C’è un momento in cui una crisi regionale smette di essere soltanto regionale. È quando una minaccia militare comincia a tradursi direttamente nel linguaggio dell’energia, delle rotte commerciali e dei mercati. Le ultime dichiarazioni di Teheran sullo Stretto di Hormuz ci portano esattamente su questa soglia.
Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, ha avvertito che i Paesi che sosterranno la campagna economica americana contro l’Iran potrebbero essere considerati nemici e ha evocato la possibilità di fermare le esportazioni di petrolio dal Golfo. La minaccia arriva mentre Washington prepara nuove sanzioni, definite dal segretario al Tesoro Scott Bessent come una sorta di «economic D-Day».
Il punto, però, non è soltanto quanto petrolio possa ancora esportare l’Iran. Il vero problema è il controllo di una strozzatura strategica dell’economia mondiale. Nel primo semestre del 2025, attraverso Hormuz transitavano in media 20,9 milioni di barili di petrolio al giorno, circa un quinto dei consumi globali di prodotti petroliferi. Nel 2026 i flussi sono già stati drasticamente ridotti dalla guerra e dalle restrizioni alla navigazione: l’Energy Information Administration statunitense stima per il secondo trimestre appena 4,9 milioni di barili al giorno.
È qui che la geopolitica incontra l’economia. Una chiusura o una forte limitazione di Hormuz non colpirebbe soltanto Teheran. Colpirebbe soprattutto i grandi importatori asiatici e, attraverso il prezzo del petrolio, anche le economie occidentali. L’energia più cara alimenta i costi di trasporto, produzione e riscaldamento, esercitando pressione sull’inflazione e costringendo le banche centrali a muoversi in un ambiente più difficile. Non è dunque necessario che il petrolio scompaia dai mercati: è sufficiente che aumenti l’incertezza sulla sua disponibilità.
Ma questa volta c’è un elemento nuovo. La guerra economica americana punta esplicitamente anche ai Paesi che continuano a commerciare con Teheran. E il bersaglio più importante è la Cina, principale acquirente del petrolio iraniano. Secondo Reuters, nel 2025 gli acquisti cinesi hanno raggiunto una media di circa 1,4 milioni di barili al giorno; ad agosto 2026, però, le esportazioni iraniane verso la Cina sono scese sensibilmente.
Qui si apre la vera partita geopolitica. Washington vuole dimostrare che nessun sistema finanziario o commerciale alternativo può permettere all’Iran di aggirare indefinitamente le sanzioni. Pechino, al contrario, ha un interesse strategico a evitare che gli Stati Uniti possano decidere unilateralmente chi può vendere petrolio, a chi e attraverso quali canali. La questione iraniana diventa così anche una questione di sovranità economica cinese e di equilibrio del sistema internazionale.
L’Iran, dal canto suo, utilizza l’unico grande strumento di pressione che possiede ancora: la geografia. Non può competere con gli Stati Uniti sul piano finanziario o militare globale, ma controlla la sponda settentrionale di Hormuz e può rendere molto più rischioso il passaggio delle navi. È una strategia di deterrenza estrema: trasformare la vulnerabilità energetica del mondo in una leva negoziale.
Anche per questo la provocazione di Donald Trump, che ha pubblicato una mappa definendo Hormuz «nuovo territorio americano», va letta soprattutto nel registro della pressione politica. Non cambia lo status giuridico dello Stretto, ma segnala la volontà americana di non accettare che Teheran possa trasformare una rotta internazionale in uno strumento di ricatto.
Il rischio più grande, tuttavia, è che la logica della pressione produca una spirale difficile da controllare. Washington aumenta le sanzioni per costringere l’Iran a cedere; Teheran minaccia Hormuz per rendere le sanzioni troppo costose; i Paesi asiatici cercano alternative; i mercati incorporano il rischio; il prezzo dell’energia diventa una variabile geopolitica. E ogni nuovo passaggio rende più difficile tornare indietro.
Per l’Europa la lezione è particolarmente severa. In una crisi energetica globale, non basta avere riserve strategiche o diversificare i fornitori: serve una politica estera capace di anticipare le crisi e una politica industriale in grado di assorbire shock prolungati. L’Europa non può controllare Hormuz, ma può decidere quanto la propria economia debba dipendere da una rotta che altri possono trasformare in un’arma.
Questa è, in definitiva, la posta della crisi. Non soltanto il destino del regime iraniano, né soltanto la capacità americana di imporre sanzioni. La partita riguarda chi avrà il potere di stabilire le regole dell’economia globale quando commercio, sicurezza ed energia diventano indistinguibili.
Hormuz è uno stretto largo pochi chilometri. Ma oggi, attraverso quelle acque, passa una parte enorme dell’equilibrio del mondo.
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