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NON E’ UN GIOCO – Il 43% degli Studenti Colpito dalla Violenza – Il Cnr Lancia l’Allarme

Non è un gioco”: il 43% degli studenti colpito dalla violenza, il Cnr lancia l’allarmeNon è solo una rissa nel cortile o un commento cattivo sotto una foto. È qualcosa di più esteso, più radicato e più pericoloso di quanto pensiamo. Lo certifica lo studio ESPAD Italia del Cnr, che ha messo sotto la lente i ragazzi tra i 15 e i 19 anni e ha restituito un dato che dovrebbe farci fermare tutti: oltre il 43% degli studenti è stato coinvolto, come vittima, autore o testimone, in episodi di violenza giovanile nell’ultimo anno. Un ragazzo su due, seduto tra i banchi di qualsiasi scuola italiana.

I numeri raccontano un peggioramento. Non si parla più solo delle spinte o delle prese in giro di una volta. C’è un incremento preoccupante delle condotte più gravi: aggressioni fisiche ripetute, minacce, atti di bullismo organizzato, uso di armi improprie. E accanto alla violenza “fisica” è esplosa quella digitale, che non lascia lividi ma ferisce in profondità. Gruppi WhatsApp creati per escludere, video girati di nascosto e pubblicati per umiliare, pagine anonime per diffamare, ricatti, revenge porn, deepfake. Per molti adolescenti lo smartphone non è più solo uno strumento. È diventato l’arena dove si misura chi comanda e chi subisce.

Il Cnr sottolinea un punto centrale: la violenza non è più marginale. Attraversa licei e istituti tecnici, grandi città e piccoli paesi, famiglie di ogni estrazione. Nasce spesso da banalità. Una sfida su TikTok, una storia vista, una battuta fuori luogo. Poi prende velocità. Dietro c’è rabbia, noia, frustrazione, la necessità di sentirsi visti. E c’è la rete, che trasforma un episodio di cinque minuti in un’umiliazione permanente. Quello che prima finiva in un corridoio, ora resta online per sempre e viene rilanciato centinaia di volte.

A preoccupare i ricercatori è la normalizzazione. Molti ragazzi intervistati non chiamano “violenza” quello che fanno o subiscono. Una spinta è “gioco”. Un insulto di gruppo è “sfottò”. Condividere il video di un compagno in difficoltà è “ironia”. Questo cortocircuito linguistico è pericoloso perché abbassa la soglia di guardia. Se non lo chiami con il suo nome, non puoi fermarlo. E chi subisce spesso tace. Tace per paura di ritorsioni, tace perché pensa che tanto nessuno interverrà, tace perché ha imparato che chiedere aiuto è segno di debolezza.

La scuola è il luogo dove tutto questo emerge con più forza. Dovrebbe essere il posto più sicuro, invece sempre più spesso diventa il luogo dove si impara anche a difendersi da soli. Gli insegnanti lo sanno. Vedono i segnali: assenze, cali di rendimento, isolamento, aggressività. Ma si sentono soli. Mancano figure di supporto, manca tempo, mancano strumenti per gestire dinamiche che cambiano alla velocità di un aggiornamento. I genitori, dal canto loro, spesso arrivano tardi. Molti non sanno cosa fanno i figli online, altri sottovalutano finché non vedono il video girare.

Lo studio ESPAD mette in fila anche le conseguenze. Chi subisce violenza ha più probabilità di sviluppare ansia, depressione, ritiro sociale. Chi la esercita ha più probabilità di normalizzarla e di portarla avanti. E chi guarda senza fare nulla impara che la violenza paga, perché ottiene attenzione. È un circolo che si alimenta da solo.

Cosa si può fare? Il Cnr non indica bacchette magiche, ma direzioni chiare. Servono più psicologi e educatori dentro le scuole, non solo per l’emergenza ma come presenza stabile. Servono percorsi di educazione affettiva e digitale fin dalle medie, per insegnare a riconoscere il confine tra scherzo e offesa, tra libertà e danno. Servono protocolli chiari per le segnalazioni, e adulti formati a non girare lo sguardo. Servono piattaforme che collaborino davvero alla rimozione dei contenuti dannosi. E servono famiglie che parlino con i figli non per controllare, ma per ascoltare.

Non stiamo parlando di una “generazione cattiva”. Stiamo parlando di una generazione esposta. Esposa a modelli aggressivi, alla competizione esasperata, alla solitudine connessa. Esposa a un mondo che chiede di performare e offre poche parole per dire “sto male”. In questo vuoto la violenza diventa un linguaggio. È il modo in cui alcuni ragazzi dicono “ci sono” quando nessun altro li guarda.

Il 43% non è un numero da archiviare in un report. È il ragazzo timido in fondo all’aula che viene ripreso senza permesso. È la ragazza che piange in bagno dopo aver letto 200 commenti. È il gruppo che ride mentre filma. È il docente che non sa come intervenire.

Possiamo continuare a liquidare tutto come “adolescenza difficile” e sperare che passi. Possiamo dire che “è sempre stato così”. Ma non è vero. Oggi la violenza è più veloce, più pubblica, più permanente. E lascia tracce che non si cancellano con una sospensione.

La domanda vera è un’altra: che adulti vogliamo essere per questi ragazzi? Quelli che commentano sui social indignati, o quelli che entrano nelle classi e hanno il coraggio di parlare di rispetto, rabbia, paura, confini.

Perché se ignoriamo il segnale, il segnale si farà più forte. E prima o poi busserà alla porta di tutti.

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Carmen Salerno
Carmen Salerno

Data:

29 Luglio 2026
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