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CALDE LE PERE! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla – Guccini e quella Bologna che non c’è più

Nel libro postumo di Francesco Guccini riaffiora la Bologna popolare degli anni Trenta: la Piazzola, via del Pratello, il Reno, gli antichi mestieri, la politica e una piccola umanità di personaggi. Una storia lieve e ironica che diventa soprattutto un viaggio nella memoria di un’Italia scomparsa.

La Bologna di Calde le pere non c’è più. Non ci sono più i suoi rumori, i mestieri che scandivano la vita dei quartieri, gli odori delle bancarelle, le piccole economie domestiche, le estati trascorse cercando refrigerio sulle rive del Reno. Eppure basta aprire questo piccolo libro di Francesco Guccini perché quel mondo, per qualche pagina, torni sorprendentemente vicino.

È forse questa la qualità più bella di Calde le pere: la capacità di raccontare una storia minima facendo affiorare, tutt’intorno, una storia molto più grande.

Guccini ci porta nella Bologna degli anni Trenta, quella popolare della Piazzola e di via del Pratello, e lo fa con la naturalezza del narratore che conosce il valore di un particolare. Una bottega, un mestiere scomparso, un modo di dire, un cibo venduto per strada diventano altrettanti frammenti di un universo che il tempo ha cancellato ma che la scrittura può ancora, almeno per un momento, sottrarre all’oblio.

Alla Piazzola si vendeva di tutto e poteva persino capitare di trovare libri salvati dal macero e dalla censura fascista. Altrove lavoravano artigiani appartenenti a mestieri oggi quasi dimenticati, come il ciabattino. Via del Pratello era già un piccolo mondo nel mondo, popolare e politicamente vivace, attraversato dalle speranze di giovani comunisti che provavano a organizzarsi e a costruire quelle forme di socialità politica e collettiva destinate, negli anni successivi, a entrare nella tradizione della Festa dell’Unità.

La Storia, però, in Guccini non arriva mai da sola. Ha bisogno delle storie, quelle con la minuscola, perché è lì che trova carne e voce.

Ed ecco allora Lina, Lisetta e Alfonso, una piccola famiglia del Pratello intorno alla quale prende forma la vicenda. Una quotidianità modesta, nella quale persino affrontare il caldo dell’estate significava inventarsi una villeggiatura alla propria portata.

Ed ecco il Reno.

Guccini gioca persino sul nome, quasi fosse il fratello minore e meno illustre del grande Reno germanico. Ma per la Bologna popolare quel fiume aveva una sua dignità: era il mare di chi al mare non poteva andare, il luogo dove cercare un poco di fresco nelle giornate più torride. Anche qui emerge uno degli aspetti più riusciti del libro: raccontare la povertà senza retorica e la semplicità senza trasformarla artificialmente in felicità.

Poi, dentro questa normalità, accade qualcosa che normale non è affatto.

Una ragazza rimane incinta in circostanze quanto meno misteriose. E l’eco, inevitabilmente, corre lontano, fino a un altro concepimento inspiegabile che la tradizione colloca circa duemila anni fa in Galilea. Solo che siamo nella Bologna del Novecento e, prima di accettare il miracolo, bisogna pur trovare una spiegazione più terrena.

È qui che Guccini può giocare con l’ironia, con la morale dell’epoca, con il pudore e i pregiudizi, ma soprattutto con quella filosofia popolare che davanti all’incomprensibile non rinuncia mai a formulare un’ipotesi. Anche la faccenda più improbabile, in fondo, deve poter trovare posto dentro una qualche spiegazione del mondo.

Ma la trama, per quanto gustosa, finisce quasi per diventare un pretesto.

Perché il vero personaggio di Calde le pere è il tempo.

Un tempo perduto, certamente, ma non imbalsamato. Guccini non sembra interessato a dirci che una volta si viveva meglio. Sarebbe una lettura troppo facile della nostalgia. Quel mondo era più povero, più duro, attraversato dal fascismo, dalle differenze sociali, da una morale spesso soffocante. Eppure possedeva riti, parole, relazioni, luoghi e consuetudini che sono scomparsi. Raccontarli non significa rimpiangerli necessariamente: significa riconoscere che sono esistiti e che hanno contribuito a formare ciò che siamo diventati.

Ed è qui che il libro supera anche i confini della generazione di Guccini.

Per chi è nato negli anni Sessanta, molte delle cose raccontate appartengono già al mondo dei genitori o dei nonni. Eppure qualcosa di quella civiltà è arrivato fino a noi. Abbiamo conosciuto le ultime stagioni di un’Italia ancora largamente analogica; una scuola popolata da professori che potevano essere severi, bizzarri, talvolta insopportabili, e che tuttavia riuscivano, magari senza saperlo, a farci amare per sempre una materia o a farcela detestare altrettanto definitivamente. Abbiamo conosciuto un tempo nel quale non tutto era immediatamente disponibile, le attese erano più lunghe e le strade e le piazze avevano ancora una funzione sociale che oggi fatichiamo persino a immaginare.

Per questo la nostalgia di Calde le pere finisce per allargarsi. Parte dalla Bologna di Guccini e arriva a interrogare la memoria di ciascuno.

Del resto, Guccini ha sempre avuto un rapporto particolare con il tempo. Nelle sue canzoni come nella sua narrativa, il passato non è mai soltanto ciò che è accaduto prima. È un luogo nel quale tornare per capire quanto siamo cambiati. E soprattutto per misurare la distanza fra ciò che eravamo e ciò che siamo.

Calde le pere è un libro breve. Lo si può leggere in mezz’ora, quasi tutto d’un fiato. Ma sarebbe un errore confondere la brevità con la leggerezza del contenuto. In quelle poche pagine passa una piccola folla: famiglie, artigiani, ragazzi, militanti politici, venditori, professori, donne alle prese con le regole e i giudizi del proprio tempo. E insieme a loro passano una città e un’Italia.

Quando il libro finisce, rimane una sensazione curiosa. Come se per mezz’ora avessimo camminato anche noi per la Piazzola, attraversato via del Pratello, ascoltato qualche voce provenire da una bottega e cercato un po’ di fresco sulle rive del Reno.

Forse è proprio questo il piccolo incantesimo di Guccini: prende una storia apparentemente marginale, la racconta senza alzare la voce e, mentre crediamo di leggere dei ricordi di qualcun altro, ci accorgiamo che qualcosa di quel mondo appartiene anche a noi.

Perché le città cambiano, i mestieri scompaiono, le generazioni se ne vanno. Persino gli odori finiscono per perdersi.

Finché qualcuno non li racconta.

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Lucia D'Amore

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Data:

5 Ottobre 2026
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