LA LINEA INVISIBILE – Il divario tra Nord e Sud d’Italia dal Medioevo all’Unità – Cinque secoli di PIL pro capite del Centro-Nord del Mezzogiorno (1328-1861)

La «questione meridionale» nasce come tema politico dopo il 1861, ma la domanda che la sostiene è molto più antica: il Mezzogiorno era già più povero del Centro-Nord prima dell’Unità, e da quando? Per decenni la risposta è dipesa da indizi frammentari, come i salari di qualche città, le descrizioni dei viaggiatori o le statistiche fiscali dei singoli Stati.

Le nuove stime di Federico, Nuvolari, Ridolfi e Vasta, pubblicate sull’Economic History Review e rese disponibili nel pacchetto ICPSR 237682, permettono per la prima volta di seguire anno per anno, dal 1328 al 1861, il PIL pro capite del Centro-Nord e del Sud in dollari internazionali 1990. Questo articolo usa quelle serie per misurare la «linea invisibile» che separava le due Italie molto prima che fossero unite.

La prima risposta è netta: il divario esiste già nel Trecento. Nel 1328, primo anno della serie, il Centro-Nord produce 1.292 dollari per abitante e il Sud 1.013, cioè il 78% del livello settentrionale. Nella media del quarto di secolo 1325-49 il rapporto è del 91%: il Mezzogiorno è più povero, ma non drammaticamente.

È un divario «normale» per un’Europa preindustriale, dove le differenze di reddito tra regioni dipendevano soprattutto dalla densità urbana e dal peso della manifattura. Il Centro-Nord aveva Firenze, Venezia, Milano e Genova, città che vivevano di lana, seta, banca e commercio a lunga distanza. Il Sud aveva una grande capitale, Napoli, e un’economia in prevalenza agricola, orientata all’esportazione di grano, olio e seta grezza.

Il divario non resta fermo. Subito dopo la Peste Nera del 1348 si allarga bruscamente: nel 1350-74 il Sud scende al 77% del Centro-Nord. La crescita del reddito per abitante che segue l’epidemia, dovuta alla scarsità di lavoratori e all’aumento dei salari, è molto più forte nelle città del Nord, dove la manifattura poteva sfruttare meglio la nuova situazione.

Il Quattrocento è invece il secolo in cui il Mezzogiorno si avvicina di più. Sotto gli Aragonesi il rapporto risale al 93% nel 1400-24 e al 95% nel 1425-49. In alcuni anni isolati il Sud supera perfino il Centro-Nord: nell’intera serie accade 25 volte su 534 anni, mai però per più di qualche anno consecutivo. Il sorpasso del 1500, per esempio, riflette probabilmente le devastazioni delle guerre d’Italia nel Nord più che un boom meridionale.

Nel Cinque e Seicento, con entrambe le aree sotto l’influenza spagnola, il rapporto si stabilizza tra l’85 e il 95%. Le grandi epidemie colpiscono in momenti diversi: la peste del 1630 devasta il Nord, quella del 1656 il Sud, dove la popolazione scende in pochi anni da 3,8 a 2,8 milioni, un calo del 26%.

Il Sud, d’altra parte, non era un blocco uniforme. Le stime regionali mostrano differenze interne forti quanto quelle tra Nord e Sud. Nel primo Quattrocento la Campania, trainata da Napoli, raggiungeva 1.696 dollari per abitante, più della Lombardia e del Veneto dello stesso periodo. La Puglia, nello stesso quarto di secolo, si fermava a 1.137 dollari. La Sicilia del grano e dello zucchero toccava 1.508 dollari nel 1450-74, sopra la media del Centro-Nord.

Anche la struttura dell’economia racconta una storia meno scontata. La quota di occupati fuori dall’agricoltura nel Sud sale dal 24% del 1300 al 28% del 1500 e poi resta ferma; nel Centro-Nord oscilla tra il 35 e il 37%. In termini di struttura produttiva, quindi, il Mezzogiorno si avvicina al Nord tra Tre e Quattrocento e poi smette di convergere.

La svolta arriva nel XVIII secolo. Dal 1700 il rapporto scende all’80-81% e non torna più ai livelli del Quattrocento. Le due economie declinano entrambe, ma il Sud parte da più in basso e perde terreno: nel 1750-74 il Centro-Nord è a 1.385 dollari, il Mezzogiorno a 1.110.

Un dato demografico aiuta a capire il fenomeno. Tra il 1328 e il 1861 la popolazione del Sud triplica, da 3,3 a 9,8 milioni, mentre quella del Centro-Nord raddoppia appena, da 7,3 a 15,1 milioni. La quota meridionale sale così dal 31 al 39% degli italiani. In un’economia agricola senza grandi innovazioni, più bocche da sfamare sulla stessa terra significano redditi per abitante più bassi.

