A più di quattro anni dall’inizio dell’invasione, la guerra tra Russia e Ucraina non trova tregua sul campo e fatica a decollare al tavolo dei negoziati. Le ultime ore raccontano ancora una volta le due facce di questo conflitto: i missili che cadono sulle città e le dichiarazioni che provano a riaprire un canale, per quanto fragile.
Mosca ha rivendicato un attacco “massiccio” contro Kiev e altre località, condotto con armi a lungo raggio, droni e missili lanciati da aria, terra e mare. Obiettivi dichiarati: siti militari ed energetici nella capitale e nella regione circostante, oltre a basi aeree in diverse aree del Paese. Poche notti prima un’altra ondata aveva colpito edifici residenziali, provocando almeno 10 morti e oltre 50 feriti. Il sindaco Vitali Klitschko ha parlato di un condominio di nove piani parzialmente crollato dopo il colpo diretto. La Russia lo ha definito una rappresaglia per i recenti attacchi alle sue infrastrutture civili. Zelensky ha risposto con durezza: “La Russia preferisce la balistica al tavolo delle trattative”.
Eppure, nello stesso giorno in cui piovono bombe, da Mosca arrivano anche segnali di apertura. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha detto che la Russia è disposta “a prendere in considerazione nuove idee e proposte relative al processo di pace in Ucraina”. Le parole seguono indiscrezioni su un possibile cessate il fuoco aereo discusso tra funzionari Usa e ucraini. Anche il ministro Lavrov ha ribadito che la Russia è “pronta a dialogare con Kiev, come lo siamo sempre stati”, facendo riferimento ai colloqui di Istanbul del 2022 e a quelli ripresi nel 2025. Ma subito dopo ha chiarito che la posizione di fondo non è cambiata: Mosca chiede ancora il ritiro delle forze ucraine dalle quattro regioni che considera proprie e la rinuncia all’adesione alla Nato, e insiste sulla cessione dell’intero Donbas.
In mezzo, gli Stati Uniti provano a muoversi. Nei giorni scorsi l’alto funzionario ucraino Rustem Umerov ha avuto colloqui con Jared Kushner. Zelensky ha detto di sperare ancora in una visita a Kiev di Kushner e dell’inviato Steve Witkoff, e di un incontro con Donald Trump a margine del vertice Nato ad Ankara. Il Cremlino però fa sapere di non aver ricevuto informazioni specifiche su nuove proposte in vista dell’incontro previsto a Washington tra Trump e Zelensky, e vuole capire se la posizione americana sia davvero cambiata dopo il G7.
Sul fronte europeo, l’Ue cerca compattezza. Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius ha chiesto di integrare l’Ucraina in una futura unione di difesa europea, sostenendo che “grazie alla trasformazione della sua dottrina bellica, l’Ucraina sta avendo la meglio”. Intanto si lavora ai fondi: la presidente von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa hanno assicurato che non si lascerà il vertice Ue senza una decisione sul fabbisogno finanziario di Kiev per il 2026-2027. Sul tavolo anche il dossier dei beni russi congelati, con il cancelliere tedesco Friedrich Merz che vede margini per un accordo, nonostante le resistenze di alcuni Paesi.
A fare da sfondo c’è anche il rischio di allargamento. Un drone si è schiantato sul tetto di un condominio a Galati, in Romania, durante un attacco notturno russo contro l’Ucraina, ferendo due persone. La Nato ha condannato “l’irresponsabilità della Russia” e promesso di rafforzare le difese contro i droni. Mosca ha smentito pressioni sulla Bielorussia per estendere il conflitto.
È questa la fotografia di oggi: distruzione e dialogo che corrono paralleli. Kiev sotto attacco, le città che contano i morti, e nel frattempo funzionari che parlano di cessate il fuoco e di nuovi round negoziali. Dopo oltre quattro anni, nessuna delle due parti sembra disposta a cedere sulle condizioni chiave. La Russia vuole garanzie territoriali e neutralità dell’Ucraina. Kiev vuole sovranità e sicurezza. E nel mezzo restano i civili, le 45mila case al buio, i bambini di cui parla il Consiglio d’Europa.
Forse la vera notizia è che, nonostante tutto, la parola “pace” non è ancora stata cancellata dal vocabolario. Ma finché le bombe parleranno più forte delle proposte, ogni apertura rischierà di restare solo un sussurro tra un’esplosione e l’altra.
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