C’è un momento, nelle guerre lunghe, in cui le mappe dei combattimenti diventano meno importanti dei conti economici. È il momento in cui si capisce che una guerra non si vince soltanto con i missili, i droni o gli uomini al fronte, ma con il carburante che alimenta gli eserciti, con il denaro che finanzia le operazioni e con gli interessi economici che possono aprire o chiudere una porta diplomatica. La vicenda Lukoil e la nuova offensiva ucraina contro le raffinerie russe vanno lette esattamente così. Non sono due episodi separati. Sono due facce della stessa partita: chi riuscirà a trasformare l’energia in uno strumento per arrivare alla pace e chi, invece, continuerà a utilizzarla come arma fino a quando non avrà ottenuto condizioni migliori al tavolo.
Il punto di partenza è la notizia, riferita dal New York Times e ripresa da Reuters, secondo cui nei contatti tra l’amministrazione Trump e Mosca sarebbe entrata anche la possibile operazione sugli asset internazionali di Lukoil. Parliamo di un patrimonio enorme, fatto di attività petrolifere, raffinerie e stazioni di servizio in diversi Paesi. Ma è bene dirlo subito: non siamo davanti a una compravendita già perfezionata. Siamo davanti a una trattativa che avrebbe bisogno di autorizzazioni e che si inserisce in un quadro regolatorio già costruito dagli Stati Uniti per consentire la possibile cessione degli asset internazionali della società russa.
Ed è proprio questo che rende Lukoil interessante. Non tanto per il valore dell’operazione in sé, quanto per ciò che rappresenta. Se la ricostruzione del New York Times è corretta, Vladimir Putin avrebbe messo sul tavolo questa possibilità durante l’incontro del 5 settembre con Steve Witkoff e Jared Kushner come un segnale concreto della disponibilità russa a riaprire una stagione di rapporti economici con gli Stati Uniti. Non è difficile capire la logica del Cremlino: la diplomazia, quando non riesce a partire dalle questioni politiche più difficili, può provare a partire dagli affari.
È una logica che a Washington evidentemente conoscono bene. Gli Stati Uniti hanno già predisposto il meccanismo attraverso il quale gli asset internazionali di Lukoil possono essere ceduti, imponendo condizioni precise e impedendo, almeno formalmente, che l’operazione si traduca in un immediato beneficio finanziario per la società russa. Il punto, dunque, non è che le sanzioni siano improvvisamente scomparse. Il punto è che dentro il sistema delle sanzioni si è aperto uno spazio nel quale può essere costruito un possibile passaggio economico verso una relazione diversa.
A mio avviso è qui che bisogna leggere la vera novità. Il petrolio non è soltanto una commodity. In questa guerra è diventato una moneta diplomatica. Putin sembra voler dimostrare agli americani che esiste un prezzo per tornare a fare affari con Mosca. Trump, dal canto suo, può considerare gli interessi economici uno degli strumenti attraverso i quali rendere materialmente conveniente una diversa relazione con la Russia. Ma Kiev guarda la stessa partita da una prospettiva completamente diversa.
Zelensky, infatti, ha scelto di spostare la pressione direttamente sulle raffinerie russe. La sua posizione è comprensibile nella logica militare della guerra: se la Russia colpisce le infrastrutture energetiche ucraine, l’Ucraina vuole colpire ciò che consente alla Russia di produrre carburante, sostenere le proprie forze armate e mantenere in funzione la macchina economica del conflitto. Non è una strategia nata oggi. Ma oggi assume un significato politico più pesante perché arriva mentre Washington e Mosca cercano di tenere aperto un canale negoziale.
Ed è qui che emerge la contraddizione che, a mio giudizio, condizionerà la prossima fase della guerra. Gli americani possono vedere nel petrolio un ponte. Gli ucraini possono vederlo come una leva di pressione. I russi, naturalmente, lo vedono come una delle principali fonti della propria forza economica. La stessa raffineria, dunque, può essere contemporaneamente un asset commerciale, un obiettivo militare e una pedina diplomatica.
