Washington: “Tutte le opzioni sul tavolo”La crisi tra Stati Uniti e Iran è tornata al centro dell’agenda internazionale. Dopo settimane di attacchi a navi mercantili nel Golfo e di scambi di accuse via diplomatica, Washington ha alzato il tono. “Tutte le opzioni sono sul tavolo”, ha dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato, aggiungendo che gli USA “non permetteranno all’Iran di destabilizzare ulteriormente la regione”.
Il punto di rottura più recente è l’abbattimento di un drone americano nelle acque del Golfo Persico, rivendicato da Teheran come “intrusione nello spazio aereo iraniano”. Gli Stati Uniti lo negano e parlano di “atto di aggressione ingiustificato”. Da lì è ripartita la spirale. L’amministrazione USA ha annunciato nuove sanzioni contro il Corpo delle Guardie della Rivoluzione e contro aziende legate al programma missilistico iraniano. Risposta immediata di Teheran: “Le sanzioni sono una dichiarazione di guerra economica”.
Sul terreno la situazione è tesa. Nel Golfo sono aumentate le pattuglie della Quinta Flotta americana. L’Iran ha invece ripreso le esercitazioni con missili balistici e ha minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz in caso di “provocazioni”. Da quel passaggio transita un terzo del petrolio mondiale via mare. Basta poco perché il prezzo del greggio schizzi e trascini con sé inflazione e mercati.
Il vero nodo resta il nucleare. L’accordo del 2015 è morto da anni. I negoziati di Vienna non sono mai ripartiti davvero. L’Iran ha arricchito uranio fino al 60%, tecnicamente vicino alla soglia militare. Gli USA chiedono il ritorno a un’intesa più stringente che includa anche i missili. L’Iran risponde che prima vanno tolte le sanzioni. Nel mezzo, Israele preme per un’azione più dura e i Paesi del Golfo chiedono garanzie di sicurezza.
La diplomazia non è ferma del tutto. Oman e Qatar stanno facendo da mediatori. L’Unione Europea ha inviato un nuovo inviato a Teheran. Ma la fiducia è ai minimi. Ogni incidente, anche piccolo, rischia di essere letto come un attacco diretto. Gli analisti temono soprattutto un errore di calcolo: una nave colpita per sbaglio, un missile che cade fuori traiettoria, una risposta sproporzionata.
Dentro l’Iran la pressione interna è forte. L’economia è in ginocchio, l’inflazione galoppa, le proteste non si sono mai spente del tutto. Il regime usa il conflitto con gli USA per compattare il fronte interno e scaricare le colpe sulla “guerra economica”. Negli Stati Uniti invece è anno elettorale e la linea dura paga sul piano politico interno, ma espone a rischi enormi sul piano strategico.
Pentagono e Casa Bianca assicurano di non volere una guerra. Ma preparano piani di contingenza. Sono state inviate portaerei, sistemi antimissile e ulteriori truppe in basi della regione. L’Iran dal canto suo ha messo in allerta le milizie alleate in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Un fronte diffuso, difficile da controllare.
Al momento nessuno vuole il conflitto aperto. Ma tutti si stanno posizionando. Il rischio è che la deterrenza smetta di funzionare.
E se il Golfo dovesse prendere fuoco, a bruciare non sarebbe solo il Medio Oriente.
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