Il 21 luglio 2026 è stato pubblicato lo studio dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) su “La dinamica retributiva e il ruolo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche” [1] che conferma la percezione popolare sul calo dei salari reali in Italia. Il calo è il risultato di 36 anni di politiche di governi che hanno effettuato scelte ben diverse da quelle attuate nei decenni precedenti.
I dati sono analizzati dal 1990 al 2024, non sappiamo se perché solo da tale data vi fossero dati completi, o perché una analisi dal 1945 ad oggi sarebbe stata rivelatrice di fenomeni più complessi.
I numeri riportati nel rapporto dell’UPB confermano il declino dell’economia italiana, un andamento dei redditi molto più in calo per redditi bassi che per i redditi alti, il dilagare di forme di lavoro precarie e sottopagate dovuto anche alle continue modifiche legislative che progressivamente erodono le tutele per i lavoratori dipendenti
Constatare la realtà di una situazione così grave segna una vittoria dell’ideologia neoliberista, tesa a difendere la libertà delle aziende di ridurre i salari, e una sconfitta della sinistra che un tempo difendeva gli interessi della classe lavoratrice. E getta una luce inquietante sul futuro dell’Italia, che per ampie fette di popolazione sta tornando o è già tornata a livelli di reddito reale del dopoguerra, con in più il problema dell’immigrazione che genera una separazione netta, all’interno della stessa classe di reddito, tra chi si sente italiano e chi no. Chi si sente italiano attribuisce il crescere della sua povertà al conflitto di classe presente all’interno del popolo degli italiani, chi non si sente italiano lo attribuisce all’essere lui visto come non italiano e quindi svantaggiato a prescindere, rafforzando il senso di appartenenza a un popolo non italiano. Certo, accettare cifre così umilianti segna una sconfitta storica, della destra e della sinistra di governo, e getta una luce inquietante sul futuro lavoro dei più giovani. Per le peculiari caratteristiche dell’economia e della politica italiane, le retribuzioni reali lorde medie a tempo pieno equivalente dei Paesi Ocse — l’organizzazione di Parigi che riunisce le maggiori economie del mondo — sono aumentate mediamente del 35 per cento tra il 1990 e il 2024, le italiane sono diminuite dell’1,6 per cento.
Ma questi sono dati medi. Andando a vedere i dati ricavati elaborando i dati dell’INPS, che documentano in dettaglio le retribuzioni delle varie tipologie di lavoro, anche a tempo parziale, la disuguaglianza è cresciuta in modo catastrofico. La diminuzione delle retribuzioni lorde reali nel settore privato, tra il 1990 e il 2026, è stata del 6,6 per cento. Ma nella fascia più povera il calo è del 40,8 per cento, quasi la metà, in media. Il dieci per cento a reddito più basso è passato dalla povertà alla miseria. Mentre il dieci per cento a più alto reddito ha avuto una lieve crescita. Inoltre, dopo il 2021, la “botta” di inflazione, anche per la maggior aliquota di prelievo dovuta alla crescita nominale delle retribuzioni, ha causato un ulteriore calo della retribuzione netta. Fenomeno che se non è preoccupante per i redditi sopra una certa soglia lo è molto per quelli sotto.
«Sul piano settoriale, tra il 1990 e il 2026 — si legge nello studio dell’Upb — le retribuzioni lorde reali aumentano del 16,5 per cento nell’industria e nelle costruzioni, mentre diminuiscono del 20,9 per cento nei servizi. Persistono inoltre ampi divari tra lavoratori a tempo pieno e a tempo parziale e tra impiegati e operai, con questi ultimi che registrano gli andamenti retributivi meno favorevoli. La sovrapposizione di tali fattori ha contribuito ad accentuare la disuguaglianza salariale».
Sicuramente fino al 1990 circa i salari erano difesi meglio. Ma era un altro mondo, che è stato metodicamente demolito legge dopo legge, limatura dopo limatura. L’ultimo colpetto, recentissimo, è il conferimento automatico del TFR alla previdenza integrativa, che ha trasformato la possibilità di ricevere una somma certa alla fine del rapporto di lavoro, in un incremento tutto da valutare della retribuzione differita che in più ha caratteristiche di incertezza dovute all’essere trasformata in una assicurazione. Negli anni dopo il 1990 il potere negoziale dei sindacati è stato gradualmente eroso anche convincendo gradualmente i dipendenti dell’inutilità del sindacato. C’è stata una mutazione genetica dei partiti appartenenti alla sinistra, dove l’avvento di una nuova classe dirigente ha tolto forza alle rivendicazioni salariali e normative. Vi era ancora una settore industriale nazionale che gradualmente, attraverso l’apertura senza vere limitazioni alle importazioni dall’estero, ha continuato a scomparire. La immigrazione illimitata, indiscriminata e addirittura favorita per avere mano d’opera a basso costo e non sindacalizzata, aumentando l’offerta di manodopera ne ha fatto calare il prezzo. Ultima ciliegina sulla torta la scelta del governo Meloni di autorizzare 450-500.000 ingressi di manodopera, senza alcun blocco delle ricongiunzioni familiari.
