A Gaza il tempo si è fermato eppure continua a uccidere. Ogni giorno è uguale al precedente: sirene, esplosioni, colonne di fumo che si alzano dal nord e dal centro della Striscia, e poi il silenzio rotto solo dalle ambulanze. La situazione umanitaria resta drammatica e a distanza di mesi non esiste più una parola che possa descriverla senza sembrare insufficiente. I bombardamenti israeliani non si fermano. L’obiettivo dichiarato è smantellare le capacità militari di Hamas: tunnel, depositi di armi, centri di comando nascosti tra le case.
Ma a Gaza le linee tra obiettivo militare e quartiere residenziale non esistono. Un edificio colpito al mattino diventa una montagna di cemento e polvere nel pomeriggio. Nei campi profughi di Jabalia e Nuseirat le famiglie scavano con le mani, cercando sopravvissuti tra le macerie. Gli ospedali, quelli rimasti in piedi, lavorano con generatori e scorte che finiscono. I medici operano senza anestesia, i bambini arrivano con ustioni e fratture, gli operatori umanitari contano i morti e poi ricominciano.
Dall’altra parte del confine il suono è diverso ma la paura è la stessa. I razzi lanciati verso il sud di Israele accendono gli allarmi a Ashkelon, Sderot e nelle cittadine del Negev. Le scuole chiudono, i bambini corrono nei rifugi, le strade si svuotano in 30 secondi. Gerusalemme ripete che finché ci saranno lanci e ostaggi nelle mani di Hamas, l’operazione non si fermerà. Il governo israeliano parla di “diritto all’autodifesa” e di una guerra necessaria per garantire la sicurezza dei propri cittadini.
Nel mezzo c’è la Striscia, 365 chilometri quadrati dove vivono più di due milioni di persone. E qui gli aiuti internazionali faticano a entrare. I valichi sono pochi, i controlli lunghissimi, le strade distrutte. I camion che riescono a passare scaricano acqua, farina, medicine, ma non bastano mai. Le agenzie ONU lanciano allarmi quotidiani: carenza di acqua potabile, pane razionato, ospedali senza antibiotici, carburante che manca per i pozzi e per le incubatrici.
La fame non è un rischio, è già realtà in molte aree. Le madri fanno la fila per ore con una tanica vuota. I padri vendono quello che resta per comprare un sacco di farina.La comunità internazionale alza la voce. Dalle capitali europee a quelle arabe la richiesta è la stessa: tregua immediata, apertura di corridoi umanitari, accesso senza ostacoli per gli aiuti.
Le Nazioni Unite parlano di “catastrofe evitabile”. Gli Stati Uniti premono su Israele, l’Egitto e il Qatar provano a fare da mediatori. Ma al tavolo dei negoziati per il rilascio degli ostaggi tutto resta bloccato. Hamas chiede la fine dell’offensiva, Israele chiede il rilascio di tutti i prigionieri prima di fermarsi. E nel frattempo la gente continua a morire.
Fuori da Gaza, nelle piazze di Londra, Berlino, Parigi, Rabat e Istanbul, le manifestazioni di solidarietà si moltiplicano. Bandiere palestinesi, candele, nomi letti ad alta voce. Nel mondo arabo la rabbia è ancora più forte: cortei davanti alle ambasciate, appelli ai governi, raccolte fondi. Molti chiedono sanzioni, altri chiedono solo che si fermi. Israele insiste: l’obiettivo è eliminare Hamas, una volta per tutte.
Ma ogni giorno che passa la guerra produce nuove ferite che andranno oltre i tunnel e i missili. Produce bambini cresciuti tra i bombardamenti, famiglie senza casa, un odio che si tramanda. Produce una Striscia dove ricostruire richiederà decenni e miliardi che oggi nessuno sa da dove verranno.I diplomatici parlano di “finestre di opportunità”. I militari parlano di “fasi successive”. I civili parlano di acqua.
Alla fine la domanda più semplice è anche la più scomoda: quante altre madri dovranno cercare i figli tra le macerie prima che il mondo riesca a imporre un silenzio che duri più di 24 ore?
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