Lo Stretto di Hormuz è tornato a essere il punto in cui la guerra tra Stati Uniti e Iran rischia di trasformarsi in una crisi globale. Da una parte Washington alza il tono e rivendica il controllo militare del passaggio strategico. Dall’altra Teheran insiste sul fatto che la riapertura dello Stretto sia legata a precise condizioni politiche e diplomatiche. In mezzo compare Mosca, che offre la propria disponibilità a svolgere un ruolo di mediazione. È una partita nella quale petrolio, sicurezza marittima e negoziato si sovrappongono pericolosamente.
Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha usato parole difficili da interpretare come un semplice messaggio diplomatico. Il blocco americano, ha detto, è “ferreo” e l’Iran non controlla lo Stretto: secondo Hegseth, lo controllano gli Stati Uniti. Teheran, ha aggiunto, deve smettere di “giocare” con Hormuz e compiere la scelta giusta. In caso contrario, il presidente Donald Trump avrebbe “tutte le opzioni” sul tavolo.
Il linguaggio è quello della deterrenza. Washington vuole comunicare che la chiusura dello Stretto non può diventare uno strumento con cui l’Iran detta unilateralmente le condizioni alla comunità internazionale. Ma dietro la dichiarazione militare c’è una questione economica enorme. Hormuz è una delle principali arterie mondiali per il trasporto di petrolio e gas: qualsiasi interruzione prolungata ha effetti immediati sulle rotte commerciali, sui costi dell’energia e sulle aspettative dei mercati.
Il paradosso è che, mentre Washington afferma di avere la situazione sotto controllo, Teheran sostiene esattamente il contrario e lega la riapertura dello Stretto all’accettazione di sette condizioni. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha ribadito che Hormuz non verrà riaperto fino a quando tali condizioni, collegate all’intesa di Islamabad, non saranno soddisfatte. Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha sostenuto che una proposta iraniana potrebbe consentire la riapertura entro sette giorni, se Washington accettasse le richieste di Teheran.
È qui che la guerra entra nella sua fase più delicata. Nessuno dei due contendenti vuole essere il primo a rinunciare alla propria leva. Per gli Stati Uniti, mantenere il controllo delle rotte significa impedire che l’Iran possa utilizzare Hormuz come strumento di pressione. Per Teheran, la questione è opposta: lo Stretto rappresenta una delle principali carte negoziali ancora disponibili contro una pressione americana che ha colpito duramente l’economia iraniana.
E mentre Washington e Teheran misurano la propria forza, Mosca prova a ritagliarsi uno spazio. La Russia ha dichiarato di essere pronta a contribuire alla stabilizzazione della situazione e a svolgere un ruolo di mediazione. Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dmitry Medvedev ha ribadito la disponibilità russa a mediare tra Stati Uniti e Iran, sottolineando al tempo stesso il livello ormai molto stretto dei rapporti tra Mosca e Teheran.
È un’offerta che va letta con attenzione. La Russia non si presenta come un osservatore neutrale. È un partner strategico dell’Iran e, contemporaneamente, una potenza che ha interesse a mantenere un canale con Washington. Proprio per questo la proposta di mediazione può essere interpretata come un tentativo di trasformare una crisi regionale in una nuova occasione di protagonismo diplomatico russo.
Mosca, del resto, non arriva improvvisamente sulla scena. Già nei mesi precedenti il Cremlino aveva manifestato la disponibilità a facilitare un processo di de-escalation tra Iran e Stati Uniti. A settembre il ministro degli Esteri Sergei Lavrov aveva inoltre affermato che la Russia, insieme ad altri Stati responsabili, era pronta a contribuire alla stabilizzazione della regione e dello Stretto di Hormuz.
Il punto decisivo, però, resta quello militare. Hegseth non ha lasciato intendere che Washington sia interessata a una crisi senza fine. Al contrario, ha affermato che Trump non vuole permettere che la situazione si prolunghi inutilmente e che gli Stati Uniti sono pronti ad agire quando sarà impartito l’ordine. Contemporaneamente, il governo iraniano sostiene di essere disposto alla diplomazia, ma avverte che reagirà a qualsiasi nuova azione militare americana.
Il rischio è dunque quello di una spirale nella quale ogni parte interpreta la fermezza dell’altra come una ragione per aumentare ulteriormente la pressione. E Hormuz è il peggior luogo possibile per una simile dinamica, perché qui una crisi militare locale può diventare rapidamente una crisi energetica mondiale.
La partita non riguarda più soltanto Washington e Teheran. Riguarda i Paesi del Golfo, i grandi esportatori di petrolio, le economie asiatiche, l’Europa e tutti coloro che dipendono dalla libertà di navigazione. Anche la diplomazia europea dovrà fare i conti con questa nuova realtà, perché un blocco prolungato dello Stretto non sarebbe soltanto un problema mediorientale.
Alla fine, la domanda non è soltanto chi controlli Hormuz. La domanda vera è chi riuscirà a trasformare quel controllo in una soluzione politica. Hegseth parla il linguaggio della forza, Teheran quello delle condizioni, Mosca quello della mediazione. Tre linguaggi diversi per una stessa partita. Ma nello Stretto passa una parte troppo grande dell’economia mondiale perché il mondo possa permettersi che sia il rumore delle armi a decidere la prossima parola.
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