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SANITA’ – Un Diritto, Non Una Lotteria

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sta attraversando una crisi strutturale, non congiunturale,  caratterizzato da risorse in calo rispetto al PIL da personale insufficiente e da una domanda di cura che cresce con l’invecchiamento. Gli esiti di salute restano buoni, ma l’accesso alle cure si sta erodendo, soprattutto per chi ha meno reddito e vive al Sud.

Il SSN nasce con la legge 23 dicembre 1978, n. 833, sui principi di universalità, uguaglianza ed equità sanciti dall’art. 32 della Costituzione.

Con le riforme degli anni Novanta (d.lgs. 502/1992 e 229/1999) è stata introdotta l’aziendalizzazione (è venuto meno il concetto di Hospitale che indicava l’alloggio o il luogo di accoglienza per i forestieri, i pellegrini e i poveri, funzioni modificate nel corso dei secoli), e la riforma del Titolo V (2001) che ha affidato alle Regioni la gestione, lasciando allo Stato la definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).

Il paradosso italiano è evidente nei confronti internazionali. Secondo l’OCSE, nel 2024 l’aspettativa di vita ha raggiunto 84,1 anni, la più alta dell’UE a pari merito con la Svezia (OECD/ANSA, 2025). Eppure la Fondazione GIMBE, nel suo 8° Rapporto (ottobre 2025), parla di un «lento ma inesorabile smantellamento» del SSN (GIMBE, 2025).

La situazione in Italia

E’ importante definire quale sia la situazione attuale in Italia dove il Fondo sanitario nazionale (FSN) cresce in valore assoluto ma perde peso sul PIL. Tra il 2022 e il 2025 è salito da 125,4 a 136,5 miliardi (+11,1), ma la sua quota sul PIL è scesa dal 6,3% al 6,1%: secondo GIMBE (8° Rapporto 2025) la sanità ha perso 13,1 miliardi, in gran parte assorbiti da inflazione e costi energetici.

La Legge di Bilancio 2026 (L. 30 dicembre 2025, n. 199) ha aggiunto 2,4 miliardi per il 2026 e 2,65 miliardi annui dal 2027, portando il FSN a circa 142,9-143,1 miliardi. Il Governo rivendica l’aumento più alto della legislatura ma la Fondazione GIMBE ribatte che, con la Legge di Bilancio 2025, la quota di PIL destinata al FSN scenderebbe al 5,9% nel 2027 e al 5,8% nel 2028. Sul Documento di Finanza Pubblico (DFP) 2026, la Fondazione stima un divario di 30,6 miliardi tra spesa prevista e risorse stanziate nel triennio 2027-2029.

Una domanda è lecita: chi paga la sanità?

Dagli ultimi dati consultabili (2024) la principale fonte di finanziamento rientra nella Spesa pubblica con 137,46 miliardi di euro (74,3% sul totale), Famiglie (out-of-pocket) 41,30 miliardi di euro (22.3% sul totale), Fondi sanitari e Assicurazioni 6,36 miliardi di euro (3,4% del totale). Il totale finale è pari a 185,12 miliardi di euro.

La quota out-of-pocket  da 12 anni supera la soglia del 15% indicata dall’OMS come limite oltre il quale equità e accessibilità sono a rischio. In valore assoluto, secondo i dati di GIMBE del novembre 2025, è passata da 32,4 miliardi nel 2012 a 41,3 nel 2024. La Corte dei conti rileva che le famiglie pagano soprattutto per compensare attese troppo lunghe e carenze dell’offerta pubblica.

L’Italia non ha pochi medici in assoluto, ma ha pochi infermieri, pochi medici di famiglia e pochi specialisti nelle discipline meno attrattive, e fatica molto a trattenerli nel pubblico.

Carenza di Medici e Infermieri?

Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo Economico (OCSE) in Italia ci sono 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, oltre il 20% sotto la media UE, a fronte di 5,4 medici per 1.000, un valore alto. La FNOPI stima una carenza di circa 65.000 unità. Le iscrizioni a Infermieristica sono crollate del 52% tra il 2010 e il 2024, e in alcuni atenei le domande non coprono i posti messi a bando e questo è dovuto a stipendi inferiori alla media europea e ad un’autonomia professionale limitata.

Per quanto riguarda i Medici di Famiglia , secondo GIMBE, mancano oltre 5.700 medici di medicina generale, con carenze in 18 Regioni, rapportando come riferimento un medico ogni 1.200 assistiti. Tra il 2025 e il 2028 ben 8.180 medici di famiglia raggiungeranno i 70 anni, limite per la pensione. Le borse per la formazione specifica restano insufficienti a garantire il ricambio, e nel 2024 il 15% non è stato assegnato.

Il blocco del turnover dei medici ospedalieri (L. 296/2006) e il tetto alla spesa per il personale hanno invecchiato gli organici. Secondo l’ANAAO, 10 professionisti al giorno lasciano il SSN prima della pensione e 5 al giorno si trasferiscono all’estero; ogni giorno 7 medici subiscono aggressioni. Le carenze più gravi riguardano medicina d’urgenza, anestesia, pediatria e chirurgia. Per coprire i turni molte aziende hanno fatto ricorso ai “gettonisti”, medici a gettone forniti da cooperative a costi elevati.

Le liste d’attesa

Altro grave problema nella Sanità Italiana è rappresentato dalle Liste d’attesa . Nel 2024 circa un italiano su dieci ha rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria: 5,8 milioni di persone, contro 4,1 milioni nel 2022. La quota era del 6,3% nel 2019 e del 7,5% nel 2023; le donne rinunciano più degli uomini (11,4% contro 8,3%).

La causa principale della rinuncia alle cure è cambiata. Tra il 2022 e il 2023 pesavano soprattutto i motivi economici; tra il 2023 e il 2024 l’aumento è stato trainato dalle attese: il 6,8% ha rinunciato per i tempi lunghi (+51% in un anno) e il 5,3% per ragioni economiche . GIMBE precisa che si tratta per lo più di visite e accertamenti diagnostici, non di terapie. Nello stesso anno il 23,9% degli italiani si è rivolto a strutture private a pagamento.

Lo Stato ha proposto una risposta normativa con il decreto-legge 73/2024 (convertito dalla L. 107/2024) con cui ha istituito la Piattaforma nazionale delle liste di attesa (PNLA), con monitoraggio regionale, sanzioni e il ricorso a intramoenia e privato accreditato quando i tempi massimi non sono rispettati . L’attuazione è stata lenta: a giugno 2025 solo tre dei sei decreti attuativi erano in Gazzetta Ufficiale. L’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica avverte che i primi dati della PNLA rischiano di sovrastimare la qualità del servizio, perché misurano le prime disponibilità offerte e non le prestazioni effettivamente erogate .

Le liste d’attesa sono un sintomo, non la malattia. Riflettono la carenza di personale, l’offerta territoriale debole e una quota rilevante di prescrizioni inappropriate che aumenta la domanda.

Il SSN è nazionale sulla carta ma regionale nei fatti, e la frattura Nord-Sud non si riduce. Nel monitoraggio ministeriale dei LEA 2023 solo 13 Regioni su 21 risultano adempienti, e appena tre sono del Mezzogiorno: Campania, Puglia e Sardegna. Calabria, Molise e Bolzano sono insufficienti in un’area; Abruzzo, Sicilia e Valle d’Aosta in due .

La migrazione sanitaria

La conseguenza è la migrazione sanitaria. Nel 2023 la mobilità interregionale ha raggiunto il record di 5,15 miliardi di euro.

Secondo GIMBE 2025, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto concentrano il 95,1% del saldo attivo, mentre Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna assorbono il 78,2% del saldo passivo.

