UNA FERITA PROFONDA ALLA NOSTRA DEMOCRAZIA – 5,4 milioni di italiani in povertà assoluta

Quando la povertà diventa una condizione stabile per milioni di persone, non siamo più di fronte soltanto a un’emergenza sociale, ma a una ferita profonda nella qualità della nostra democrazia. Minori, famiglie numerose e cittadini più fragili pagano il prezzo di politiche che hanno progressivamente indebolito gli strumenti di contrasto alla povertà.

C’è un numero che dovrebbe pesare come un macigno sulla coscienza della politica italiana: 5,4 milioni di persone in povertà assoluta. Dietro questa cifra ci sono volti, storie, bambini, genitori che lavorano senza riuscire ad arrivare alla fine del mese, famiglie costrette a scegliere tra il pagamento delle bollette, l’acquisto dei farmaci e la spesa alimentare.

Il dato richiamato dal Rapporto Istat 2025, pubblicato il 15 ottobre scorso, descrive una realtà che non può essere liquidata come una semplice statistica: la povertà assoluta si è consolidata come una condizione strutturale per una parte enorme della popolazione. E quando milioni di cittadini restano intrappolati nella privazione materiale, mentre le politiche pubbliche non riescono a offrire risposte adeguate, la questione diventa inevitabilmente politica, sociale e democratica.

Una democrazia non può voltarsi dall’altra parte

La democrazia non si esaurisce nel diritto di votare, nella competizione tra partiti o nella possibilità di esprimere liberamente le proprie opinioni. Una democrazia è davvero tale quando garantisce alle persone condizioni dignitose di esistenza, quando impedisce che la nascita in una famiglia povera determini il futuro di un bambino e quando nessuno viene abbandonato al proprio destino.

È in questo senso che l’abbandono, o l’indebolimento, delle politiche di contrasto alla povertà rappresenta una grave responsabilità del governo. Ridurre le tutele senza costruire strumenti efficaci e universali significa lasciare milioni di persone più esposte all’incertezza, alla precarietà e all’esclusione.

La sostituzione di misure di sostegno ampie con interventi più selettivi e condizionati rischia di creare nuove zone d’ombra: persone che non riescono a soddisfare i requisiti previsti, famiglie che restano fuori dalle protezioni, lavoratori poveri che non trovano nel proprio reddito la garanzia di una vita dignitosa.

Non si tratta di sostenere che ogni misura precedente fosse perfetta. Si tratta di riconoscere un principio fondamentale: una politica pubblica può essere modificata, riformata o sostituita soltanto se la nuova risposta è capace di proteggere concretamente chi è in difficoltà. Se questo non accade, il risultato non è una riforma efficace, ma un arretramento della solidarietà sociale.

I bambini e le famiglie numerose pagano il prezzo più alto

La povertà non colpisce tutti allo stesso modo. I minori e le famiglie numerose sono particolarmente esposti perché ogni difficoltà economica si moltiplica con il crescere dei bisogni: alimentazione, istruzione, abbigliamento, trasporti, cure sanitarie, attività educative.

Un bambino che cresce nella povertà non perde soltanto opportunità nel presente. Rischia di vedere restringersi anche le possibilità del futuro. La mancanza di risorse può compromettere il percorso scolastico, limitare l’accesso alle esperienze formative e culturali e alimentare un circolo vizioso nel quale lo svantaggio economico si trasmette da una generazione all’altra.

È qui che la povertà diventa una questione di uguaglianza sostanziale. La Costituzione italiana, all’articolo 3, affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Non è una dichiarazione ornamentale: è un impegno politico e istituzionale.

Quando le condizioni di partenza diventano troppo diseguali, i diritti rischiano di restare uguali soltanto sulla carta. Un bambino che non dispone di un’alimentazione adeguata, di uno spazio per studiare o di un accesso regolare ai servizi essenziali non partecipa alla vita sociale nelle stesse condizioni di chi ha tutte queste opportunità.

Per questo combattere la povertà minorile non è assistenzialismo. È difendere la libertà, l’uguaglianza e il futuro del Paese.

Il lavoro non basta se non garantisce una vita dignitosa

C’è poi un’altra contraddizione che il dibattito pubblico non può ignorare: la povertà non riguarda esclusivamente chi è disoccupato. Colpisce anche persone che lavorano, ma percepiscono redditi insufficienti a sostenere il costo della vita.

Lavorare e restare poveri significa che qualcosa non funziona nel rapporto tra salari, costo degli alloggi, precarietà occupazionale e protezione sociale. In queste condizioni, invocare soltanto l’occupazione come soluzione universale non basta. Servono retribuzioni adeguate, contratti stabili, servizi accessibili, politiche abitative e strumenti di sostegno capaci di raggiungere chi ne ha realmente bisogno.

