Intorno si fa tutto cupo, con la luna che sembra piangere su una terra vuota.
Alla fine vediamo persone che provano ad aiutarsi per resistere. Però non è una vera vita: è solo un modo per tirare avanti, come un vecchio castello abbandonato dove non abita più nessuno.
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Il timore delle guerre genera paure, bello sarebbe un mondo di pace ove diffondere l’amore per la vita. Brava Sara