È un incrocio pericoloso. Perché ogni volta che un impianto petrolifero russo viene colpito, Kiev dimostra di poter incidere sulla capacità energetica di Mosca. Ma ogni volta che la pressione sulle infrastrutture russe aumenta, cresce anche il rischio che Washington consideri quegli attacchi un ostacolo alla propria strategia negoziale. Non a caso Donald Trump ha già chiesto pubblicamente a Zelensky di interrompere gli attacchi alle infrastrutture legate al diesel russo, sottolineando le conseguenze sul mercato dei carburanti.
La questione diventa ancora più delicata se si guarda alla disponibilità ucraina a discutere una tregua sulle infrastrutture energetiche. Zelensky non ha escluso il confronto, ma non ha nemmeno accettato l’idea di rinunciare unilateralmente alla pressione sulle raffinerie russe. E qui, forse, si trova il vero punto della trattativa: Kiev non vuole che la parola “pace” diventi sinonimo di rinuncia agli strumenti con cui può ancora esercitare pressione su Mosca. Vuole che ogni concessione abbia una contropartita.
È una posizione che può piacere o non piacere politicamente, ma che ha una sua logica strategica: quando sei al tavolo negoziale, il valore della tua parola dipende anche dalla forza che puoi ancora mettere sul tavolo. E il petrolio, per l’Ucraina, è diventato una delle poche leve capaci di colpire direttamente il sistema economico russo senza passare necessariamente dal campo di battaglia tradizionale.
Per questo la vicenda Lukoil va osservata con molta attenzione. Se l’operazione sugli asset internazionali dovesse realmente trasformarsi in uno dei primi grandi affari tra interessi americani e russi dopo anni di sanzioni e isolamento, avrebbe un valore che andrebbe ben oltre quello societario. Sarebbe un segnale. E in una trattativa diplomatica i segnali contano quasi quanto gli accordi.
Ma proprio per questo Zelensky non può permettersi di ignorare quella partita. Se Washington e Mosca cominciano a costruire un terreno economico comune, Kiev rischia di trovarsi davanti a una domanda difficile: fino a che punto gli Stati Uniti saranno disposti a sostenere una strategia ucraina che continua a colpire uno dei settori economici più sensibili della Russia? E, soprattutto, quali garanzie potrà ottenere l’Ucraina in cambio di una eventuale riduzione della pressione?
La risposta non è ancora scritta. Ed è questo il punto che spesso sfugge quando si raccontano i negoziati soltanto attraverso gli incontri tra presidenti e inviati. La diplomazia non procede soltanto nelle stanze dove si stringono le mani. Procede anche nei mercati, nei contratti, nei porti, nelle raffinerie e nei flussi di carburante. La geopolitica, alla fine, presenta sempre il conto.
La guerra in Ucraina è arrivata esattamente lì. Il petrolio è diventato una delle variabili decisive del negoziato perché rappresenta contemporaneamente potere, denaro e vulnerabilità. Putin può offrire affari come segnale di apertura. Trump può usare gli affari come incentivo. Zelensky può colpire le raffinerie per dimostrare che senza una soluzione politica la pressione continuerà.
Questa è, in definitiva, la partita che si sta giocando sotto la superficie dei negoziati. Non soltanto chi conquisterà un pezzo di territorio, ma chi arriverà al tavolo con la maggiore capacità di influenzare il prezzo della pace.
E allora il vero interrogativo non è se Lukoil finirà nelle mani di nuovi proprietari, né quante raffinerie russe verranno colpite. Il vero interrogativo è un altro: quando il petrolio smetterà di essere una munizione e tornerà a essere soltanto petrolio? Fino a quel momento, ogni barile russo continuerà a raccontare la guerra molto più di qualsiasi comunicato diplomatico.
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