VOYAGEUR, IL MARE CHE UNISCE E QUELLO CHE SEPARA – Tre barche di Ibrahim Mahama nel cuore di Napoli

Immaginate di camminare nel centro di Napoli, tra il viavai dei turisti e il rumore della città. All’improvviso, davanti a voi, tre grandi barche di legno emergono dal suolo di Piazza Municipio. Non sono relitti dimenticati, né un cantiere navale fuori posto. Sono Voyageur, l’installazione dell’artista ghanese Ibrahim Mahama, che dal 21 settembre al 18 novembre 2026 trasforma uno degli spazi più rappresentativi di Napoli in un luogo di memoria, denuncia e speranza. Curata da Vincenzo Trione e promossa dal Comune di Napoli nell’ambito del progetto Napoli contemporanea 2026, l’opera è uno degli interventi di arte pubblica più significativi dell’anno. Chi passa di lì non vede semplicemente una scultura: vede un’opera che parla di viaggio, dolore, speranza e accoglienza, nel cuore della città, davanti al mare e al porto, in uno spazio che da sempre racconta incontri, partenze e ritorni.

Ibrahim Mahama è una delle voci più potenti dell’arte contemporanea. Nato a Tamale, nel nord del Ghana, nel 1987, è il primo artista africano ad aver raggiunto il vertice della classifica Power 100 di ArtReview. La sua ricerca si concentra su installazioni monumentali realizzate con materiali che portano con sé la memoria del lavoro, del commercio e delle disuguaglianze globali: sacchi di juta, legname, residui industriali. Ma Mahama non è solo un artista: è un artista e attivista che intreccia arte, memoria e denuncia sociale. Nella sua città natale ha fondato centri culturali come il Savannah Centre for Contemporary Art e il Red Clay Studio, spazi in cui i giovani possono studiare, creare e immaginare un futuro diverso per l’Africa. Con Voyageur, questa sensibilità arriva a Napoli e si confronta con il Mediterraneo.

Le tre imbarcazioni sono costruite secondo le tradizionali tecniche del Ghana e collocate nella piazza come se fossero parzialmente immerse nel terreno. Sono alte circa cinque, sette, otto metri. Questa ambiguità è voluta: da un lato sembrano affondare, dall’altro sembrano emergere, pronte a spiegare le vele. Il titolo Voyageur significa “viaggiatore” e introduce una figura centrale: quella di chi attraversa uno spazio geografico e umano alla ricerca di un altrove. Le barche di Mahama, però, non raccontano un solo viaggio. Ne raccontano molti.

Queste imbarcazioni parlano anzitutto di immigrazione e di morti in mare. Sono vuote, e proprio in questo vuoto sta la loro forza: evocano le traversate drammatiche di chi affronta il Mediterraneo aggrappandosi a fragili barche nella speranza di costruire un futuro migliore. In esse si legge il coraggio di chi parte, il dolore di chi perde tutto e il ricordo di chi non è riuscito a raggiungere la salvezza. Mahama ha spiegato che oggi siamo diventati quasi insensibili all’idea delle barche che affondano nel Mediterraneo, così come alla storia transatlantica. La posizione delle sue imbarcazioni, conficcate nel suolo, suggerisce il destino di chi non arriva, ma anche la memoria di chi arriva portando con sé sogni, ferite e speranze.

Voyageur parla anche di ingiustizia. L’artista lo dice con chiarezza: la maggior parte dei beni che consumiamo in Europa – il caffè, il cacao, i minerali usati per fabbricare i cellulari – proviene principalmente dal Sud del mondo. Le merci sono le benvenute, le persone molto meno. Le tre barche diventano così il simbolo di un paradosso crudele: il mare è aperto alle merci, ma chiuso a chi cerca una vita migliore. In questo senso, l’opera non è solo una riflessione sulla migrazione, ma anche una denuncia delle disuguaglianze economiche e politiche che continuano a dividere il mondo.

C’è poi un messaggio di fratellanza e di scambio tra popoli. Collocate di fronte al porto di Napoli, le barche mettono in relazione l’Africa occidentale e il Mediterraneo, due geografie unite da secoli di navigazioni e attraversamenti. Mahama pensa anche ai pescatori che, come i migranti, affidano la loro vita al mare. Le barche costruite con tecniche tradizionali ghanesi sono le stesse che ogni giorno escono in mare per pescare e che a volte non fanno ritorno. Per queste comunità il mare non è una barriera, ma una strada, una fonte di sostentamento, un luogo di incontro. Ed è questa l’idea che l’opera vuole restituire: il mare come spazio che unisce e favorisce l’incontro tra culture diverse, invece di dividere.

Le tre imbarcazioni parlano ancora di speranza, di accoglienza, di diritto a un approdo sicuro, di dialogo e di rispetto reciproco. Sono un monumento alla memoria, ma anche un invito ad agire. Proprio per questo, però, Voyageur non impone una sola lettura. È sicuramente anche l’intento dell’artista lasciare a ogni osservatore la propria interpretazione: le barche sono vuote, e in quel vuoto ciascuno può proiettare la propria storia, il proprio sguardo, la propria domanda. Chi vede in esse il dramma dei migranti, chi il ricordo dei pescatori, chi il sogno di un mondo senza confini. Mahama non chiude il significato dell’opera: lo apre. E in questa libertà di lettura sta forse il suo messaggio più profondo e più umano.

L’obiettivo dell’opera è profondamente umano: ricordare che il mare non deve essere un confine che separa, ma uno spazio che mette in contatto. Le barche di Ibrahim Mahama parlano di accoglienza, rispetto reciproco e dialogo tra culture. Invitano a favorire l’incontro tra persone, storie e identità. Non c’è spettacolarizzazione del dolore, non c’è retorica. C’è il silenzio di tre imbarcazioni che, pur non potendo più navigare, continuano a custodire l’idea del movimento. Il visitatore che si ferma a osservarle viene coinvolto in un’esperienza emotiva intensa. Voyageur non è soltanto un’opera d’arte pubblica: è un luogo di riflessione sulla condizione umana, sulla speranza e sul diritto di ogni persona a cercare un approdo sicuro. Un messaggio attuale e necessario che Napoli offre alla città, all’Italia e al mondo.

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Letizia Caiazzo
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