- Dal 1990 la povertà estrema mondiale è diminuita drasticamente, nonostante la forte crescita demografica globale.
- L’Asia ha guidato i progressi, mentre l’Africa subsahariana concentra ancora le situazioni più gravi oggi.
- Pandemie, conflitti e fragilità istituzionale rallentano i miglioramenti e rendono indispensabili politiche sociali efficaci durature.
Negli ultimi trent’anni la povertà estrema ha registrato una riduzione senza precedenti, rappresentando uno dei più importanti successi dello sviluppo economico globale. Pur continuando a interessare centinaia di milioni di persone, la quota della popolazione mondiale che vive con meno di 3 dollari internazionali al giorno è diminuita drasticamente grazie alla crescita economica, all’industrializzazione, all’espansione del commercio internazionale e al miglioramento delle politiche pubbliche. Tuttavia, i progressi non sono stati uniformi e persistono profonde differenze tra le diverse regioni del pianeta.
Nel 1990 circa il 43,4% della popolazione mondiale viveva in condizioni di povertà estrema. Dieci anni dopo la percentuale era già scesa al 36,2%, per poi diminuire ulteriormente al 21% nel 2010, al 13,4% nel 2015 e al 10,8% nel 2019, l’ultimo anno precedente alla pandemia di COVID-19. Le stime indicano che nel 2026 la quota dovrebbe attestarsi poco sotto il 10%. In poco più di tre decenni l’incidenza della povertà estrema si è quindi ridotta di oltre 33 punti percentuali, pari a una diminuzione di circa il 75% rispetto ai livelli iniziali.
Questo risultato assume ancora maggiore rilevanza se si considera che nello stesso periodo la popolazione mondiale è aumentata da circa 5,3 miliardi di persone nel 1990 a oltre 8 miliardi nel 2023. La riduzione della povertà non è quindi il risultato di una diminuzione della popolazione, ma di un reale miglioramento delle condizioni economiche di centinaia di milioni di individui.
Anche il numero assoluto delle persone che vivono in povertà estrema è diminuito in modo significativo. Nel 1990 erano circa 2,3 miliardi; nel 2000 risultavano ancora superiori ai 2,2 miliardi, mentre nel 2010 erano scese a circa 1,47 miliardi. Nel 2015 il numero era ormai vicino a 1 miliardo, raggiungendo circa 841 milioni nel 2019. Dopo la pandemia il valore è risalito temporaneamente, attestandosi intorno ai 900 milioni nel 2020, per poi ridursi nuovamente fino a circa 859 milioni nel 2023. Sebbene la percentuale mondiale sia ormai relativamente contenuta, questi numeri dimostrano che una parte molto ampia della popolazione mondiale continua a vivere in condizioni di grave privazione.
La pandemia di COVID-19 ha rappresentato il principale fattore di interruzione della tendenza positiva osservata negli ultimi decenni. Tra il 2019 e il 2020 la quota mondiale di popolazione in povertà estrema è aumentata dal 10,8% all’11,4%, interrompendo un processo di miglioramento quasi continuo. La perdita di milioni di posti di lavoro, soprattutto nel settore informale, la riduzione dei redditi e il rallentamento dell’attività economica hanno colpito in particolare le famiglie prive di risparmi e di adeguati sistemi di protezione sociale. Negli anni successivi la situazione è progressivamente migliorata, ma il recupero è stato relativamente lento, dimostrando quanto i progressi ottenuti possano essere vulnerabili di fronte a crisi globali.
L’analisi regionale evidenzia differenze molto marcate. Il miglioramento più spettacolare è stato registrato nell’Asia orientale e nel Pacifico, dove la quota di popolazione in povertà estrema è passata da circa 67% nel 1990 a appena 2,6% nel 2019, con una previsione di circa 1,6% nel 2026. Si tratta della trasformazione economica più rilevante dell’ultimo mezzo secolo, resa possibile dalla rapida crescita industriale, dall’espansione delle esportazioni, dagli investimenti esteri e dall’integrazione nei mercati internazionali.
La Cina costituisce il caso più emblematico. Secondo le serie storiche, nel 1981 circa il 97% della popolazione viveva sotto la soglia internazionale della povertà estrema. Nel 2022 tale valore risulta sostanzialmente azzerato. In poco più di quarant’anni il Paese ha realizzato uno dei più grandi processi di riduzione della povertà mai osservati nella storia economica moderna. Analogamente, il Vietnam è passato da circa 57,5% di popolazione in povertà estrema nel 1992 a circa 1,6% nel 2022, mentre l’Indonesia è scesa da oltre 86% nel 1984 a circa 4% nelle stime più recenti.
Anche l’Asia meridionale ha registrato risultati molto positivi. La quota regionale è diminuita da circa 50% nel 1990 a circa 2,5% nelle stime per il 2026. L’India, grazie alla forte crescita economica degli ultimi decenni, è passata da quasi 60% della popolazione in povertà estrema nel 1977 a poco più del 5% nel 2022. Il Bangladesh ha ridotto il fenomeno dal 47% nel 1983 a circa 5,9% nel 2022, mentre il Nepal è passato da oltre 82% a circa 2,4%. Il Pakistan, pur avendo compiuto progressi significativi, presenta ancora una quota vicina al 23%.
