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IN BILICO TRA I MONDI – Lo Sguardo e la Memoria nella Poesia di Silla Campanini

Leggendo «Il Salto tra i Mondi – Da soglie del Cielo Interiore» di Silla Campanini, mi trovo davanti a un’opera che non si lascia facilmente imprigionare in definizioni. È una poesia che si muove e oscilla costantemente tra due poli: il cielo e la terra, il sogno e la realtà, la memoria e l’oblio. E forse è proprio questo movimento perpetuo il suo vero cuore pulsante.

La prima cosa che mi colpisce è la sensazione di sospensione che pervade ogni verso. La poetessa descrive un volo che non è mai pienamente compiuto, un tentativo di elevarsi che viene continuamente trattenuto da «una trama, una rete aggrovigliata». Non c’è una meta raggiunta, non c’è un arrivo: c’è solo il movimento stesso, quel «salire e scendere» che diventa metafora della condizione umana. Siamo sempre in bilico, sempre sospesi tra ciò che desideriamo essere e ciò che siamo, tra la luce che cerchiamo e le ombre che ci portiamo dentro.

La scrittura di Campanini ha una qualità visiva potentissima. Vedo quelle «case basse, piccole, bianche e nere» che svaniscono dietro un velo, e quel «cielo malinconico che conta le sue ore» mi sembra quasi un personaggio, un testimone silenzioso del dolore del mondo. C’è in questa poesia una consapevolezza acuta della caducità delle cose, ma non è mai un lamento sterile: è piuttosto uno sguardo lucido e partecipe, che non si volta dall’altra parte.

E poi arriva quel verso che mi ferma il respiro: «Parlavano di realtà — occhi di fantasia —». È una dichiarazione poetica straordinaria, perché racchiude l’intero paradosso dell’arte: parlare della realtà attraverso gli occhi della fantasia, cioè attraverso il filtro dell’immaginazione che trasforma, deforma e rende più vero il vero. Non è forse questo il compito del poeta? Raccontare il mondo non come è, ma come lo si sente, come lo si sogna, come lo si teme.

La poesia si fa poi più intima, più personale. Quel «Oh grande sole, dove ti sei perduto?» è una domanda che sembra uscire da una ferita antica, da una perdita che non si è mai del tutto rimarginata. E la risposta non arriva, perché forse non c’è risposta. Il sole è svanito, la luna versa la sua luce d’argento, ma è una luce che non scalda, che non consola. È la luce di chi ha imparato a vivere con l’assenza, a convivere con i fantasmi.

Ma è nelle ultime strofe che la poesia raggiunge il suo vertice emotivo più alto. Quel ricordo improvviso, quella bambina che chiede «Mamma, vuoi giocare con me?», è un pugno nello stomaco. Dopo aver viaggiato tra cielo e terra, tra sogno e realtà, dopo essersi persa in riflessioni sull’esistenza e sul dolore, la poetessa torna a un momento di purezza, a un frammento di infanzia che riaffiora dal tempo. È lì, in quel gesto semplice, in quella voce di bambina, che si nasconde forse l’unica verità possibile: la vita è fatta di attimi, di ricordi che tornano a bussare quando meno ce lo aspettiamo.

E qui si innesta la riflessione finale, quella che l’autrice stessa ci consegna quasi come una chiave di lettura: la mancanza non si placa mai, si sopravvive vivendo di ricordi; ma il tempo non rimedia, non placa, non dona serenità e pace: solo nell’oblio del ricordo si rivivono attimi di pace. È una verità dolorosa e insieme confortante. Il tempo non guarisce tutto, non sempre. Alcune mancanze restano aperte, ferite che non si rimarginano. Ma c’è un rifugio, c’è un luogo dove trovare pace: nell’oblio del ricordo. Non nel dimenticare, ma nel ricordare in un modo diverso, in un modo che trasforma il dolore in qualcosa di più lieve, che rende gli attimi perduti di nuovo presenti.

Questa poesia mi parla di sopravvivenza, di come si possa continuare a vivere anche quando una parte di noi è già altrove, anche quando il sole si è perso e la luce sembra svanita. Mi parla della forza fragile dei ricordi, che non ci salvano ma ci accompagnano, che non guariscono ma leniscono. È una poesia che non offre facili consolazioni, ma regala una verità più profonda: che si può stare in bilico tra i mondi, sospesi tra ciò che è stato e ciò che sarà, e in quell’equilibrio instabile trovare una bellezza che vale la pena di essere vissuta.

E quando leggo «Voci delicate navigano in fondo all’essere: profondità che vegliano», penso che sia forse questa la vocazione più alta della poesia: far emergere quelle voci delicate che abitano il nostro profondo, quelle profondità che vegliano su di noi anche quando noi non le ascoltiamo. La poesia di Silla Campanini è un ascolto attento, un orecchio teso verso quelle voci, un tentativo di tradurre in parole ciò che spesso resta indicibile.

Il salto tra i mondi è compiuto, ma non si arriva mai veramente. Si resta sospesi in quella dimensione intermedia dove il dolore e la bellezza convivono, dove la memoria e il presente si intrecciano, dove ogni parola è un ponte gettato verso l’altro, verso l’assente, verso il divino. E forse è proprio in questo non-arrivare mai che risiede il senso più profondo di questa poesia: nel viaggio stesso, nel tentativo di volare, nel coraggio di restare in bilico.

Si aprì il cielo, le nubi scorrevano:
una trama, una rete aggrovigliata
tratteneva il mio volo.
Volo su e giù — il mio tentativo —
basso e in alto:
un labirinto di emozioni,
uno stordimento acuto.
Non riconoscevo il luogo:
un velo bianco mi impediva la visione.
Dove erano le case basse,
piccole, bianche e nere?
A terra impronte silenziose;
in alto un cielo malinconico,
conta le sue ore
e lo sguardo — sul dolore del mondo.
Visioni e malinconie:
uno stare in bilico tra due sogni.
Parlavano di realtà — occhi di fantasia —
e la voce, tra rivoli indifferenti,
distratti, trattenuti.
E le stagioni.
Prese il volo la poesia.
Oh grande sole, dove ti sei perduto?
Il tuo chiarore — sfumato — svanì,
e la luna pioveva la sua luce d’argento
tra gli acuti degli alberi
e i rumori della vita.
Ignoto mistero:
anima in corsa tra mondi sospesi.
Amori e dolori,
la luce delle stelle pellegrine
palpitano tra i brusii notturni.
Voci delicate navigano in fondo all’essere:
profondità che vegliano.
Si intrecciano gli amori
sulla bocca dei poeti;
si posano le parole sulle labbra:
fiori gentili di momenti lieti.
La memoria ridente colora i sentimenti
e si ricorda:
fisso lo sguardo sul tempo
e quella bambina —
“Mamma, vuoi giocare con me?”

Tutti i diritti riservati all’autrice-Opera di Silla Campanini

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Letizia Caiazzo

Data:

2 Agosto 2026
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