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DUE POETI DILETTALI A CONFRONTO – Giachino Belli e Ignazio Buttitta

Giachino Belli

“C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
Io sò io, e vvoi non zete un cazzo.


Sori vassalli bbuggiaroni, e zitto.
Io fo ddritto lo storto e lo storto er dritto:

E arisposero tutti: “è vvero, è vvero”.

-°-°-°-°-°

Ignazio Buttitta 

“Un populu diventa poviru e servu, quannu ci arrubbanu a lingua”

Letteratura dialettale italiana ha spesso sofferto di una catalogazione marginale, confinata entro i limiti del folklore o della nota di colore locale. Tuttavia, l’analisi comparativa tra il romano Giuseppe Gioachino Belli (1791–1863) e il siciliano Ignazio Buttitta (1899–1997) permette di scardinare questa postura riduzionista. Pur operando in contesti storici, geografici e ideologici profondamente distanti, entrambi i poeti elevano la lingua vernacolare a strumento di indagine sociologica, politica ed esistenziale. La loro produzione si configura come un’operazione di resistenza culturale contro le narrazioni egemoniche del loro tempo.

Per comprendere la differente traiettoria poetica di Belli e Buttitta, è necessario contestualizzare il loro posizionamento storico.
Belli vive e scrive nella Roma della prima metà dell’Ottocento, un microcosmo teocratico dominato dall’assolutismo papale. Il suo progetto monumentale, i “Sonnetti romaneschi”, nasce come un’operazione di archeologia antropologica. Belli, di estrazione borghese e dalle tendenze private reazionarie, si fa “copista” di un popolo di cui avverte l’immobilità storica. La sua Roma è una prigione a cielo aperto, priva di speranza risorgimentale, dove il potere ecclesiastico esercita un controllo pervasivo e alienante.
Al contrario, Buttitta attraversa il Novecento siciliano, un secolo segnato dalle lotte contadine, dal fascismo, dalla Resistenza e dal secondo dopoguerra. La Bagheria di Buttitta non è statica; è un epicentro di tensioni sociali. Il poeta siciliano, militante comunista, non osserva il popolo da una distanza intellettuale, ma si pone al centro della mischia. La sua poesia è intrinsecamente legata all’azione politica, alla denuncia del latifondismo, della mafia e dello sfruttamento delle classi subalterne.

La scelta del dialetto risponde a due istanze stilistiche e filosofiche differenti.
Belli adotta il romanesco con un rigore filologico quasi scientifico. Il suo obiettivo, dichiarato nella prefazione ai Sonnetti, è lasciare un monumento alla plebe di Roma. La lingua belliana è mimetica, polifonica, intrisa di espressioni idiomatiche, iperboli e oscenità necessarie a rendere la carnalità del popolo. La struttura chiusa del sonetto classico diventa il perfetto contenitore formale per rappresentare la gabbia esistenziale della plebe: una metrica rigida che stringe una materia caotica e ribollente.
Buttitta, invece, eredita la tradizione dei cantastorie siciliani. Il suo dialetto non è una lingua di reperti, ma un dialetto teatrale, orale, urlato nelle piazze. La poesia di Buttitta è ritmica, comunicativa, pensata per la declamazione pubblica. Se il sonetto di Belli invita alla lettura e alla decodifica dell’ironia oggettiva, il verso libero o la ballata di Buttitta cercano l’empatia immediata, la catarsi collettiva e la mobilitazione ideologica.

Il nucleo divergente più significativo tra i due autori risiede nella concezione del potere e nella possibilità di riscatto sociale.
In Belli, la satira del potere (il Papa, i cardinali, i giudici) è feroce e dissacrante, ma priva di sbocchi rivoluzionari. Il popolo belliano subisce il potere come una calamità naturale, un dato ontologico immutabile. Vi è un profondo nichilismo di fondo: i sottomessi interiorizzano la logica dell’oppressore, traducendola in un cinismo disincantato (si pensi al celebre sonetto “Li soprani del Monno Vecchio”, con il fulminante incipit “Io indexed d’un principe o d’un re / Io m’arricordo che l’ho lett’in un libbro”). Non c’è redenzione possibile, né in terra né in cielo.

In Buttitta, la critica al potere assume i tratti precisi della dottrina marxista e della coscienza di classe. I suoi oppressori hanno nomi e cognomi: sono i gabellotti, i mafiosi, i padroni delle zolfare. La sofferenza del popolo non è un destino metafisico, ma il prodotto di un’ingiustizia storica che può e deve essere sovvertita.

La poesia buttittiana è teleologica: custodisce la speranza della palingenesi sociale. Nel celebre componimento Lingua e dialettu, il poeta ammonisce che un popolo non è povero finché conserva la propria lingua, eletta a baluardo di identità e strumento di liberazione.

In ultima analisi, Giuseppe Gioachino Belli e Ignazio Buttitta rappresentano le due anime del realismo dialettale italiano.

Belli è il fotografo spietato di una commedia umana senza fine, capace di anticipare la modernità attraverso il frammento e il grottesco.

Buttitta è il poeta epico della modernità periferica, che usa il verso come un’arma di riscatto collettivo.
Se Belli chiude l’individuo nella morsa del dialetto come destino, Buttitta apre il dialetto al mondo, trasformandolo nel grido universale degli oppressi.

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Salvo Germano

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20 Agosto 2026
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