Vi è stato un sostanziale abbandono della ricerca di competenza tecnica. Mentre la competitività perduta veniva recuperata, prima dell’euro, dalla svalutazione, la scelta dell’euro ha precluso tale possibilità. Inoltre, l’ideologia neoliberista ha globalizzato e liberalizzato il flusso dei capitali, sfuggenti e difficili da tassare. L’introduzione di forme contrattuali meno tutelate ha aiutato le aziende private ad accrescere i profitti, incrementando l’occupazione precaria e a basso reddito, a spese dei lavoratori dipendenti. Gli imprenditori italiani, salvo molte eccezioni, hanno puntato più sul profitto della gestione che sull’innovazione. Lo Stato ha tolto attenzione alla formazione tecnica, credendo che bastasse aumentare il numero di laureati STeM, e ha complicato la vita alle aziende innovative e non in modi insopportabili. I padroni delle aziende si sono cullati sulla possibilità di ridurre il costo del lavoro, facendo quasi scomparire il contratto a tempo indeterminato. Adesso hanno difficoltà a trovare competenze lavorative adeguate, sia perché lo Stato ha trascurato la formazione tecnica e professionale, sia perché nessuno investe in una formazione lunga per un lavoro che appare breve e poco tutelato. L’adesione all’euro, con il trucchetto di “un euro uguale mille lire”, quando in realtà erano duemila circa, ha fatto crollare il potere d’acquisto delle basse e medie retribuzioni del 40% e oltre; in cambio di profitti giganteschi per le aziende che hanno potuto sfruttarlo.
Qual è la lezione che si può trarre da questo studio dell’Upb? Che la leva fiscale, soprattutto per come è stata gestita dal 1990 in poi, è insufficiente per difendere il potere d’acquisto dei salari. Non è sufficiente gestire l’IRPEF, che viene pagata in gran parte dai dipendenti in servizio e in pensione, se non viene fatta pagare anche alle altre categorie e se non si torna a una progressività “forte”. Occorre ricostruire un sistema fiscale che prelevi anche da altre forme di percezione del reddito in modo da ricostruire una uguaglianza. I margini di manovra fiscali sono molto ampi, e una delle funzioni del fisco è la ridistribuzione del reddito prodotto. Lo studio Upb dimostra che, adottando provvedimenti “sceneggiate” i risultati possono essere assai lontani da quelli promessi. Interventi fatti per avere popolarità ma pochissimo incisivi — come gli 80 euro di Renzi, poi diventati 100 con Conte o alcune riforme delle aliquote del centrodestra — hanno trascurato la curva della progressività, aiutando poco le basse retribuzioni e tanto quelle più alte, tanto più quanto più alte.
Ormai si può dire che l’IRPEF è un’arma che non è sufficiente nel proteggere il valore reale delle retribuzioni. Sono stati numerosi, nell’arco di tempo esaminato dallo studio, gli interventi sull’Irpef – dalla riduzione delle aliquote, all’allargamento della no tax area – che hanno reso l’imposta più complessa e progressiva ma con una base imponibile sempre più ristretta e limitata ai percettori di reddito da terzi perfettamente individuabile. Sono stati inventati troppi regimi sostitutivi. La scelta di porre per certi tipi di reddito una “tassa piatta” ha tolto gettito all’Irpef. Gli interventi sull’Irpef hanno però consentito un recupero parziale per i redditi bassi ma non hanno accorciato in maniera adeguata le distanze rispetto ai redditi più elevati per i quali il reddito netto resta comunque altissimo. L’invenzione di modalità contrattuali più convenienti per la grande azienda ha colpito soprattutto i lavoratori dei servizi. La scomparsa di tutele legislative ha fatto esplodere il ricorso al part time; per le donne spesso una scelta obbligata dalla cura dei familiari; per gli uomini dalla ridotta domanda di lavoro. Vi è poi l’esistenza di effetti perversi delle scelte sulla tassazione, soprattutto quando comportano complicazioni burocratiche. Come per autonomi e piccole imprese, il limite di 80 mila euro di fatturato per la tassa piatta disincentiva dal crescere di dimensioni.
