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TRUMP SFIDA L’EUROPA – “Prima ridevano di noi, ora vogliono copiarci” – Il voto americano entra nel conto

Donald Trump torna alla sua formula preferita: America prima di tutto, orgoglio nazionale e un’Europa descritta come un continente che, dopo avere criticato gli Stati Uniti, avrebbe finito per imitarne le scelte. Il presidente americano lo ha detto durante il comizio di Dayton, in Ohio, dove sabato 3 ottobre è intervenuto a sostegno dei candidati repubblicani Jon Husted e Vivek Ramaswamy, a poche settimane dalle elezioni di midterm del 3 novembre. “Eravamo uno scherzo di Paese, tutti ridevano di noi. Ora l’Europa vuole copiarci, tutti vogliono copiarci”, ha affermato Trump. Poi il messaggio rivolto agli elettori: “Andate semplicemente a votare. Se lo farete, vinceremo e vinceremo alla grande”.

Il contesto è tutto fuorché secondario. Trump non stava parlando in una conferenza internazionale, ma davanti a una platea elettorale, in uno Stato dove la competizione per il Senato è considerata particolarmente rilevante. Il presidente ha trasformato così anche il rapporto con l’Europa in un elemento della propria narrazione politica interna: gli Stati Uniti, secondo la sua lettura, avrebbero smesso di essere il Paese che subiva decisioni e vincoli imposti dall’esterno per diventare il modello che gli altri sono costretti a seguire.

È una rappresentazione politica, prima ancora che una fotografia delle relazioni transatlantiche. Ma sarebbe un errore liquidarla come una semplice provocazione da comizio. Perché dietro quella frase c’è una linea ormai riconoscibile dell’amministrazione Trump: chiedere agli alleati europei di assumersi maggiori responsabilità, soprattutto sulla sicurezza, ridurre quella che Washington considera una dipendenza eccessiva dagli Stati Uniti e, nello stesso tempo, esercitare pressione sulle capitali europee attraverso commercio, energia e difesa.

L’Europa, in effetti, si sta muovendo verso un rafforzamento delle proprie capacità di difesa. Reuters ha documentato come la pressione esercitata da Trump sulla Nato e sugli alleati stia contribuendo a modificare il dibattito europeo sulla sicurezza, spingendo diversi Paesi a interrogarsi su una maggiore autonomia rispetto a Washington. Questo, però, non significa che l’Europa stia semplicemente “copiando” gli Stati Uniti, come sostiene Trump: si tratta di processi politici e strategici più complessi, legati anche alla guerra in Ucraina, alle tensioni con la Russia e all’incertezza sul futuro dell’impegno americano nel continente.

Il passaggio più interessante del discorso di Dayton è quindi quello che Trump non ha pronunciato direttamente. Il presidente sembra voler trasformare ogni scelta americana in una prova della validità della propria agenda. Se l’Europa aumenta la spesa militare, per Washington è la conferma che la pressione americana ha funzionato. Se l’Europa cerca nuove fonti energetiche, è la dimostrazione che le vecchie dipendenze non erano sostenibili. Se i governi europei irrigidiscono alcune politiche commerciali o industriali, Trump può presentarle come una reazione al nuovo equilibrio imposto dagli Stati Uniti.

È una logica politica molto efficace perché consente al presidente di leggere ogni sviluppo internazionale come una conferma della propria linea. Ma la realtà è meno lineare. L’Europa non è un blocco unico e le sue decisioni non possono essere ricondotte a una sola influenza americana. Francia, Germania, Italia, Polonia e gli altri Stati membri hanno interessi diversi, così come diverse sono le loro valutazioni sul rapporto con Washington.

E proprio qui si apre il secondo fronte del messaggio di Trump: quello interno. L’intervento in Ohio arriva mentre i repubblicani affrontano una campagna di midterm nella quale il presidente sta cercando di mobilitare il proprio elettorato. L’obiettivo non è soltanto difendere un candidato. È trasformare il voto in un referendum politico sulla direzione impressa all’America dalla sua amministrazione.

In questo senso, la frase sull’Europa è perfettamente funzionale alla campagna. Il messaggio è semplice: gli Stati Uniti erano, nella sua rappresentazione, sottovalutati; ora vengono imitati. E se gli americani vogliono continuare su questa strada, devono sostenere i repubblicani. “Vinceremo alla grande” non è quindi soltanto una previsione elettorale: è la richiesta di un mandato politico per proseguire sulla stessa linea.

Ma c’è un elemento che rende il quadro più complicato. L’Ohio che Trump ha trovato davanti a sé non è soltanto quello raccontato dal palco. Pochi giorni prima del comizio, quasi 1.400 lavoratori dello stabilimento Navistar di Springfield erano stati licenziati. L’episodio ha riacceso le discussioni sulle condizioni dell’economia locale, sull’inflazione e sulle conseguenze delle politiche commerciali e industriali dell’amministrazione.

È questa la distanza tra la retorica del palco e la realtà del voto. Un presidente può raccontare un’America che detta le regole al mondo, ma l’elettore decide anche sulla base del prezzo della benzina, del lavoro che manca, del costo della spesa e della sicurezza economica della propria famiglia.

Trump lo sa. Per questo il messaggio sull’Europa è soltanto una parte di una campagna molto più ampia, nella quale politica estera e politica interna vengono continuamente mescolate. L’America forte all’estero deve diventare, nella narrazione repubblicana, l’America che produce, assume, investe e protegge i propri cittadini.

Il voto di novembre dirà quanto questa narrazione riuscirà a tradursi in consenso. Ma una cosa è già chiara: Trump non sta chiedendo agli americani soltanto di scegliere dei candidati. Sta chiedendo loro di confermare una precisa idea del ruolo degli Stati Uniti nel mondo.

E mentre Washington guarda all’Europa dicendo “ora volete copiarci”, l’Europa farebbe bene a porsi una domanda diversa: non se debba copiare l’America, ma quanto a lungo potrà permettersi di dipendere dalle sue decisioni. Perché il vero cambiamento, questa volta, potrebbe non essere quello annunciato dal palco di Dayton. Potrebbe essere quello che sta maturando dall’altra parte dell’Atlantico.

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Carmen Salerno
Carmen Salerno

Data:

4 Ottobre 2026
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