Sono ormai passati quasi trent’anni da quando Zygmunt Bauman battezzava l’epoca contemporanea come “modernità liquida”, descrivendo un mondo in cui le strutture sociali, le relazioni e le istituzioni si dissolvevano prima di avere il tempo di solidificarsi. Il termine usato da Bauman poi in molti altri suoi testi, è stato in seguito letteralmente saccheggiato per descrivere qualsiasi epifenomeno contemporaneo, quasi fosse un’operazione di forzato battesimo della quotidianità nella quale ci troviamo a vivere. A quasi trent’anni di distanza, la liquidità teorizzata dall’autore polacco, si è trasformata in un flusso transumano iper-accelerato. I social network, domini incontrastati dei nostri tempi, non sono più semplici strumenti di comunicazione, ma veri e propri motori informativi, intrattenitivi e, soprattutto, cronologici della nostra esistenza. L’effetto di contrazione del tempo vissuto che proviamo spesso, non è un effetto collaterale della tecnologia, ma il nucleo centrale di una strategia economica precisa: il carburante bio-politico foucaultiano che alimenta il neoliberismo maturo e l’economia di mercato. Ieri come oggi è sempre il mondo del pensiero filosofico ad analizzare il presente grazie a Byung-Chul Han, il quale ha ampiamente analizzato come la digitalizzazione abbia frammentato il tempo in una serie di presenti discontinui, privi di una direzione narrativa o di una durata interiore. Nell’era dello scroll infinito, il tempo non fluisce più; atomizzato in impulsi, esso precipita in un’accelerazione che produce una mutazione antropologica: l’individuo sperimenta una costante ansia da prestazione in grado di produrre un soggetto di prestazione che si auto-sfrutta nel mito della produttività perenne, fino a crollare nel burnout. Come poi intuito da Bernard Stiegler, le tecnologie digitali operano come un pharmakon: sono al contempo rimedio e veleno. Nel contesto delle piattaforme digitali, esse si configurano come una “tecnologia dell’ipnosi” e della cattura psicopolitica. I social network espropriano la memoria a lungo termine e i processi di ritenzione secondaria, sostituendoli con automatismi algoritmici. Questa sottomissione della psiche al ritmo della macchina azzera la capacità critica, che richiede per sua natura indugio, silenzio e tempo lento, chimere e accezioni negative per gli abitanti delle nostre città. Il tempo nella nostra società ipertecnologicizzata, iperconsumistica e iperoccupata, è diventato, infatti secondo Jacques Attali, il bene più prezioso e non rimpiazzabile da fonti alternative: «il tempo è […] l’unica realtà davvero rara: non è possibile produrlo, e non è possibile a chi ne dispone di venderlo, perché nessuno è in grado di accumularlo».

Non è molto utopistico pensare che molte aziende della Silicon Valley si stiano occupando di come ridurre il tempo che, per esempio, la natura ha imposto all’uomo per svolgere molte attività fisiologiche. Se allora il tempo è la merce assoluta par excellence, «la libertà […] non è altro che l’illusoria manifestazione di un capriccio all’interno della prigione del tempo», e l’accelerazione del tempo risponde dunque a un imperativo economico categorico: massimizzare la velocità di circolazione del capitale. Lo stesso Attali a proposito dell’economia del tempo, ha sottolineato come il capitalismo tenda intrinsecamente a trasformare il tempo stesso nella merce suprema. Chi controlla la velocità e la scarsità del tempo controlla il potere. Nei mercati iper-tecnologici, l’attenzione umana è una risorsa finita; accelerare l’esperienza del tempo significa di conseguenza poter inserire più frammenti pubblicitari, più transazioni e più stimoli di consumo nella medesima ora biologica di un individuo. Se è vero come è vero che è ormai in atto da decenni un’opera di colonizzazione temporale, resa possibile da quella che il sociologo David Lyon definisce la sorveglianza digitale o surveillance culture, la raccolta pervasiva di metadati non serve solo a monitorare lo spazio o i comportamenti passati, ma a predire e anticipare i comportamenti futuri in tempo reale. Il