Il periodo napoleonico produce un’anomalia: intorno al 1800 la crisi colpisce così duramente il Nord che per qualche anno il Sud torna avanti. È però una parentesi. Con la Restaurazione il Centro-Nord riparte più in fretta e nel 1825-49 il Sud scende al 76% del livello settentrionale, il valore più basso dal Trecento.

Nel 1861 il Centro-Nord produce 1.251 dollari per abitante, il Sud 934: il Mezzogiorno è al 75%. È un divario reale e già antico, ma non abissale. Chi oggi pensa al Sud di inizio Ottocento come a una terra irrimediabilmente arretrata rispetto al Nord trova in questi dati una correzione. Ma trova una correzione anche chi immagina un Regno delle Due Sicilie alla pari con il Piemonte o la Lombardia.

La storia che emerge ha tre fasi. Nel Medioevo c’è un divario moderato, figlio della diversa densità urbana. Nel Quattrocento e nel Cinquecento c’è un riavvicinamento, quasi fino alla parità. Dal Settecento all’Unità il divario si allarga lentamente ma con costanza, sotto il peso di una crescita demografica più rapida e di un’economia che non trova nuovi motori.

Il divario Nord-Sud non è un’invenzione dell’Italia unita, ma nemmeno un destino scritto nel Medioevo. Ha conosciuto fasi di chiusura e di apertura, legate a epidemie, guerre, scelte politiche e dinamiche demografiche. Le sue radici più profonde, nella forma che l’Italia unita eredita, si trovano nel Settecento più che nel Trecento.

Restano alcune cautele. Le stime per i secoli più lontani hanno margini d’errore ampi, e il Sud è trattato come un blocco unico che nasconde differenze forti, per esempio tra Campania e Puglia o tra Sicilia e Sardegna. Inoltre il confronto riguarda il PIL pro capite, non la distribuzione del reddito: un Sud con una capitale ricca e campagne poverissime può avere la stessa media di un Nord più uniforme.

Le serie offrono comunque un punto fermo: la linea invisibile che separa le due Italie era già tracciata quando l’Italia non esisteva ancora come Stato. L’Unità non l’ha creata; l’ha ereditata, insieme alla sfida di cancellarla.

Fonte dei dati: Federico G., Nuvolari A., Ridolfi L., Vasta M., «Italy’s long-term economic performance: GDP estimates from 1300 to 1861», Economic History Review; dati di replica ICPSR 237682, versione 1.1 (foglio «GDPpc and population»). Medie per quarti di secolo calcolate dalle serie annuali.

La «questione meridionale» nasce come tema politico dopo il 1861, ma la domanda che la sostiene è molto più antica: il Mezzogiorno era già più povero del Centro-Nord prima dell’Unità, e da quando? Per decenni la risposta è dipesa da indizi frammentari, come i salari di qualche città, le descrizioni dei viaggiatori o le statistiche fiscali dei singoli Stati.

Le nuove stime di Federico, Nuvolari, Ridolfi e Vasta, pubblicate sull’Economic History Review e rese disponibili nel pacchetto ICPSR 237682, permettono per la prima volta di seguire anno per anno, dal 1328 al 1861, il PIL pro capite del Centro-Nord e del Sud in dollari internazionali 1990. Questo articolo usa quelle serie per misurare la «linea invisibile» che separava le due Italie molto prima che fossero unite.

La prima risposta è netta: il divario esiste già nel Trecento. Nel 1328, primo anno della serie, il Centro-Nord produce 1.292 dollari per abitante e il Sud 1.013, cioè il 78% del livello settentrionale. Nella media del quarto di secolo 1325-49 il rapporto è del 91%: il Mezzogiorno è più povero, ma non drammaticamente.

È un divario «normale» per un’Europa preindustriale, dove le differenze di reddito tra regioni dipendevano soprattutto dalla densità urbana e dal peso della manifattura. Il Centro-Nord aveva Firenze, Venezia, Milano e Genova, città che vivevano di lana, seta, banca e commercio a lunga distanza. Il Sud aveva una grande capitale, Napoli, e un’economia in prevalenza agricola, orientata all’esportazione di grano, olio e seta grezza.

Il divario non resta fermo. Subito dopo la Peste Nera del 1348 si allarga bruscamente: nel 1350-74 il Sud scende al 77% del Centro-Nord. La crescita del reddito per abitante che segue l’epidemia, dovuta alla scarsità di lavoratori e all’aumento dei salari, è molto più forte nelle città del Nord, dove la manifattura poteva sfruttare meglio la nuova situazione.

Il Quattrocento è invece il secolo in cui il Mezzogiorno si avvicina di più. Sotto gli Aragonesi il rapporto risale al 93% nel 1400-24 e al 95% nel 1425-49. In alcuni anni isolati il Sud supera perfino il Centro-Nord: nell’intera serie accade 25 volte su 534 anni, mai però per più di qualche anno consecutivo. Il sorpasso del 1500, per esempio, riflette probabilmente le devastazioni delle guerre d’Italia nel Nord più che un boom meridionale.

