Il suono delle sirene a Tel Aviv e il boato dei bombardamenti su Gaza si ripetono da mesi con una regolarità che fa più paura dei singoli attacchi. Israele e Hamas sono tornati a combattere, e ogni giorno che passa la distanza tra una tregua e un’escalation totale si fa più sottile.
Sul terreno la situazione è drammatica. L’esercito israeliano ha intensificato i raid aerei e le operazioni di terra nel nord e nel centro della Striscia di Gaza, con l’obiettivo dichiarato di smantellare le infrastrutture militari di Hamas e di colpire i tunnel usati per gli attacchi e il traffico di armi. Hamas risponde con il lancio di razzi verso le città israeliane e con imboscate contro le truppe. Il bilancio delle vittime civili continua a salire. Ospedali al collasso, scuole trasformate in rifugi, interi quartieri ridotti a macerie. Le Nazioni Unite parlano di una crisi umanitaria senza precedenti, con oltre un milione di persone sfollate e gravi carenze di acqua, cibo e medicine.
A complicare il quadro ci sono gli ostaggi. Hamas detiene ancora decine di civili israeliani rapiti durante l’attacco del 7 ottobre. Israele li ha messi al centro di ogni negoziato e ha promesso di non fermarsi finché non saranno tutti a casa. Per questo motivo, anche nel mezzo dei bombardamenti, i canali diplomatici non si sono mai chiusi del tutto. Mediatori egiziani e qatarioti, con il sostegno degli Stati Uniti, stanno lavorando a una nuova proposta di tregua: stop ai combattimenti per diverse settimane in cambio del rilascio di ostaggi e dell’ingresso di aiuti umanitari a Gaza. Israele ha detto di essere pronto a “valutare” l’offerta, ma chiede garanzie sulla sicurezza e sullo smantellamento delle capacità militari di Hamas. Hamas, dal canto suo, chiede la fine definitiva dell’offensiva e il ritiro delle truppe israeliane.
Washington preme. L’amministrazione americana ha inviato più volte i suoi inviati nella regione e ha chiesto a Israele di “fare di più” per proteggere i civili, pur ribadendo il diritto all’autodifesa. Allo stesso tempo ha aumentato gli aiuti umanitari e ha lavorato per aprire corridoi sicuri. L’Europa è divisa tra chi chiede una condanna più dura di Hamas e chi insiste perché Israele alleggerisca l’assedio. Nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu ogni risoluzione si arena sul veto incrociato.
Intanto il conflitto rischia di allargarsi. Dalla Cisgiordania arrivano notizie di scontri quotidiani e raid. Dal Libano Hezbollah continua a scambiare colpi di mortaio e missili con l’esercito israeliano al confine nord. Gli Houthi dello Yemen hanno lanciato droni e missili verso navi nel Mar Rosso, dicendo di agire “in solidarietà con Gaza”. Gli Stati Uniti hanno risposto con attacchi contro obiettivi in Siria e Iraq legati a milizie sostenute dall’Iran. Teheran nega il coinvolgimento diretto ma celebra la “resistenza”. È il copione di una guerra regionale a bassa intensità che può esplodere da un momento all’altro.
Dentro Israele la pressione è enorme. Le famiglie degli ostaggi manifestano ogni sera a Tel Aviv chiedendo un accordo subito. Le famiglie dei soldati chiedono di portare a casa i propri figli. Il governo è sotto accusa per non aver previsto l’attacco del 7 ottobre e ora deve dimostrare di poter garantire sicurezza senza trascinare il Paese in un conflitto infinito.
A Gaza la rabbia e la disperazione crescono. Hamas ha ancora il controllo di ampie zone e usa la popolazione come scudo e come megafono. Israele sostiene di colpire solo obiettivi militari, ma le immagini dei bambini tra le rovine fanno il giro del mondo e alimentano proteste in tutte le capitali.
Dopo mesi di sangue, la verità è che nessuno ha vinto. Israele non è riuscito a cancellare Hamas. Hamas non è riuscito a spezzare Israele. E nel mezzo ci sono due popoli stanchi di avere paura.
Forse l’unica via d’uscita è ammettere che la forza da sola non basta. Servirà un accordo doloroso, imperfetto, che liberi gli ostaggi, fermi le bombe e apra a Gaza una prospettiva diversa dal ciclo eterno di distruzione. Fino ad allora, ogni tregua sarà solo una pausa tra un’esplosione e l’altra. E il prezzo, ancora una volta, lo pagheranno quelli che non hanno scelto questa guerra.
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