tempo è entrato ormai nella fase della sua forse definitiva contrazione affinché l’algoritmo operi prima che il soggetto possa esercitare una scelta consapevole. La sorveglianza diventa predittiva e la vita umana viene scomposta in flussi di dati pronti per essere monetizzati sui mercati dei comportamenti futuri. Possiamo parlare dunque di una svolta che ha il sapore e l’aspetto di ciò che Éric Sadin descriveva come l’avvento dell’antropologia algoritmica o “silicolonizzazione” del mondo. I social network si sono incarnati in una forma di algocrazia in cui la verità e l’azione umana sono delegate a sistemi computazionali capaci di orientare le decisioni collettive a una velocità “sub-visiva”. L’accelerazione neoliberista del resto per essere tale esige che l’essere umano abdichi alla propria facoltà di giudizio in favore di una reazione immediata (il like, il retweet, l’acquisto in un click), in modo tale da non lasciare tracce di riflessione che potrebbe inficiare se non annullare la capacità all’acquisto, al commento e alla reazione di impulso. L’opera pervasiva e silenziosa di ciò che viene definita “razionalità neoliberista” non si limita però solo ai beni materiali, ma penetra anche e soprattutto nella sfera intima, ultimo baluardo della nostra sfera privata ormai del tutto colonizzata.

Eva Illouz ha coniato a tale proposito il termine “capitalismo emotivo” per descrivere per l’appunto come gli affetti e le relazioni siano stati progressivamente quantificati e modellati seguendo sempre e solo la logica del mercato (un mercantilismo che del resto da sempre nella storia dell’uomo ha teso i suoi tentacoli per primeggiare sulla vita degli individui). L’accettazione supina delle logiche alienanti neocapitaliste e neomercantilistiche da parte dell’individuo, senza che si diffonda nessuna forma di ribellione, ha portato a sviluppare una potente infrastruttura ideologica che Edgar Cabanas, insieme alla stessa Eva Illouz, ha definito come “happycracy”, ovvero la dittatura della felicità. Con le armi della tanto osannata psicologia positiva e secondo i proseliti dei sacerdoti del discorso motivazionale, si arriva a una piena saturazione dialettica dei social network, in cui la responsabilità del proprio benessere o malessere viene interamente scaricata sull’individuo. La litania, o se vogliamo, il sottotesto in caso di un improvviso ripensamento, è: se sei stressato, ansioso o esaurito dall’accelerazione della tua vita, la colpa non è del sistema economico, ma della tua incapacità di essere resiliente, di fare mindfulness o di gestire il tuo tempo. I social diventano così l’emblema della vetrinizzazione di stili di vita idealizzati in cui l’ansia da prestazione viene mascherata da auto-realizzazione e si sviluppa l’età dell’iper-individualismo neoliberista che trova il suo compimento in un esercito (bonario, sedato e intorpidito) di atomi isolati, iper-connessi e costantemente in corsa, che non hanno il tempo di coalizzarsi politicamente perché troppo occupati a ottimizzare se stessi per il mercato. Nel passato come nel presente, sono le svolte tecnologiche, le scoperte dell’uomo, a imprimere l’accelerazione definitiva per uscire da una crisi o per raggiungere il dominio dei mercati. L’accelerazione del tempo impressa dai social network si rivela dunque come, buon ultimo, un dispositivo di cattura definitivo attuato dal neoliberismo. Disponendo di armi innocue spacciate come forma di libertà, come la riduzione dello spazio tra desiderio e consumo, la frammentazione dell’attenzione e la mercificazione dell’interiorità, l’economia di mercato ha trovato nelle piattaforme digitali il suo habitat ideale. Tuttavia, questo pseudo benessere globale viaggia troppo velocemente e la strada è diretta verso un punto di rottura, in quanto un sistema basato sull’esaurimento biologico e psichico della sua risorsa primaria — il tempo umano — rischia di produrre un collasso cognitivo di massa, dove il soggetto, privato della durata, perde non solo la capacità di consumare, ma quella di esistere.
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