Oltre metà dei rimborsi per specialistica fuori Regione va al privato accreditato: 1.966 milioni contro 1.643 alle strutture pubbliche. Il fenomeno sposta così risorse dal Sud al Nord e dal pubblico al privato. Ai costi monetari si aggiungono quelli, non contabilizzati, di viaggi e assenze dal lavoro per pazienti e familiari.

Su questo quadro pesa l’autonomia differenziata (L. 86/2024). La Corte costituzionale, con la sentenza n. 192/2024, ne ha dichiarato illegittime diverse parti e ha legato il trasferimento di funzioni alla previa definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (LEP). GIMBE sostiene che maggiori autonomie in sanità rischiano di consolidare il divario esistente.

La domanda di cura in Italia

La domanda di cura in Italia cambia più in fretta dell’offerta. Nel 2025 gli over 65 sono il 24,7% della popolazione, 14,58 milioni di persone. Pur avendo il profilo demografico più anziano dell’UE, l’Italia destina all’assistenza a lungo termine il 10% della spesa sanitaria, contro il 18% della media UE (OECD, Country Health Profile 2025). Il sistema resta centrato sull’ospedale, mentre i bisogni sono sempre più cronici e domiciliari.

La Missione 6 “Salute” e il DM 77/2022 hanno ridisegnato l’assistenza territoriale su tre pilastri: Case della Comunità (CdC), Centrali Operative Territoriali (COT) e Ospedali di Comunità (OdC), insieme al potenziamento dell’assistenza domiciliare e della telemedicina. I target europei al 30 giugno 2026 prevedevano almeno 1.038 Case e 307 Ospedali di Comunità pienamente operativi . La Corte dei conti, con dati al 13 febbraio 2026, rileva che le Regioni hanno programmato 1.412 Case della Comunità, ma solo il 3,8% era pienamente attivo; il monitoraggio Agenas del secondo semestre 2025 contava 781 strutture operative, il 45,4% del programma. Nessuno dei 432 progetti di Ospedale di Comunità risultava concluso, e il Mezzogiorno è più indietro.

Il nodo vero è il personale infatti il PNRR finanzia muri e attrezzature, non stipendi. GIMBE avverte che senza medici di famiglia, infermieri di comunità e specialisti le nuove strutture rischiano di restare edifici senza servizi. Per questo il dibattito sulla riforma della medicina generale, con il possibile passaggio dei medici di famiglia dalla convenzione alla dipendenza, è strettamente legato al successo delle Case della Comunità.

La spesa sanitaria

La privatizzazione della sanità italiana non nasce da una riforma esplicita, ma dalla somma di risorse insufficienti, tariffe ferme e attese lunghe. GIMBE (novembre 2025) la scompone in due fenomeni: privatizzazione della spesa (più pagamenti diretti e intermediati) e privatizzazione della produzione (più soggetti privati che erogano prestazioni essenziali).

La spesa pubblica destinata al Privato convenzionato è passata da 23,4 miliardi nel 2012 a 28,7 nel 2024 (+22,8%). Nel 2023 la quota nazionale era del 20,3%, con punte tra il 22% della Puglia e il 29,3% del Lazio . RSA e riabilitazione sono ormai settori a prevalenza privata.

Il Privato puro è la componente che cresce più in fretta: tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie presso strutture non accreditate è salita da 3,05 a 7,23 miliardi (+137%). Chi può pagare esce dal perimetro delle tutele pubbliche; chi non può rinuncia.

Le famiglie italiane dove spendono in sanità?

Dai dati che abbiamo potuto raccogliere nel 2023 sui 43 miliardi di spesa diretta tracciata dal Sistema Tessera Sanitaria: 12,1 miliardi alle farmacie, 10,6 ai professionisti sanitari (di cui 5,8 agli odontoiatri), 7,6 alle strutture private accreditate, 7,2 al privato puro e 2,2 alle strutture pubbliche per libera professione.

