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UNA VISITA PRESSO L’AQUILA CAPITALE DELLA CULTURA 2026 – Il Mammut della Fortezza Spagnola

L’Aquila Capitale della cultura 2026 riserva un ricchissimo programma di eventi, degno della tradizione culturale che il capoluogo d’Abruzzo riveste da sempre.

Tale investitura è fondamentale  per la ripresa economico-sociale e artistico-culturale della città che torna finalmente a vivere dopo il tremendo terremoto dell’Aprile del 2009,  che causò profonde ferite al suo patrimonio storico ed urbanistico. Per fortuna la sua ricostruzione sembra procedere molto bene.

Nell’ambito delle attrazioni aquilane, tra le più interessanti ed affascinanti, è sicuramente il Mammut che si trova all’interno del Bastione est del Castello Cinquecentesco, maestosa fortezza realizzata da Carlo V durante il dominio spagnolo sulla città, tra il 1534 e il 1567.

Il Mammut fu rinvenuto all’interno di una cava d’argilla di Scoppito nel 1954.

Seguirono scavi che portarono alla luce lo scheletro completo dell’animale che fu restaurato e rimontato.

Ma come è possibile che un mammut si trovasse lì?

Un milione e trecentomila anni fa, pare che in Abruzzo – e in altre zone d’Italia – ci fossero un clima ed un ambiente favorevoli alla vita di questi grandi mammiferi, un po’ come oggi accade in alcune regioni dell’Africa.

Questo mammut appartenne al specie meridionalis che, a differenza del mammut lanoso più noto, non aveva pelliccia. Esso Era di sesso maschile, aveva 55 anni, era alto quattro metri e lungo sette e pesava ben 11.500 chilogrammi, cioè come centoquaranta uomini. Si  nutriva di corteccia d’alberi, foglie, frutta, arbusti, erbe.

Al momento del ritrovamento, il gigante possedeva una sola zanna (l’altra potrebbe averla persa durante un combattimento). La zanna spezzata creò una grave infezione rovinando l’osso che la ospitava. A seguito di questa perdita, per il grande peso non più bilanciato (una zanna pesava più di cento chili), l’animale sviluppò una scoliosi e la saldatura delle prime vertebre cervicali. Dopo la morte, il corpo, spostato dalla corrente del lago (un tempo la conca aquilana era una bacino lacustre) si adagiò sulla sponda ricoprendosi lentamente con sabbie  e argille che crearono un ambiente povero di ossigeno favorendone la fossilizzazione.

Lo studio di questi strati di sabbie e argille sovrapposti, hanno permesso di ricostruire l’ambiente circostante di quelle epoche lontane. Nel periodo del Pleistocene inferiore e medio, il territorio dell’Abruzzo era ricco di laghi, in particolare riguardo alle aree dove oggi sono L’Aquila e Sulmona o il Fucino. Vi erano ampie pianure circondate da catene montuose con laghi, paludi e grandi valli fluviali. Tale ricchezza di acque dolci, era essenziale per la vita dei grandi mammiferi, come elefanti e ippopotami. Nella stessa area furono infatti ritrovati resti di ippopotamo antico, rinoceronte e cervidi, oltre che di anfibi, rettili e molluschi.

Approfondire questi temi ci prende completamente, aprendo ampi varchi alla nostra fantasia, ma al di là della visita al Mammut, grandi eventi animano questo anno dedicato alla cultura a 360 gradi.

 Pertanto vi invito a visitare – senza indugi –  il sito MuNDA- Museo Nazionale d’Abruzzo  al fine di acquisire tutte le informazioni, comprese quelle riguardo alle numerose mostre d’arte attualmente presenti.

                            

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Emanuela Mari

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Data:

23 Luglio 2026
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