Mettiamola così: abbiamo deciso che spacciare e farsi conviene. Basta avere un indirizzo. Gli arresti domiciliari per tossicodipendenti dovevano essere l’alternativa civile al carcere. Nella realtà sono diventati l’alibi perfetto per continuare a vivere di droga senza uscire di casa. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: le piazze non si sono svuotate, si sono solo spostate al piano di sopra.
L’idea di partenza non era folle. Togliere il tossicodipendente dalla strada, dal giro, dalla notte, e metterlo in un contesto dove curarsi. Peccato che il “contesto” sia rimasto solo sulla carta. Quello vero è un appartamento, spesso sovraffollato, con una famiglia allo stremo e zero strumenti. Al posto del SerD che segue, ci sono i carabinieri che passano ogni tanto. Al posto di un progetto, c’è il braccialetto. Al posto della comunità, c’è il pusher che bussa e il cliente che sale con l’ascensore.
E qui casca il primo equivoco: la casa non cura. La casa, se non la riempi di regole, di controlli, di lavoro e di terapia, è solo una prigione più grande dove puoi ordinare la droga a domicilio. Per chi spaccia è comodissimo. Non rischia il posto di blocco, non rischia la volante, lavora a nero nel soggiorno. Per chi usa è uguale: consuma, ricade, riparte, tanto il rischio massimo è una proroga dei domiciliari.
La deterrenza è morta quel giorno. Un ragazzo di 19 anni che vede il suo spacciatore tornare a casa dopo 15 giorni capisce subito la lezione: il sistema non punisce, gestisce. E gestire non fa paura a nessuno. Anzi, rassicura. Meglio a casa che in cella. Meglio con il wifi che con il cortile. Così il mercato non si ferma. Cambia solo vetrina. Da strada diventa domestico.
Intanto le famiglie pagano due volte. Prima con un figlio malato. Poi con lo Stato che gli scarica addosso il compito di sorvegliare, curare, contenere. Senza soldi, senza personale, senza supporto. Quante madri hanno aperto la porta ai carabinieri e hanno trovato in camera dosi e bilancini? Quanti padri hanno chiesto un posto in comunità e si sono sentiti rispondere “lista d’attesa”? Scaricare il problema sul domicilio senza rete significa dire: arrangiatevi. Ed è la cosa più crudele che si possa fare.
Non fraintendiamoci: il carcere non è la soluzione. Riempire le celle di tossicodipendenti serve solo a farli uscire più incattiviti e con gli stessi problemi. Ma nemmeno questa finta clemenza funziona. Siamo a metà del guado e stiamo affogando. Perché una misura alternativa seria prevede alternative vere. Non solo quattro mura.
Servirebbe altro. Domiciliari sì, ma con obbligo reale di comunità terapeutica, con controlli a sorpresa ogni giorno, con sospensione immediata se salti un colloquio. Con lavori socialmente utili, con togliere il telefono, con un giudice che ti convoca ogni mese e ti chiede: dove sei, cosa fai, che risultati hai. Se non rispondi, dentro. Se rispondi, ti aiuto davvero. Questo è lo Stato. Non il “tanto sta a casa”.
Invece continuiamo a raccontarci che è una questione solo sanitaria. Non è vero. È anche una questione di ordine pubblico, di legalità, di quartieri che si arrendono perché vedono che tanto nessuno paga. E quando lo Stato abdica, la gente si fa giustizia da sola. E viene sempre peggio.
I dati sono lì. Recidive alte, SerD intasati, spaccio che riparte dopo una settimana. Abbiamo spostato il problema, non risolto. Abbiamo fatto finta di curare e abbiamo finito per tollerare.
La verità è scomoda ma va detta: con questi domiciliari abbiamo smesso di combattere. Abbiamo scelto la via più comoda per lo Stato e più comoda per chi delinque.
Finché confonderemo la pietà con l’impunità, la droga continuerà a entrare dalla porta di casa. E la deterrenza resterà fuori, seduta sul pianerottolo, ad aspettare che qualcuno abbia il coraggio di riaprire la porta.
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