La Sanità integrativa che vede i Fondi sanitari, casse mutue, assicurazioni e welfare aziendale hanno raggiunto 6,36 miliardi nel 2024, oltre due miliardi in più rispetto al periodo pre-pandemico. Il rischio segnalato da più parti è che il “secondo pilastro” diventi sostitutivo anziché integrativo: copre prestazioni già incluse nei LEA, gode di agevolazioni fiscali e tutela soprattutto i lavoratori dipendenti di grandi imprese, ampliando le disuguaglianze.

Analisi indipendenti convergono su un punto: senza un rilancio stabile del finanziamento pubblico e del personale, nessuna misura settoriale basta.

Proposte d’intervento

Dovendo rappresentare una sintesi di quanto già esposto emerge un estremo divario tra i livelli di assistenza tra le regioni del Nord ed del Sud prendendo ad esempio la  Mortalità post-infarto: 6,8% in Lombardia, 12,3% in Calabria; il tempo medio per poter usufruire di una visita cardiologica: 47 giorni al Nord, 290 giorni al Sud. La spesa sanitaria italiana rappresenta il 6,8% del PIL contro una media OCSE del 9,2%. Il gap vale circa 45 miliardi annui.

E’ da uno studio approfondito, “La Grande Riforma” Idee per uno Stato moderno e credibile,  di Michele e Mimmo Laneve, Edizione: 2026 , che emergono proposte realizzabili in un contesto sociale attualmente critico.

Dal mosaico di 21 sanità regionali alle 4 Macroregioni

Il “dividendo di efficienza” atteso è quantificabile: le centrali uniche d’acquisto producono risparmi stimati tra il 5% e il 10% sulla spesa farmaceutica totale — che nel 2023 ha superato i 22 miliardi di euro a carico del SSN.

Il modello di governance che non funziona

Il meccanismo di nomina dei direttori generali delle ASL è attribuito alle Giunte regionali con ampia discrezionalità politica. I dati del Programma Nazionale Esiti dell’Istituto Superiore di Sanità sono impietosi: la mortalità a 30 giorni per un infarto del miocardio varia dal 6,8% in Lombardia al 12,3% in Calabria. Questi non sono gap di risorse: sono gap di governance.

Cosa fare:

Nomina dei Direttori Generali ASL per concorso pubblico, non per nomina politica.

Diritto esigibile: oltre il termine massimo, l’ASL eroga la prestazione in convenzionato entro 15 giorni gratuitamente.

Volumi minimi di intervento per specialità complesse: sotto soglia si trasferisce al centro di eccellenza.

Estensione dei LEA odontoiatrici per ISEE < 15.000 €: protesi, ortodonzia pediatrica, implantologia totale.

Le 4 Macroregioni come motore dei fondi UE/PNRR

Quattro Macroaree sanitarie con centrale unica d’acquisto — risparmio stimato 5-10% della spesa farmaceutica (oltre 1 mld €)

Abbattimento della mobilità sanitaria passiva: 4 miliardi/anno di trasferimenti interregionali recuperabili.

Il PNRR italiano vale 191,5 miliardi di euro. Una quota stimata intorno al 40% è affidata alla gestione di enti territoriali che spesso non dispongono delle capacità tecniche necessarie. Le Macroregioni risolvono questo problema strutturalmente con quattro task force (gruppo di lavoro operativo) tecniche d’élite, una per quadrante.

La Telemedicina 6G e l’Ospedale Diffuso

Il Servizio Sanitario Nazionale affronta una crisi strutturale insostenibile: l’invecchiamento della popolazione, la carenza di medici specialisti e il sovraffollamento dei pronto soccorso. La digitalizzazione basata sulle vecchie reti non è sufficiente. La vera sanità universale si realizza trasformando la rete 6G nel sistema nervoso della medicina territoriale, spostando le cure dall’ospedale alla casa del cittadino (“Home-as-a-Hospital”).

