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VALSUSA IN FIAMME – 450 Identificati e 120 Feriti. “Non è Finita”, Urla la No Tav

Valsusa in fiamme: 450 identificati e 120 feriti. “Non è finita”, urla la No TavLa Valle di Susa è tornata a essere una zona di guerra. Venerdì è andato in scena quello che il movimento No Tav ha definito “una grande giornata di lotta”, ma che per le forze dell’ordine si è tradotto in ore di guerriglia urbana tra i cantieri di San Didero e Chiomonte. Il bilancio è pesante: circa 450 persone identificate, oltre 120 tra poliziotti, carabinieri e finanzieri feriti, decine di fermi e una tensione che non si vedeva da anni lungo l’asse della Torino-Lione.

Tutto è cominciato nelle prime ore del mattino, quando un corteo di manifestanti ha forzato i blocchi lungo la statale 24, diretto verso le aree di cantiere. Lo slogan era chiaro: fermare i lavori, contestare la militarizzazione della valle e rilanciare la battaglia contro l’alta velocità. A San Didero i primi scontri sono scoppiati davanti ai cancelli presidiati dalle forze dell’ordine. Pietre, fumogeni, bottiglie e vernice sono piovute contro gli scudi. La risposta è stata immediata con idranti, lacrimogeni e cariche di alleggerimento. Nel giro di un’ora l’area si è trasformata in una nuvola bianca e nera, tra il boato degli ordigni e le sirene delle ambulanze.

Da San Didero il corteo si è spostato, in parte a piedi e in parte con auto, verso Chiomonte, dove si trova il cantiere principale della futura linea ferroviaria. Qui la tensione era già alle stelle. Le recinzioni sono state prese d’assalto, i furgoni dei manifestanti hanno tentato di abbattere i varchi e alcuni gruppi hanno lanciato molotov contro i mezzi di servizio. I militari e gli agenti schierati a protezione del sito hanno risposto con determinazione, cercando di contenere l’avanzata e di evitare l’irruzione all’interno dell’area operativa. Gli scontri sono durati fino al pomeriggio inoltrato, con fasi alterne di calma e di nuova escalation. A terra manganelli, caschi, striscioni strappati e una scia di vetri rotti.

Il ministero dell’Interno ha parlato di “un attacco premeditato e violento contro le istituzioni e contro un’opera strategica per il Paese”. Il bilancio dei feriti tra le forze dell’ordine è provvisorio e potrebbe salire: contusioni, fratture, ustioni e intossicazioni da fumo. Diversi agenti sono stati ricoverati in ospedale a Torino e Susa, nessuno in prognosi riservata ma alcuni con traumi importanti. Tra i manifestanti non risultano al momento feriti gravi, ma molte persone sono state medicate sul posto per inalazione di gas e contusioni.

Le identificazioni sono state massicce. Dalle prime ore del pomeriggio le volanti e i reparti mobili hanno setacciato la valle, fermando pullman, furgoni e auto con targa di mezza Italia e anche dall’estero. In totale sono circa 450 le persone controllate e segnalate. Alcune decine sono state denunciate per resistenza, danneggiamento, lancio di oggetti contundenti e invasione di area. La procura di Torino ha aperto un fascicolo per coordinare le indagini e acquisire i video girati sia dalle forze dell’ordine che dai manifestanti stessi.

Dal fronte No Tav il tono è di sfida. In un comunicato diffuso a tarda sera il movimento ha rivendicato la protesta come “una grande giornata di lotta popolare” e ha attaccato il governo: “La Valsusa è tutt’altro che pacificata. Finché ci saranno cantieri e militarizzazione, ci sarà resistenza”. Secondo i portavoce, la manifestazione ha visto la partecipazione di migliaia di persone arrivate da tutta Italia, oltre a delegazioni europee contrarie alle grandi opere. “Non chiediamo il dialogo a colpi di manganello. Chiediamo che si chiudano i cantieri e si investano quei soldi in sanità, scuole e trasporti locali”, si legge nella nota.

Il governatore del Piemonte e i sindaci della valle hanno espresso solidarietà alle forze dell’ordine e preoccupazione per i cittadini. “La protesta è legittima, la violenza no. In questo modo si mette a rischio la sicurezza di tutti e si danneggia l’immagine della valle”, è stato il commento unanime. Intanto i lavori nei due cantieri sono ripresi nella notte, sotto sorveglianza rafforzata. Il dispositivo di sicurezza resterà alto per i prossimi giorni, con posti di blocco e controlli a tappeto sulle strade di accesso.

La Torino-Lione è da decenni il simbolo di uno scontro che va oltre l’opera in sé. È la contrapposizione tra chi la considera indispensabile per collegare l’Italia all’Europa e ridurre l’impatto ambientale del trasporto merci, e chi la vede come un inutile spreco di denaro pubblico in una valle già ferita da cemento e inquinamento. Ogni tentativo di riavviare i lavori si è sempre scontrato con una mobilitazione di piazza, ma quella di questa settimana ha segnato un salto di qualità nello scontro.

Ora la domanda è una sola: cosa succederà nelle prossime settimane. Il movimento ha già annunciato nuove iniziative e presidi, mentre il governo ha ribadito che l’opera non si ferma. Nel mezzo restano una valle spaccata, 120 famiglie di agenti che hanno passato la notte in ospedale e 450 persone con una denuncia che rischia di cambiare la loro vita. La Valsusa aveva provato a respirare, ma il fumo dei lacrimogeni è tornato a coprire le montagne. E la pace, qui, sembra ancora l’utopia più lontana.

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Celeste Altamura

Data:

26 Luglio 2026
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