La convinzione, diffusa ad arte, che il Fisco non sia più — come si credeva nel Novecento, soprattutto a sinistra — lo strumento più efficace per intervenire a difesa dei salari paradossalmente ne riduce l’efficacia. Paradossalmente si fanno proposte di una bassa tassazione dei redditi che esenti i giovani i fino ai trent’anni dal pagamento dell’Irpef, per aumentare la retribuzione netta senza aumentare quella lorda. Invece di aumentare stabilità e consistenza delle retribuzioni iniziali, si inventano regimi speciali. Gli interventi che mirano ad accrescere la retribuzione netta riducendo Irpef e contributi previdenziali sono serviti solo a togliere risorse all’Erario in tempi in cui il fabbisogno pubblico sta aumentando. La realtà è che bisogna operare sì sul Fisco, e anche sull’Irpef, ma anche sulla produttività e sul valore aggiunto. Ma agire ritornando all’attenzione all’innovazione di 80 anni fa è un processo molto lungo, richiede una volontà di programmazione nel tempo, e questi processi non sono visibili e non portano voti. Ricostruire il sistema educativo eliminando la sovra formazione, riducendo i requisiti formativi richiesti nei concorsi pubblici, è un processo lungo che non porta voti.
Una leva importante dovrebbe essere il puntuale rinnovo dei contratti di lavoro. In alcuni casi si è riusciti a recuperare anche il danno dell’inflazione. In altri no. Lo Stato è il principale datore di lavoro e ha dato prova ultimamente di un’inusuale sollecitudine nello stipulare accordi nel corso del triennio di durata. Venti rinnovi in quattro anni. Il governo ha una leva in più per premere, con forme di incentivo e penalizzazione per le imprese ritardatarie, affinché le negoziazioni siano puntuali. Un modo corretto per difendersi almeno dal fiscal drag dell’attuale ondata inflattiva. Ma il recupero dovrebbe essere esteso anche ai vitalizi per i dipendenti non più in servizio.
Poi c’è l’universo dei contratti per i settori più piccoli, che nemmeno una legge sul salario minimo scuoterebbe in positivo, se non viene ricostruito un quadro legislativo di tutela per impedire le “scappatoie” come le mitiche “Partite IVA” dove i dipendenti sono chiamati “consulenti”.
Inoltre, come dimostra lo studio dell’Upb, oggi non è più una questione di salario minimo, ma di retribuzioni adeguate. E un po’ il sindacato, nel non avere sufficiente forza per difendere i più deboli e i governi nel modificare la legislazione in senso sfavorevole, hanno ridotto i redditi più bassi ma anche i medi. Si è realizzata sì ina maggiore uguaglianza. Verso il basso. E contemporaneamente si è accresciuta spaventosamente la disuguaglianza verso l’alto.
Occorre anche considerare il fattore competizione internazionale, che inesorabilmente spinge verso il basso il reddito medio per livellarlo con quello delle aziende estere. Impossibile, a pari condizioni di organizzazione imprenditoriale, competere con aziende africane o asiatiche che hanno un costo del lavoro inferiore. Qui non è una questione di IRPEF. O si introducono dazi compensativi dello svantaggio retributivo delle aziende italiane, e di altri fattori competitivi che riducono i costi per le aziende estere, o i salari italiani dovranno inesorabilmente scendere man mano che la produzione interna diminuisce, la disoccupazione aumenta e i salari diminuiscono, fino al livello raggiunto il quale tornerà nuovamente conveniente produrre in Italia.
Abbiamo già subito l’invasione dei prodotti cinesi, ma per ogni prodotto “made in Cina” non esistono più le aziende italiane che li fabbricavano. Stiamo subendo anche l’invasione indiana, paradossalmente cedendo aziende strategicamente indisponibili come l’ILVA. Dobbiamo prepararci a subire in futuro anche l’invasione della produzione africana, ché l’Africa è un gigante che si sta risollevando. Dobbiamo tornare ad essere ferocemente competitivi e innovativi, e lo Stato deve agevolare e semplificare la nascita e la crescita delle aziende con competenze tecniche.
Certamente il salario “medio” italiano dovrà diminuire, ma la funzione principale del Fisco, e anche dell’Irpef, dovrebbe essere ridurre le diseguaglianze in modo che il calo sia sopportato da tutti, non solo dai poveri. I dati di cui si dispone sulla crescita della miseria in Italia invece dimostrano che si sta procedendo nel verso opposto.
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[1]https://www.upbilancio.it/it/nota-di-lavoro-n-1-2026-la-dinamica-retributiva-e-il-ruolo-dellimposta-sul-reddito-delle-persone-fisiche/
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