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DOHA O L’ABISSO – L’Accordo per Fermare i Raid

Doha o l’abisso: l’accordo Usa-Iran per fermare i raid Washington e Teheran hanno messo nero su bianco lo stop agli attacchi reciproci e fissato martedì a Doha il tavolo per tenere insieme una tregua che negli ultimi giorni stava scivolando. L’intesa arriva dopo una sequenza di colpi incrociati scattata quando un proiettile iraniano ha colpito una nave cargo nello Stretto di Hormuz. Da lì sono partiti raid americani su obiettivi in Iran e risposte iraniane su basi Usa in Kuwait e Bahrain, con entrambe le parti che si accusavano di aver violato il cessate il fuoco ad interim siglato il 17 giugno.

Sul piano tecnico l’accordo a 14 punti punta a tre leve. Primo, congelare i combattimenti. Secondo, riaprire lo Stretto di Hormuz al transito civile e militare non ostile. Terzo, rimettere in moto il negoziato su nucleare e sanzioni. Lo Stretto non è una linea sulla carta: da lì passa circa un quinto del petrolio e del GNL mondiale. Ogni sussulto si traduce in premi assicurativi più alti, noli rivisti, rotte deviate. Dopo l’escalation il traffico si era contratto. La ripresa dei carichi a Ras Tanura, terminal saudita a ovest dello Stretto, indica che i produttori stanno riallineando volumi nell’ipotesi che l’intesa regga. I mercati hanno reagito in sequenza: petrolio su nei giorni di raid, poi correzione al ribasso sull’aspettativa di riapertura. Il dollaro ha trovato sostegno nella tensione del Golfo e nei rendimenti Treasury più alti.Il canale diplomatico è passato da Doha. Il primo ministro qatariota Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani ha ottenuto l’ok iraniano dopo una telefonata con funzionari di Teheran, a sua volta innescata da un contatto tra Trump e l’emiro. In parallelo Islamabad ha spinto un piano a due fasi: due settimane di cessate il fuoco con apertura dello Stretto, poi 15-20 giorni per chiudere un accordo più ampio.

Un altro binario era stato aperto a febbraio dall’Oman, poi interrotto dall’avvio delle operazioni. Il contenuto sul tavolo prevede un’estensione di 60 giorni della tregua, libero transito nello Stretto e un allentamento parziale delle restrizioni americane su alcuni porti iraniani e sul petrolio. Trump non ha ancora firmato. Teheran dice che il testo non è definitivo. Il vicepresidente JD Vance parla di trattativa “molto vicina, ma non ancora fatta”. Teheran ha saltato intanto incontri tecnici adducendo il mancato rispetto di condizioni dell’MoU, tra cui l’accesso a fondi congelati. Sul terreno la tregua ha subito scossoni: attacchi segnalati anche dopo l’annuncio, con raid israeliani su infrastrutture di Hezbollah in Libano. Il mediatore pakistano ha chiesto il rispetto della pausa di due settimane per lasciare spazio alla diplomazia. Trump ha legato la sospensione dei bombardamenti a un requisito secco: l’apertura “completa, immediata e sicura” dello Stretto.

Perché Doha e perché ora? Perché il Qatar è uno dei pochi spazi che reggono contatti con tutti: basi americane, rapporti con Teheran, peso finanziario ed energetico. Spostare il negoziato lì riduce i tempi, abbassa il rumore e crea un perimetro con margini negoziali più ampi rispetto a sedi direttamente coinvolte. Il nucleare resta il cuore non detto. I colloqui del 2026 sono tornati sui nodi classici: programma nucleare e balistico iraniano contro portata e tempi dello sgancio sanzionatorio. A febbraio Oman aveva riferito progressi, incluso un impegno iraniano a non possedere materiale per un’arma, ma l’avvio degli attacchi aveva chiuso quel ciclo. L’accordo di giugno prova a riaprirlo con una scadenza più lunga e un meccanismo di scambio: sicurezza marittima subito, il resto dopo.

Il rischio è strutturale e non cambia con un comunicato. Tre variabili decidono se una tregua regge: proporzionalità delle risposte, controllo dei proxy, verifica dei fatti. Basta un colpo attribuito male, una milizia che agisce fuori catena, un ritardo nella verifica, e il ciclo riparte. I mercati lo sanno: i listini del Golfo hanno aperto in calo lunedì nonostante l’intesa, perché la tenuta è tutta da dimostrare.Se martedì a Doha si chiude il testo operativo, l’effetto immediato sarà militare e logistico: stop ai raid, convogli più regolari nello Stretto, de-escalation aerea e navale. L’effetto strategico è più lungo: riaprire il canale sul nucleare senza svuotare la leva delle sanzioni, e tenere insieme un’intesa che deve valere non solo tra Stati, ma anche dentro un ecosistema di attori non statali. Fermare gli attacchi è una scelta. Farla durare è un’infrastruttura di regole, controlli e costi. Se Doha trasforma la tregua in procedure verificabili, allora smette di essere una pausa e diventa un ponte. Se no, il prossimo colpo non nascerà da un ordine, ma dal vuoto lasciato da una regola che non c’è.

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Attilio Miani
Direttore responsabile

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29 Giugno 2026
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