I tre pilastri della Telemedicina 6G

• Chirurgia Robotica Remota a Latenza Zero: Il 6G abbatte la latenza a livelli sub-millisecondi. Un chirurgo di eccellenza a Milano può operare un paziente in un piccolo ospedale della Calabria tramite bracci robotici, con risposta tattile e visiva istantanea, azzerando i rischi di lag della rete.

• Internet dei Corpi (IoB) e Monitoraggio Olografico:

Sensori biocompatibili e smart wearable (dispositivo indossabile) monitorano costantemente i parametri vitali dei pazienti cronici. La banda Terahertz del 6G trasmette flussi di dati massivi e simulazioni olografiche 3D per consulti medici a distanza ad altissima fedeltà.

• Ambulanze Connesse a Guida Autonoma: I mezzi di soccorso diventano sale operatorie mobili. Durante il tragitto, medici in remoto eseguono diagnosi avanzate inviando i dati clinici critici all’ospedale prima dell’arrivo, riducendo i tempi di intervento per infarti e ictus del 50%.

Impatto economico: i numeri dell’efficienza

La gestione di un paziente cronico in un posto letto ospedaliero costa al SSN circa 700 euro al giorno. Il monitoraggio domiciliare continuo tramite IoB e rete 6G riduce questo costo a meno di 45 euro al giorno. La digitalizzazione del 30% dei pazienti cronici genera un risparmio stimato di 4,2 miliardi di euro all’anno, fondi da reinvestire nell’assunzione di personale sanitario. Parallelamente, l’architettura 6G applica nativamente la crittografia post-quantistica con elaborazione Edge-AI locale: nessun dato clinico transita su server esteri, azzerando il rischio di cyber-ricatti e violazioni della privacy di massa.

Proposta di Legge – Art. S: Istituzione del Livello Essenziale di Assistenza Digitale (LEAD)

Il monitoraggio biometrico remoto e il teleconsulto specialistico in rete 6G protetta sono inseriti nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), garantendo il diritto costituzionale alla salute digitale gratuita a ogni cittadino. Lo Stato stanzia 1,5 miliardi di euro per la fornitura gratuita dei dispositivi IoB ai pazienti over-65 affetti da almeno una patologia cronica.

Le principali direttrici in discussione sono le seguenti:

  1. Finanziamento ancorato al PIL. Fissare una quota minima e pluriennale di spesa sanitaria pubblica, avvicinandola alla media dei Paesi UE comparabili. GIMBE propone di passare dal «diritto finanziariamente condizionato» alla «spesa costituzionalmente necessaria» per la salute.
  2. Personale. Superare i vincoli alla spesa per il personale, allineare le retribuzioni agli standard europei, valorizzare gli infermieri con maggiore autonomia (task shifting, infermiere di famiglia e di comunità) e programmare i fabbisogni formativi su orizzonti di 10-15 anni.
  3. Medicina generale. Riformare il rapporto di lavoro dei medici di famiglia per integrarli nelle Case della Comunità, in forma di dipendenza o di convenzione rafforzata, e rendere attrattiva la formazione specifica.
  4. Governo della domanda. Affrontare le liste d’attesa agendo sull’appropriatezza prescrittiva (classi di priorità, raggruppamenti di attesa omogenei) oltre che sull’offerta, e rendere pubblici dati verificabili sui tempi effettivi.
  5. Territorio e domiciliarità. Dare personale e risorse correnti alle strutture del DM 77 e potenziare l’assistenza domiciliare e la long-term care, oggi sottofinanziate rispetto alla media UE.
  6. Equità territoriale. Rafforzare i meccanismi di perequazione e affiancamento delle Regioni in difficoltà, e definire e finanziare i LEP prima di trasferire ulteriori competenze.
  7. Regole pubblico-privato. Rivedere accreditamento e tetti di spesa con criteri trasparenti, e riformare la sanità integrativa perché sia realmente complementare ai LEA .

Author Profile

Massimo Montinari

Data:

3 Ottobre 2026
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