Nel Cinque e Seicento, con entrambe le aree sotto l’influenza spagnola, il rapporto si stabilizza tra l’85 e il 95%. Le grandi epidemie colpiscono in momenti diversi: la peste del 1630 devasta il Nord, quella del 1656 il Sud, dove la popolazione scende in pochi anni da 3,8 a 2,8 milioni, un calo del 26%.

Il Sud, d’altra parte, non era un blocco uniforme. Le stime regionali mostrano differenze interne forti quanto quelle tra Nord e Sud. Nel primo Quattrocento la Campania, trainata da Napoli, raggiungeva 1.696 dollari per abitante, più della Lombardia e del Veneto dello stesso periodo. La Puglia, nello stesso quarto di secolo, si fermava a 1.137 dollari. La Sicilia del grano e dello zucchero toccava 1.508 dollari nel 1450-74, sopra la media del Centro-Nord.

Anche la struttura dell’economia racconta una storia meno scontata. La quota di occupati fuori dall’agricoltura nel Sud sale dal 24% del 1300 al 28% del 1500 e poi resta ferma; nel Centro-Nord oscilla tra il 35 e il 37%. In termini di struttura produttiva, quindi, il Mezzogiorno si avvicina al Nord tra Tre e Quattrocento e poi smette di convergere.

La svolta arriva nel XVIII secolo. Dal 1700 il rapporto scende all’80-81% e non torna più ai livelli del Quattrocento. Le due economie declinano entrambe, ma il Sud parte da più in basso e perde terreno: nel 1750-74 il Centro-Nord è a 1.385 dollari, il Mezzogiorno a 1.110.

Un dato demografico aiuta a capire il fenomeno. Tra il 1328 e il 1861 la popolazione del Sud triplica, da 3,3 a 9,8 milioni, mentre quella del Centro-Nord raddoppia appena, da 7,3 a 15,1 milioni. La quota meridionale sale così dal 31 al 39% degli italiani. In un’economia agricola senza grandi innovazioni, più bocche da sfamare sulla stessa terra significano redditi per abitante più bassi.

Il periodo napoleonico produce un’anomalia: intorno al 1800 la crisi colpisce così duramente il Nord che per qualche anno il Sud torna avanti. È però una parentesi. Con la Restaurazione il Centro-Nord riparte più in fretta e nel 1825-49 il Sud scende al 76% del livello settentrionale, il valore più basso dal Trecento.

Nel 1861 il Centro-Nord produce 1.251 dollari per abitante, il Sud 934: il Mezzogiorno è al 75%. È un divario reale e già antico, ma non abissale. Chi oggi pensa al Sud di inizio Ottocento come a una terra irrimediabilmente arretrata rispetto al Nord trova in questi dati una correzione. Ma trova una correzione anche chi immagina un Regno delle Due Sicilie alla pari con il Piemonte o la Lombardia.

La storia che emerge ha tre fasi. Nel Medioevo c’è un divario moderato, figlio della diversa densità urbana. Nel Quattrocento e nel Cinquecento c’è un riavvicinamento, quasi fino alla parità. Dal Settecento all’Unità il divario si allarga lentamente ma con costanza, sotto il peso di una crescita demografica più rapida e di un’economia che non trova nuovi motori.

Il divario Nord-Sud non è un’invenzione dell’Italia unita, ma nemmeno un destino scritto nel Medioevo. Ha conosciuto fasi di chiusura e di apertura, legate a epidemie, guerre, scelte politiche e dinamiche demografiche. Le sue radici più profonde, nella forma che l’Italia unita eredita, si trovano nel Settecento più che nel Trecento.

Restano alcune cautele. Le stime per i secoli più lontani hanno margini d’errore ampi, e il Sud è trattato come un blocco unico che nasconde differenze forti, per esempio tra Campania e Puglia o tra Sicilia e Sardegna. Inoltre il confronto riguarda il PIL pro capite, non la distribuzione del reddito: un Sud con una capitale ricca e campagne poverissime può avere la stessa media di un Nord più uniforme.

Le serie offrono comunque un punto fermo: la linea invisibile che separa le due Italie era già tracciata quando l’Italia non esisteva ancora come Stato. L’Unità non l’ha creata; l’ha ereditata, insieme alla sfida di cancellarla.

Fonte dei dati: Federico G., Nuvolari A., Ridolfi L., Vasta M., «Italy’s long-term economic performance: GDP estimates from 1300 to 1861», Economic History Review; dati di replica ICPSR 237682, versione 1.1 (foglio «GDPpc and population»). Medie per quarti di secolo calcolate dalle serie annuali.

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Angelo Leogrande
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