Completamente diversa è la situazione dell’Africa subsahariana, oggi principale area di concentrazione della povertà estrema mondiale. Nel 1990 circa il 61,5% della popolazione regionale viveva sotto la soglia internazionale. Nel 2019 la quota era diminuita al 43,9%, ma la pandemia l’ha riportata temporaneamente al 46%. Per il 2026 le stime indicano un valore ancora pari a circa 43,3%, evidenziando un miglioramento molto più lento rispetto a quello osservato nei Paesi asiatici.
La forte crescita demografica rende ancora più complessa la situazione africana. Anche quando la percentuale di popolazione povera diminuisce, il numero assoluto delle persone coinvolte può rimanere stabile o addirittura aumentare. In diversi Paesi la povertà estrema continua a interessare oltre i due terzi della popolazione. Nella Repubblica Democratica del Congo il valore ha raggiunto circa 85% nel 2020; in Mozambico ha superato 81% nel 2022; in Malawi risultava superiore al 75% nel 2019, mentre in Burundi era vicino al 74% nel 2020. Anche Madagascar, Zambia e Repubblica Centrafricana presentano percentuali molto elevate.
Le principali cause della persistenza della povertà nell’Africa subsahariana sono rappresentate dalla fragilità istituzionale, dai conflitti armati, dalla limitata diversificazione economica, dalle infrastrutture insufficienti e dalla forte dipendenza dall’agricoltura di sussistenza. A questi fattori si aggiungono gli effetti dei cambiamenti climatici, delle epidemie e della volatilità dei prezzi delle materie prime, che spesso annullano i progressi ottenuti.
Anche il Medio Oriente e alcune aree dell’Asia occidentale mostrano un’evoluzione meno favorevole rispetto all’Asia orientale. Dopo essere scesa da circa 34,2% nel 1990 a 11,6% nel 2019, la povertà estrema è tornata a crescere, raggiungendo circa 14,5% nelle stime per il 2026. Guerre civili, instabilità politica e migrazioni forzate hanno inciso profondamente sulle condizioni economiche di numerosi Paesi. In Siria, ad esempio, la quota di popolazione in povertà estrema è passata da poco più dell’1% alla metà degli anni Novanta a circa 18% nel 2022.
L’America Latina e i Caraibi presentano una situazione intermedia. La quota regionale è diminuita dal 20,7% nel 1990 al 6,2% nel 2019, con una previsione di circa 4% nel 2026. Sebbene il progresso sia evidente, la regione continua a essere caratterizzata da elevata disuguaglianza, instabilità economica e vulnerabilità alle crisi finanziarie. Alcuni Paesi, come Haiti, mantengono livelli estremamente elevati di povertà, superiori al 65% secondo gli ultimi dati disponibili.
Nei Paesi ad alto reddito, invece, la povertà estrema secondo la soglia internazionale è generalmente inferiore all’1% della popolazione. Questo non significa che il disagio economico sia assente. In Europa e in Nord America il fenomeno viene infatti misurato prevalentemente attraverso indicatori di povertà relativa, basati sul reddito mediano nazionale, che consentono di valutare le disuguaglianze interne anche in economie caratterizzate da livelli medi di benessere molto elevati.
L’Italia rientra pienamente tra le economie avanzate. La povertà estrema secondo gli standard internazionali è praticamente marginale grazie alla presenza di un sistema sanitario universale, di pensioni, di strumenti di assistenza sociale e di un livello medio di reddito relativamente elevato. Rimangono però significative forme di povertà assoluta e relativa, soprattutto tra le famiglie numerose, i giovani con occupazioni precarie, i disoccupati, gli immigrati e nelle regioni del Mezzogiorno. La crescita economica più contenuta rispetto ad altri Paesi europei, i salari stagnanti e le forti differenze territoriali rappresentano ancora importanti elementi di criticità.
Nel complesso, i dati dimostrano che la riduzione della povertà estrema costituisce uno dei più importanti successi dello sviluppo economico globale. Tuttavia, il rallentamento successivo alla pandemia e la crescente concentrazione della povertà nei Paesi più fragili indicano che il raggiungimento dell’obiettivo internazionale di eliminare la povertà estrema richiederà ulteriori sforzi. La crescita economica dovrà essere accompagnata da investimenti nell’istruzione, nella sanità, nelle infrastrutture, nella protezione sociale e nel rafforzamento delle istituzioni. Solo combinando sviluppo economico, stabilità politica e inclusione sociale sarà possibile proseguire il percorso di riduzione della povertà e garantire migliori condizioni di vita alle centinaia di milioni di persone che ancora oggi vivono in condizioni di estrema vulnerabilità.

Fonte: Our world in data
Link: https://ourworldindata.org/
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