La dignità del lavoro non può essere misurata soltanto dal fatto di avere un contratto. Deve essere valutata anche dalla possibilità concreta di vivere del proprio reddito, mantenere una famiglia e affrontare gli imprevisti senza precipitare nella privazione.

Un governo che considera il sostegno ai più fragili un costo da comprimere, anziché un investimento nella coesione nazionale, rischia di confondere il rigore con l’indifferenza e la riduzione della spesa con il progresso.

L’umiliazione della democrazia è anche l’abbandono dei cittadini

Parlare di umiliazione della democrazia non è un’esagerazione retorica quando milioni di persone sperimentano quotidianamente la distanza tra i principi proclamati dalle istituzioni e la realtà delle proprie condizioni di vita.

La democrazia viene impoverita quando la partecipazione politica non è accompagnata dalla possibilità di esercitare concretamente i propri diritti. Viene indebolita quando chi è in difficoltà percepisce le istituzioni non come un sostegno, ma come un sistema distante, difficile da raggiungere e incapace di rispondere ai bisogni essenziali.

E viene ferita quando la povertà smette di essere considerata un problema collettivo da affrontare con politiche pubbliche e viene presentata soprattutto come una responsabilità individuale, come se ogni condizione di disagio fosse il risultato di scelte personali sbagliate.

La povertà ha certamente molte cause e richiede interventi articolati. Ma non può essere affrontata scaricandone il peso esclusivamente sulle persone che la subiscono. Una società giusta non elimina ogni responsabilità individuale: impedisce che la mancanza di risorse trasformi la vita di una persona in una condanna senza uscita.

Serve una nuova stagione di politiche sociali

Di fronte a una povertà così estesa e persistente, l’Italia ha bisogno di una strategia organica, non di interventi frammentari o risposte emergenziali.

Occorre rafforzare gli strumenti nazionali di sostegno al reddito, garantire che nessuna famiglia in condizioni di grave indigenza resti senza protezione, investire nei servizi sociali territoriali e sostenere i nuclei con minori e carichi familiari elevati. È necessario affrontare il lavoro povero, migliorare l’accessibilità degli alloggi, contrastare la dispersione scolastica e rendere effettivi i diritti alla salute, all’istruzione e all’inclusione.

Queste politiche richiedono risorse, programmazione e valutazione dei risultati. Richiedono anche la capacità di superare le contrapposizioni ideologiche quando sono in gioco i bisogni essenziali delle persone.

Non basta annunciare misure o modificare i nomi degli strumenti di assistenza. Bisogna verificare quante persone vengono realmente raggiunte, quante restano escluse e se gli interventi riescono a ridurre la povertà nel tempo.

Il criterio con cui giudicare una politica sociale dovrebbe essere semplice: migliora concretamente la vita delle persone più vulnerabili? Se la risposta è negativa, occorre correggerla, indipendentemente da chi l’abbia proposta.

La misura di un governo è la condizione degli ultimi

I 5,4 milioni di italiani in povertà assoluta rappresentano una sfida che nessuna propaganda può cancellare. Sono la dimostrazione che la crescita economica, quando non si traduce in sicurezza materiale e opportunità per tutti, non è sufficiente a garantire una società giusta.

Un Paese non può dirsi forte se una parte consistente della sua popolazione vive nell’insicurezza. Non può dirsi moderno se i bambini pagano il prezzo delle difficoltà economiche dei genitori. Non può dirsi pienamente democratico se milioni di cittadini rischiano di essere esclusi dalle condizioni minime necessarie per esercitare i propri diritti.

Il governo ha il dovere di rispondere a questa realtà con politiche efficaci, trasparenti e adeguatamente finanziate. Ma la responsabilità riguarda anche il Parlamento, le amministrazioni territoriali e l’intero sistema politico, chiamato a mettere al centro dell’agenda pubblica la dignità delle persone.

La povertà non è una colpa. Non è un destino inevitabile. E non può diventare una presenza ordinaria, accettata come il prezzo da pagare per il funzionamento dell’economia o per il perseguimento di altri obiettivi politici.

La democrazia si misura anche da questo: dalla capacità di non lasciare indietro nessuno, soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi.

Se 5,4 milioni di persone restano in povertà assoluta, la domanda da rivolgere alle istituzioni è inevitabile: quale valore hanno i diritti se non esistono le condizioni materiali per esercitarli?

Una democrazia che tollera la povertà senza combatterla con determinazione rischia di svuotarsi dall’interno. E un governo che non assume questa sfida come una priorità tradisce una delle responsabilità fondamentali della Repubblica: fare in modo che la dignità non sia un privilegio riservato a chi può permettersela, ma un diritto garantito a tutti.

Per approfondire:

https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/10/La-poverta-in-Italia-2025.pdf

Author Profile

Antonella Giordano
Tagged:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *