Da oggi l’Italia alza un argine. Nei porti e negli aeroporti sono partiti i controlli straordinari su tutti i cittadini extra UE che arrivano dalla Spagna. Niente più libera circolazione automatica. Per mesi, mesi che diventano anni, Roma ha guardato Barcellona, Valencia e Algeciras come porte secondarie verso l’Europa. Da oggi quella porta si chiude a metà. È la sospensione temporanea di Schengen sul confine con Madrid, decisa dal governo per “motivi di sicurezza e di ordine pubblico”.
La mossa arriva 24 ore dopo la notizia di Madrid: 48mila migranti rimpatriati in Marocco negli ultimi 12 mesi. Un numero record, ottenuto grazie agli accordi tra Spagna e Rabat. Troppi, secondo il Viminale, sono però riusciti a proseguire verso nord, con documenti spagnoli o con rotte interne, e ad arrivare in Italia via mare e via aerea. “Non mettiamo in discussione la solidarietà europea” ha detto la premier Giorgia Meloni annunciando il provvedimento. “Difendiamo la sicurezza dei cittadini. Se l’Europa non controlla le frontiere esterne, le dovrà controllare l’Italia”.
Nei fatti cosa cambia? Chi viaggia con passaporto europeo o italiano passa come sempre. Chi arriva da un Paese terzo con visto spagnolo o permesso di soggiorno rilasciato da Madrid viene fermato. Documenti, impronte, scopo del viaggio, capacità economica. Se qualcosa non torna, respingimento e rimpatrio. I controlli riguardano soprattutto i traghetti da Barcellona a Civitavecchia e Genova, i voli low cost da Madrid e Palma verso Roma, Milano e Bologna. In prima linea Polizia di Frontiera, Guardia di Finanza e personale delle compagnie aeree, con l’obbligo di verificare prima dell’imbarco.
Bruxelles lo sa da ieri sera. La sospensione di Schengen è prevista dai Trattati in caso di “minaccia grave”. Dura 6 mesi, rinnovabili. La Commissione ha chiesto chiarimenti ma non ha aperto una procedura d’infrazione. Troppo delicato il momento: le rotte del Mediterraneo occidentale sono tornate a gonfiarsi e la Spagna, da sola, non riesce a gestire la pressione del Marocco, dell’Algeria e del Sahel. Il messaggio italiano è politico prima che tecnico: se l’Europa fa da spettatrice, ogni Stato si difende da sé.
A Madrid la reazione è stata fredda. “Rispettiamo la decisione italiana ma non la condividiamo” ha detto il ministro dell’Interno spagnolo. “Stiamo facendo la nostra parte con 48mila rimpatri. Chiudere le frontiere non risolve il problema, lo sposta”. Vero, in parte. Ma per Roma il problema non è solo numerico. È di fiducia. Troppi ingressi senza controlli incrociati, troppe identità non verificate, troppe persone che scompaiono dopo lo sbarco in Spagna e ricompaiono in Italia mesi dopo.
Le conseguenze si vedranno subito sui tempi. Code più lunghe negli aeroporti, ritardi per le compagnie, costi per i vettori. E si vedranno sulle persone: chi aveva in mente di usare la Spagna come scorciatoia dovrà cambiare piano. Per le comunità di migranti regolari che viaggiano per lavoro o per ricongiungimento familiare sarà un disagio in più, anche se avranno i documenti in regola. Il governo promette corsie veloci per chi dimostra tutto, ma la lentezza è inevitabile.
Questa è la terza volta in 10 anni che l’Italia sospende parti di Schengen. L’aveva fatto nel 2015 con l’Austria e nel 2020 con la pandemia. Ogni volta la promessa è la stessa: temporaneo, mirato, proporzionato. Ogni volta il risultato è lo stesso: le frontiere tornano a contare.
Il punto vero non è la Spagna. È l’idea di Europa senza confini interni ma con confini esterni colabrodo. Finché l’ingresso in un Paese vale per 26, ogni debolezza di uno diventa la falla di tutti. E quando una falla si allarga, qualcuno prima o poi mette un cerotto.
Da oggi quel cerotto è italiano. E se l’Europa vuole davvero che torni a essere temporaneo, dovrà dimostrare che 48mila rimpatri non sono un’eccezione spagnola, ma la regola di un continente che ha deciso di controllare davvero chi entra.
Altrimenti il prossimo muro non sarà nei porti. Sarà nelle urne.
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