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NELL’ARGENTINA DEL CALCIO, IL VERO RIGORE È QUELLO IMPOSTO DA MILEI

Il rigore, termine che in Argentina in questi giorni non richiama i Mondiali di calcio appena conclusi ma la politica economica del presidente Javier Milei, torna a occupare il centro del dibattito pubblico. Manifestazioni e cortei hanno attraversato Buenos Aires con pensionati, sindacati, associazioni di categoria, movimenti sociali e organizzazioni della sinistra radicale scesi in piazza per contestare il programma di austerità del governo. In alcuni casi le proteste sono degenerate in scontri con le forze dell’ordine.

La contestazione riguarda la ricetta economica adottata dal presidente ultraliberista per risollevare un Paese che, al suo insediamento, era travolto da una delle peggiori crisi della sua storia recente: inflazione fuori controllo, conti pubblici in profondo deficit, debito crescente e una moneta nazionale in continua svalutazione. La cura è stata drastica: tagli alla spesa pubblica, riduzione dei sussidi, liberalizzazioni e una severa disciplina di bilancio. Sul piano macroeconomico i risultati sono arrivati: l’inflazione è diminuita sensibilmente e il governo è riuscito a riportare i conti pubblici in avanzo, un obiettivo che per molti osservatori sembrava irraggiungibile.

Il prezzo di questo risanamento, però, continua ad alimentare un acceso scontro politico e sociale. I tagli alla spesa hanno comportato licenziamenti nel settore pubblico, una forte riduzione dei sussidi per energia e trasporti e minori finanziamenti a università e altri servizi essenziali. Per molte famiglie ciò si è tradotto in bollette più care, un aumento del costo della vita e una perdita del potere d’acquisto, soprattutto nei primi mesi del piano economico. Pensionati, dipendenti pubblici, studenti e lavoratori dei settori più fragili sono così diventati i principali protagonisti delle proteste. Per i sostenitori di Milei si tratta di sacrifici inevitabili per evitare il collasso dell’economia e costruire le basi di una crescita stabile; per gli oppositori, invece, il costo sociale delle riforme è troppo elevato e i benefici non sono ancora percepibili dalla popolazione.

A confermare il disagio è anche l’andamento dei consumi. Secondo i dati raccolti dalla società di analisi Scentia, a giugno le vendite dei beni di largo consumo sono diminuite del 2,7% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, segnando il settimo mese consecutivo di flessione. Un dato che evidenzia un apparente paradosso: mentre l’inflazione è tornata su livelli molto più contenuti, le famiglie continuano a limitare le spese. Molti argentini stanno ancora recuperando il potere d’acquisto perso durante la fase più dura dell’aggiustamento economico e l’aumento dei costi di energia, trasporti e servizi, dovuto alla riduzione dei sussidi statali, continua ad assorbire una quota sempre maggiore dei redditi familiari.

Ad alimentare ulteriormente la tensione è stata la decisione del governo di sopprimere il programma “Volver al Trabajo”, uno dei principali strumenti di sostegno destinati ai lavoratori dell’economia informale e alle persone più vulnerabili. Il programma garantiva un aiuto economico a circa 930 mila beneficiari e, secondo le organizzazioni sociali, la sua cancellazione rischia di privare centinaia di migliaia di famiglie della loro unica fonte di reddito. I movimenti che hanno promosso le proteste sostengono inoltre che il venir meno di queste risorse avrà effetti negativi anche sulle economie locali, riducendo ulteriormente i consumi nei piccoli negozi di quartiere e nelle attività commerciali delle aree più povere.

La figura di Milei continua così a dividere profondamente l’Argentina. Da un lato c’è chi gli riconosce il merito di aver ottenuto risultati che fino a pochi mesi fa sembravano impossibili, riportando sotto controllo l’inflazione e riequilibrando i conti pubblici; dall’altro cresce il malcontento di chi ritiene che il peso delle riforme stia ricadendo quasi esclusivamente sulle fasce più deboli della popolazione. Una polarizzazione che si riflette anche sul piano internazionale, dove il presidente argentino ha consolidato il proprio asse politico con leader della destra mondiale come Donald Trump, Benjamin Netanyahu e Flavio Bolsonaro.

Resta ora da capire se la stabilizzazione macroeconomica riuscirà a tradursi in una crescita capace di migliorare concretamente le condizioni di vita degli argentini. Nel frattempo, Milei guarda già alle elezioni presidenziali del 2027, con l’obiettivo di ottenere un nuovo mandato e consolidare il proprio progetto politico.

(Foto interna di copertina: il presidente argentino Javier Milei, credits: Handelsblatt)

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Enrico Picciolo

Data:

24 Luglio 2026
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