Città della Pieve conta i giorni e si prepara a indossare il suo abito più bello. Il fine settimana del 20 e 21 giugno 2026 torna l’Infiorata, l’appuntamento che trasforma il centro storico in un quadro vivente fatto di colori, profumi e mani che lavorano in silenzio. Per due giorni le strade in mattoni non saranno solo strade. Diventeranno tela, racconto, meraviglia effimera. E richiameranno, come ogni anno, visitatori da tutta Italia, curiosi di vedere come un borgo intero può diventare opera d’arte.
Al centro di tutto c’è lei, l’Infiorata del Terziere Casalino. Una tradizione che non è spettacolo, ma rito. Inizia molto prima del weekend, quando i contradaioli vanno nei campi e nei boschi a raccogliere fiori, ginestre, foglie, bacche. Poi si essicca, si sminuzza, si divide per sfumature. È un lavoro da formiche, paziente e collettivo, che tiene insieme generazioni.

Tra il sabato pomeriggio e l’alba della domenica, quando il borgo dorme, le squadre si inginocchiano a terra e cominciano a disegnare. Petalo dopo petalo, prendono forma simboli, storie, temi scelti per l’edizione 2026.
Un tappeto lungo centinaia di metri che respira e profuma, destinato a durare solo poche ore prima che i passi della processione lo cancellino. Attorno ai disegni floreali cresce tutto il resto.
Le piazze e i vicoli ospitano la mostra mercato di fiori, piante e oggetti naturali.

Non bancarelle qualsiasi, ma un percorso sensoriale dove l’Umbria si racconta tra vasi di gerani, erbe aromatiche, cesti intrecciati a mano, ceramiche e essenze.
Cammini e ti sembra di attraversare un giardino che ha preso possesso del borgo. Ogni angolo ha un odore, ogni scorcio un colore diverso. È impossibile avere fretta.
E poi c’è la tavola, perché a Città della Pieve non si fa festa senza sedersi insieme. Dal 17 al 20 giugno apre la Taverna del Barbacane, allestita negli Orti del Palazzo Vescovile. Qui la tradizione pievese si mette a tavola senza timidezza. Arrivano le lumache al pizzico, ricetta antica che sa di terra e di pazienza. Arriva il cinghiale al dragoncello, profumato e deciso. E poi pici tirati a mano, tagliatelle spesse, gnocchi ruvidi che trattengono il sugo, carni cotte alla brace che sfrigolano sotto le stelle.

Si mangia su tavolate di legno, con il borgo illuminato alle spalle e l’odore dei fiori che entra anche nei piatti.L’Infiorata è la scusa perfetta per scoprire, o riscoprire, Città della Pieve. Uno dei borghi più belli dell’Umbria, in bilico tra la Val di Chiana e il Lago Trasimeno, con quella vista che si apre all’improvviso e ti ferma. Qui cammini sui mattoni rossi e inciampi nell’arte.
La Cattedrale dei Santi Gervasio e Protasio ti guarda dall’alto, Palazzo della Corgna racconta storie di potere e affreschi, la Rocca domina la campagna. E poi c’è lui, il Perugino, nato proprio qui. Le sue opere sono nelle chiese, nei musei, nei vicoli. A Città della Pieve l’arte non sta chiusa. Sta per strada, come i fiori.
Questo weekend è comunità prima che evento. È gente che si sveglia alle quattro del mattino per finire un disegno, è nonne che insegnano ai nipoti come si tiene un petalo senza romperlo, è volontari che servono ai tavoli della Taverna fino a notte. È un borgo che per due giorni decide di essere più bello, e ci riesce. Senza effetti speciali. Solo con fiori, mani e memoria.
Venire qui il 20 e 21 giugno significa prendersi tempo. Significa camminare piano, guardare in basso per non calpestare un dettaglio, alzare gli occhi e trovare un palazzo del Cinquecento. Significa sentire il profumo di ginestra mischiarsi a quello del ragù di cinghiale. Significa capire che certe tradizioni non vanno in scena. Si vivono.
E quando domenica sera l’ultimo petalo sarà spazzato via, non resterà nulla. Solo il ricordo di un borgo che per due giorni è stato un capolavoro.Perché l’Infiorata di Città della Pieve non si fotografa. Si attraversa.
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