La guerra in Ucraina è entrata in una fase che assomiglia più a un logoramento che a una battaglia decisiva. Non ci sono sfondamenti, non ci sono trattative credibili, solo giorni che si ripetono uguali: sirene, esplosioni, blackout e conteggi di vittime. Sul fronte Russia-Ucraina la guerra d’attrito continua senza pause decisive e a pagarne il conto sono prima di tutto i civili, intrappolati tra i missili e il freddo che torna ad avvicinarsi.
Nelle ultime settimane Mosca ha alzato di nuovo il tiro. Kiev, Odessa e Kharkiv sono tornate a essere bersagli quasi quotidiani. I missili russi hanno colpito centrali elettriche, sottostazioni e depositi di carburante, con l’obiettivo dichiarato di spegnere le città e paralizzare la logistica portuale sul Mar Nero. A Odessa i colpi hanno danneggiato terminal e gru, rallentando le esportazioni di grano che erano riprese a fatica dopo mesi di accordi e rotture. A Kharkiv le scuole chiudono con il primo allarme e riaprono con il secondo, quando c’è corrente. A Kiev la notte si illumina di bagliori e il rumore delle intercettazioni della difesa aerea è diventato il sottofondo della vita.
L’Ucraina risponde come può, spostando la guerra più in profondità nel territorio russo. I droni a lungo raggio hanno colpito basi aeree, depositi e raffinerie a centinaia di chilometri dal confine. L’idea è semplice: portare il costo del conflitto dentro la Russia, colpire l’economia e la percezione di sicurezza. Alcuni attacchi hanno provocato incendi e sospeso la produzione per giorni, altri sono stati fermati prima di arrivare a segno. In entrambi i casi l’effetto è politico tanto quanto militare: dimostrare che nessuna distanza è davvero sicura.
A terra, nel Donbass, la situazione è immobile. Avdiivka, Bakhmut, le linee di Zaporizhzhia: nomi che tornano da mesi sulle mappe con avanzate di poche centinaia di metri e poi ritirate. Le trincee sono piene di fango, le artiglierie sparano migliaia di colpi al giorno e le perdite sono alte da entrambe le parti. I comandanti parlano di “difesa attiva”, i soldati parlano di sopravvivenza. Nessuno dei due eserciti ha oggi la capacità di rompere le linee avversarie in modo definitivo, e così il fronte resta congelato, una cicatrice lunga centinaia di chilometri.
Sul piano diplomatico il silenzio è assordante. I canali di dialogo sono interrotti e ogni proposta viene respinta prima ancora di essere discussa. Bruxelles sta lavorando a un nuovo pacchetto di aiuti militari per Kiev: munizioni, sistemi di difesa aerea e fondi per la ricostruzione delle reti energetiche. Washington valuta ulteriori sanzioni contro il settore bancario russo, cercando di colpire i flussi finanziari che sostengono l’industria bellica. Mosca replica parlando di “guerra economica” e stringendo accordi commerciali con Paesi che non applicano le restrizioni occidentali.
Nel frattempo il tempo stringe: l’inverno metterà di nuovo alla prova la capacità dell’Ucraina di tenere accese le case e gli ospedali.Ed è proprio la popolazione civile a subire il peso maggiore. I blackout programmati durano ore, a volte giorni. Le famiglie si organizzano con generatori, candele, power bank. Gli sfollati continuano ad aumentare: chi ha perso la casa a causa di un missile, chi è scappato da un villaggio troppo vicino al fronte, chi non ce la fa più a vivere con l’incertezza.
Le scuole fanno lezione nei rifugi, gli ospedali operano con i gruppi elettrogeni, i volontari distribuiscono acqua e cibo nelle città colpite. La resilienza è diventata una parola d’uso comune, ma dietro c’è stanchezza.Questa guerra non offre più immagini di grandi vittorie. Offre file per il carburante, finestre coperte di nastro adesivo, treni pieni di persone con una valigia. Offre droni che ronzano di notte e missili che arrivano all’alba.
Offre due Paesi che continuano a combattere perché nessuno dei due può permettersi di fermarsi per primo.Alla fine, quando si spegneranno le telecamere e si chiuderanno i dossier, resterà una domanda semplice e crudele: quanto tempo può resistere un popolo che vive al buio, e quanto può durare una guerra che non vince nessuno, ma che tutti continuano a combattere?
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